5 eventi di design da non perdere al Salone del Mobile 2021

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L’atteso Salone del Mobile 2021 è finalmente arrivato: da amanti del design e del business firmato donna, non potevamo non selezionare per voi gli eventi di design da non perdere quest’anno durante la #MDW21.

Ve ne parliamo perché il mondo delle industrie creative è un mondo in forte crescita ma il ruolo delle designer, architette e creative donne si sta ancora facendo spazio in una realtà dettata dalla forte presenza maschile.

Seppur il numero di studentesse che studiano arte e design costituisca la maggioranza, la leadership di agenzie, studi e imprese creative è ancora fortemente guidata dagli uomini: per un totale di circa il 70% dei professionisti di questo settore.

Ecco la nostra selezione di eventi, esposizioni e mostre da non perdere al Salone del Mobile 2021 per celebrare assieme il talento creativo femminile.

Iammi @Isola Design District

B-fora è il lato-B di un’anfora greca ma anche la celebrazione del corpo femminile, in tutte le sue bellissime forme.

Dove: Isola Design District, Fabbrica Sassetti, Via Sassetti 3

Monomio Spot @Alpha District

Una selezione di prodotti in edizione limitata curati dalle Founder di Monomio, Sara Peluso e Martina Caiazzo.

Dove: Monomio Spot at @alphadistrict.it, Piazza Gino Valle

Donne & Design @Superstudio Più

Una mostra per celebrare il ruolo delle donne nel mondo del design: dalla sostenibilità alla creatività, curata da Silvana Annicchiarico.

Dove: Superstudio Più, Via Tortona 27

Bethan Laura Wood @Nilufar Gallery

I nuovi lavori dell’artista ispirati al “boudoir”: lo spazio privato di una donna per la contemplazione spirituale e la coltivazione fisica – e gli oggetti che possono essere trovati lì.

Dove: Nilufar Gallery, Via della Spiga 32

RoCOLLECTIBLE DESIGN @Rossana Orlandi

RoCOLLECTIBLE DESIGN è un must-visit per scovare designer emergenti e pezzi esclusivi selezionati da Rossana Orlandi.

Dove: Rossana Orlandi, Via Matteo Bandello 14

Altri Eventi Interessanti da seguire:

Women Within Institutions Open Talk 

Present Continuous presso Riviera

CTMP Design Auction organizzata da MrLawrence

Vuoi suggerirci un evento? Mandaci i dettagli a ciao@grls.it


Le donne afghane hanno bisogno di noi

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In questo momento, le donne afghane hanno bisogno di noi più che mai: donne che negli ultimi anni sono riuscite a ottenere rispetto nella società e che oggi rischiano lo stupro, la persecuzione e la morte.

Durante l’ultima occupazione Talebana (1996-2001) alle donne non è stato permesso di lavorare, la loro vita fu costantemente monitorata e regolata, l’educazione per donne e bambine venne vietata nella maggior parte delle circostanze e alle donne non venne permesso di lasciare casa senza essere accompagnate da un uomo.

In questo post abbiamo raccolto alcune delle associazioni, iniziative e campagne impegnate a supportare e aiutare le donne afghane.

Vi chiediamo, dove possibile, di firmare, donare e essere attive in questa battaglia. 

Non lasciamole sole (Fonte: Pangea).

Pangea Onlus

Pangea è un’organizzazione no profit che dal 2002 lavora per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne, delle loro famiglie e delle comunità circostanti.

Sostieni Pangea Onlus

Women For Afghan Women

Women for Afghan Women, nota anche come WAW, è la più grande organizzazione non governativa per i diritti delle donne afghane nel mondo, fondata nell’aprile 2001. È dedicata alla protezione dei diritti delle donne e delle ragazze afgane.

Malala Foundation

“Quasi 3,7 milioni di bambini non vanno a scuola in Afghanistan e più della metà sono ragazze.” Fonte: Malala.org

International Refugee Committee

Una delle principali organizzazioni internazionali di soccorso e sviluppo. IRC aiuta le persone le cui vite e mezzi di sussistenza sono distrutti da conflitti e disastri con l’obiettivo di salvare vite in tutto il mondo. 

Women For Women International

WFW aiutano le donne sopravvissute alla guerra a ricostruire la propria vita e a scegliere il proprio futuro. Donne sopravvissute alla guerra. Dalla povertà alla stabilità. Donne che ricostruiscono la vita.

https://support.womenforwomen.org/donate/afghanistan-emergency-2x-match?src=HHUA21082A

Afghanaid

Afghanaid sostiene uomini, donne e bambini in tutto l’Afghanistan per rivendicare i propri diritti, uscire dalla povertà e costruire un pacifico futuro.

Nove Onlus

Dal 2012 impegnati in Afghanistan per i più vulnerabili, soprattutto donne, bambini e persone con disabilità.

Rukhshana Media:

Associazione gestita da donne afghane e che si occupa della produzione di contenuti creati da e per le donne.

https://chuffed.org/project/reporting-on-issues-that-affect-afghan-women-is-expensive-rukhshana-media-needs-your-help

Corridoi umanitari per le donne afghane

Creare subito corridoi umanitari internazionali per mettere in salvo le donne afghane e i loro bambini, così come i bambini degli orfanotrofi di tutte le città cadute in mano ai talebani.

Alcune testimonianze e profili che vi consigliamo di leggere e seguire:

Pashtana Zalmai Khan Durrani

Insegnante e Attivista

Soraya Afzali

Studiosa

Maria Edgarda Marcucci

Attivista


Perché il calcio femminile ha bisogno di maggiore rappresentazione

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Ieri sera, l’Italia di Mancini ha vinto gli Europei di calcio a Wembley, Londra sconfiggendo l’Inghilterra di Southgate.

Mentre questa vittoria sta diventando una vittoria simbolo e una vittoria filo-europea, noi di GRLS vogliamo cogliere l’occasione per parlarvi del divario di genere nell’industria calcistica, e in generale quella sportiva, che ancora divide in modo molto netto il mondo sportivo maschile da quello femminile.

 

Facciamo un passo indietro: le origini del calcio femminile

Le origini del calcio femminile risalgono al 1894, dopo la seconda Rivoluzione Industriale, come svago per le operaie alla fine del turno di lavoro. Ed è proprio in Gran Bretagna che nasce la prima squadra al femminile: la Dick, Kerr’s Ladies Football Club fondata dalle lavoratrici della fabbrica di vagoni e locomotive (e poi di munizioni) Dick, Kerr & Co. di Preston, nel Lancashire, a Nord-Ovest dell’Inghilterra.

Dick, Kerr & Co. di Preston

Con l’arrivo della prima Guerra Mondiale, seguendo l’esempio delle Kerr’s Ladies, iniziano a crearsi molte squadre femminili in tutta Gran Bretagna ma anche in Francia e Scozia.

In Italia, la prima squadra femminile nasce nel 1933, da un gruppo di ragazze di Milano che si riunì per fondare il Gruppo Femminile Calcistico, a cui però era permesso di giocare solo a porte chiuse. Il fascismo è stato uno dei primi veri ostacoli del calcio femminile: le donne, che dovevano solo stare a casa a prendersi cura della famiglia e della prole, non potevano permettersi di giocare e partecipare a tornei.

Dopo Milano, si formano squadre anche ad ad Alessandria, Trieste e Napoli. 

Solo nel ‘68 si è tenuto il primo campionato nazionale, ma soltanto dopo quasi 20 anni le calciatrici italiane sono entrate nella FIGC come “tornei dilettantistici“; mentre il primo campionato del Mondo è arrivato solo nel 1991, in China (il primo campionato del mondo maschile si tenne nel 1930!).

 

La condizione moderna

In Italia, le donne che praticano sport sono quasi 18 milioni. Sono aumentate dell’11,9% negli ultimi dieci anni, ma il problema è che si ritirano prima dei coetanei maschi e non riescono a scalare posizioni all’interno delle federazioni sportive (Censis, 2019).

Senza molte sorprese, in Italia, lo sport che conta il numero maggiore di tesserati è il calcio, con 1.056.824 atleti, di questi  solo il 2% sono donne. Sono poche, ma in continua crescita: nel 2018 le donne tesserate erano 23.903, vent’anni fa circa 8.000. Le buone prestazioni della nostra nazionale femminile ai mondiali di calcio hanno aiutato a far alzare le quotazioni del calcio femminile.

Al secondo posto, tra gli sport più praticati nella nostra nazione, c’è il tennis, con 372.964 tesserati e il 33% di donne, al terzo posto invece la pallavolo, con 331.843 atleti e il 77% di donne, che è considerato lo sport più femminile, essendo lo sport più praticato, seguito dal tennis e dalla ginnastica.

 

Quali sono i problemi alla base

Di problemi ce ne sono parecchi: basta pensare che le bambine spesso iniziano a giocare insieme ai bambini, fino ad arrivare alla categoria Allievi dove poi sono costretti a dividersi.

Per poter continuare, le giocatrici hanno bisogno di trovare un Club Femminile, altrimenti non trovano una collocazione e non vengono prese seriamente. Più di metà delle ragazze abbandonano lo sport durante la pubertà, perché non si sentono incoraggiate dalla società, soffrendo grosse pressioni che limitano le potenzialità sportive e professionali delle giovani donne.

Le professioniste nello sport sono ancora considerate dilettanti per il Coni e la questione del professionismo non riguarda solo lo status, ma anche gli stipendi, i contributi e le tutele sanitarie delle sportive donne. Il divario di genere è un grosso problema dell’ambiente sportivo: meno del 27% dei tesserati sono donne, mentre i maschi raggiungono il 73%. Questa proporzione è confermata anche tra le professionalità di supporto e sostegno, come tecnici, dirigenti, ufficiali di gara, dove quattro lavoratori su cinque sono uomini (Fanpage.it, 2017).

La a.s.d Balon Mundial Onlus ha condotto una ricerca per evidenziare le barriere che le sportive donne (su diversi livelli) incontrano durante il loro percorso sportivo:

  • meno opportunità;
  • doppio sforzo per raggiungere gli stessi livelli maschili;
  • Gli spazi e le strutture a disposizione sono scadenti (quello che non usano i maschi);
  • I trattamenti diversi da parte dell’impianto (tanto è la squadra femminile che si allena);
  • Le donne ricevono meno credibilità come coach;
  • Linguaggio negativo da parte di allenatori maschi;
  • Le società ti affidano i bambini da allenare perchè le donne hanno l’istinto materno;
  • Vari stereotipi/pregiudizi di genere;
  • La mancanza di sponsor che porterebbe anche più motivazione;

(Balon Mundial, 2021).

Le nostre giocatrici non possono ricevere un compenso superiore ai 30.658 euro lordi a stagione (ai quali possono però sommare indennità di trasferta o rimborsi forfettari e/o premi se la loro società riconosce tale circostanze). Di conseguenza,  in media un calciatrice Italiana guadagna intorno ai 15mila euro lordo annuo. Si tratta pertanto di cifre decisamente diverse comparate ai 131 milioni di un Lionel Messi e altri colleghi uomini (Calcio Femminile Italiano, 2020).

 

Un futuro positivo

All’estero, la situazione è più positiva e non è sorprende che i paesi con maggior parità di genere nello sport, sono gli stessi ad avere la maggiore partecipazione delle donne nel lavoro. Nei paesi dell’Europa del Nord, il calcio femminile ha un notevole seguito e coinvolgimento mediatico. Svezia e Norvegia sono diventati degli esempi nel settore, grazie anche al fatto che incentivano lo sviluppo delle giovani professioniste sin dall’inizio.

Un Report condotto da EY Women Athletes e ESPNW, dà uno sguardo completo su come lo sport può aiutare le donne a raggiungere condizioni di parità con i colleghi uomini: è stato dimostrato, infatti, come lo sport aiuti con l’impostazione professionale proprio grazie alle attività sportive condotte durante gli studi. Gli atleti imparano presto a destreggiarsi tra lezioni e programmi di allenamento molto rigorosi. Per identificare e reclutare futuri leader, le organizzazioni potrebbero  ricercare atleti di alto potenziale e lavorare per adeguarsi ai loro programmi grazie al lavoro di un’organizzazione che aiuta gli studenti a trovare lavoro. 

Attualmente il Game Theory Group lavora con circa 20mila studenti provenienti da 40 campus diversi negli Stati Uniti. La loro missione è proprio quella di far capire che gli atleti (sia donne che uomini) hanno molte dei requisiti che sono richiesti in ambito lavorativo come la perseveranza, gestione del tempo, capacità di comunicazione, determinazione e motivazione interna. Attributi che si trovano facilmente in giovani atleti, e che non sono necessariamente legate solo a studenti di economia o business.

I candidati con un’esperienza sportiva hanno una forte etica di lavoro e sono giocatori di squadra determinanti. Qualità che a livello professionale fanno davvero la differenza e permettono di sviluppare capacità di leadership che spesso non possono essere insegnate.

Dare più visibilità allo sport femminile arricchirebbe davvero tuttI: dando opportunità economiche di crescita, opportunità di lavoro, di media, e rappresentazione; ma allora, cosa stiamo aspettando?

FONTI:

https://www.focus.it/cultura/storia/dove-e-quando-nato-il-calcio-femminile
https://native-adv.gazzetta.it/native-adv/breve-storia-del-calcio-femminile/
https://www.calciofemminileitaliano.it/
https://www.censis.it/sicurezza-e-cittadinanza/donne-il-gender-gap-c%E2%80%99%C3%A8-anche-nello-sport
https://www.fanpage.it/politica/perche-la-parita-di-genere-nel-calcio-e-una-cosa-seria/
https://wearegameplan.com/
https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/equal-pay-tra-sogni-e-realta-il-divario-retributivo-nel-mondo-del-pallone/
https://balonmundial.it/donne-la-parita-di-genere-e-ancora-lontana-un-nuovo-progetto-balon-mundial-per-invertire-la-rotta/
https://native-adv.gazzetta.it/native-adv/le-calciatrici-piu-forti-del-mondiale/

Sei una sportiva donna e vorresti raccontare la tua esperienza? O se conosci qualcuno che potrebbe essere interessato, scrivici a ciao@grls.it 


Le domande che potrebbero intimidire in un colloquio

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…e che non vi dovrebbero mai fare!

Vi è mai capitato di fare un colloquio di lavoro e realizzare che le domande che vi sono state poste, invece di farvi sentire a vostro agio, vi hanno intimidito e fatto capire che il lavoro e/o azienda in questione forse non era adatto a voi?

Il colloquio di lavoro è un’occasione per conoscere e valutare i valori trasmessi dall’azienda per cui si sta applicando; dovrebbe essere un momento di confronto per capire se entrambi le parti sono fatte l’una per l’altra: sia per la candidata che per la persona che si occupa di HR, e che rappresenta in questo caso l’azienda.

Ne abbiamo parlato anche con le donne del GRLSClub, alcune di loro hanno rilasciato delle testimonianze a riguardo.

“Mi è stato chiesto più volte se avessi intenzione di sposarmi e avere figli e se fossi alla ricerca di un lavoro stabile.

In ogni caso ho risposto in maniera positiva e il Datore di lavoro ha esordito “Perché se è alla ricerca di un’esperienza o vuole un figlio a breve per noi non è il candidato giusto”.”

Delia T.

Purtroppo, capita ancora troppo spesso che durante questi colloqui vengano poste delle domande che non sono lecite né appropriate, per questo riteniamo che sia importante capire come identificare quali sono queste domande e  gli eventuali campanelli d’allarme, per aiutarvi a rispondere in modo corretto e rispettoso.

Partiamo dalle domande che per la Legge Italiana e Europea non sono legali, ed è importante sapere quali sono per poter reagire nel modo più corretto possibile.

Queste domande sono:

  • Ha intenzione di avere dei figli? O ha già figli?
  • Di che nazionalità è? / Qual è la sua nazionalità?
  • È religioso/a? Quali festività celebra?
  • Qualsiasi domanda che fa riferimento ad un partito politico e/o sindacato.
  • Qualsiasi domanda che fa riferimento al vostro stato psicologico.

“Mi è stato innanzitutto chiesto se fossi fidanzata e convivessi. Poi il mestiere del mio ragazzo e dei miei genitori. Presa alla sprovvista ho risposto, pentendomene subito dopo. In ogni caso non ho ottenuto quel lavoro.”

Annamaria D.

Queste domande sono domande private e violano la sfera personale, perciò sono tutelate da regole precise attraverso lo Statuto dei Lavoratori L.300/1970 ed il Codice delle Pari Opportunità Dlgs. 198/2006

L’Art.8 dello Statuto dei Lavoratori recita: “è fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

L’Art. 27 del Codice delle Pari Opportunità vieta esplicitamente di chiedere se si è fidanzati, sposati, se si hanno figli o se si ha volontà di averne. Domanda, che viene spesso rivolta alle donne durante un colloquio professionale. Questo divieto ha lo scopo preciso di evitare ogni possibile discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro sia essa subordinata o autonoma, o in qualsiasi altra forma.

Ed infine, l’Art. 37 della Costituzione vieta espressamente ogni disparità di genere e impone al datore di lavoro di organizzare la propria impresa evitando qualsiasi discriminazione nei confronti dei proprie dipendenti, sia in sede di accesso al lavoro sia durante lo svolgimento del rapporto professionale.

“Mi è stato chiesto: perché hai scelto l’Accademia X che é vecchia rispetto a quella Y che invece è più smart, avanzata e più glamour ?

Ho risposto che era quella che ritenevo valida e che non scelgo il mio percorso di studi in base alla fama. Ho poi chiesto quanto questo pesasse sul giudizio, perché se così fosse stato avrei interrotto in quel momento il colloquio. Ho ottenuto poi il lavoro e mi sono licenziata dopo 3 mesi.”

Gaia S.

Come rispondere se vi pongono queste domande?

Non c’è una risposta universale. Per legge, essendo queste domande non lecite, non siete tenute a rispondere direttamente. Trovandovi sempre in ambito professionale però, il nostro consiglio è quello di agire nel modo che ritenete più consono per voi stesse

Se queste domande non vi toccano troppo, vi sentite a vostro agio e sentite che potete continuare l’intervista con calma e chiarezza, potreste fuorviare la domanda senza perdere le staffe, continuando a rispondere restando neutrali. Oppure, potreste far notare l’illegalità delle domande poste, cercando anche di capire se l’interlocutore è un membro dell’azienda in questione e in quanto tale rappresenta (o meno) i valori dell’azienda stessa. Vi ricordiamo, infatti, che a volte i colloqui possono essere condotti da un membro HR esterno, possibilmente più impreparato. 

Se invece vi trovate in una situazione di disagio e trovate inammissibile l’atteggiamento del vostro interlocutore, potreste concludere il colloquio prima del dovuto. Senza scusarvi e senza sentirvi in dovere di giustificare l’accaduto, ricordatevi che non siete voi in torto. Non avete fatto nulla di male.

In una situazione del genere, è sempre importante chiedersi se l’opportunità presentatasi e i valori dell’azienda in questione sono allineati con i vostri valori personali. Quanto questo atteggiamento potrebbe influenzare la vostra performance lavorativa? Quanto siete disposte a compromettere?

Fate sempre quello che ritenete più giusto per voi e per i vostri obiettivi.

Ti sei ritrovata in una situazione simile e vorresti raccontare la tua esperienza?

Scrivici a ciao@grls.it per raccontarci la tua testimonianza.


Le ultime novità di Instagram

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Si è appena conclusa la prima Creators Week: la serie di eventi dedicati allo sviluppo professionale della community di Creators di Instagram e Facebook. Con un programma di tre giorni, Instagram ha deciso di collaborare con i creators emergenti più brillanti per discutere novità, consigli e nuove risorse.

L’obiettivo? Quello di educare i creators di tutto il mondo su gli ultimi lanci prodotto, le nuove guide per crescere su Instagram e offrire nuove fonti di ispirazione!

Abbiamo pensato di creare un recap con tutte le ultime novità e le informazioni più importanti di questa piattaforma.

Like o No Like?

L’opzione di nascondere i like è finalmente attiva e aperta a tutti, sia su Instagram che Facebook. Ogni profilo può infatti decidere se nascondere il conteggio dei like o lasciarlo visibile, dando l’opportunità all’utente di scegliere. Questa funzionalità arriva dopo qualche anni di test e parecchio feedback ricevuto dalla community. Che sia la volta buona che gli utenti non si fanno influenzare dalla quantità di like già ricevuti?

 

Insights dei Reels e delle Live

I reel stanno cambiando e con l’arrivo degli Insights si possono finalmente monitorare i data e la performance dei Reel. Da qualche settimana, infatti, si possono finalmente leggere, raccogliere e analizzare i dati dei Reel pubblicati, in modo tale da prendere delle decisioni più mirate e dirette per quanto riguarda la vostra strategia. 

Ma, soprattutto, la notizia più sconvolgente è che arrivano gli insights anche per le live dandoci finalmente la possibilità di capire quante persone hanno guardato la live e quante persone abbiamo raggiunto nel “picco” delle visualizzazioni. 

BONUS: Sembrerebbe anche che Instagram voglia seguire TikTok e permettere di aggiungere la feature ‘Text-To-Speech’ che permetterà di aggiungere testi trascritti direttamente nei video.

Svelato il mito del algoritmo

Ogni singola feature dell’app funziona in modo completamente diverso: Feed, Reels, Hashtags, ognuno di questi usa sistemi diversi tra loro, in base a come gli utenti utilizzano la piattaforma. Dalle ricerche, infatti, emerge che le persone tendono a controllare quello che fanno i loro amici nelle Stories, ma quando vogliono cercare nuovi brand e/o contenuti utilizzano di più l’Esplora. Per questo Instagram ordina i contenuti in modo diverso in base al contesto, in modo tale da  sfruttare il tempo di ogni utente.


Ma come funziona l’algoritmo?

Nel Feed e nelle Stories, Instagram da priorità ai contenuti che piacciono di più alle persone, in base ai contenuti con cui ha interagito l’ultima volta che ha effettuato l’accesso. Allo stesso tempo, però, Instagram cerca di essere il più attento possibile alle tempisitiche, per questo non mostra post che sono vecchi di due settimane.

Nel Feed di solito si trovano i contenuti degli ultimi giorni mentre, nelle storie, si vedono solo i contenuti delle ultime 24 ore. Questo significa che, per i Creator, il consiglio è quello di  creare (e pubblicare)  sì con una certa frequenza, ma pur sempre rimanendo uniche grazie a contenuti di valore.

Qualità > quantità, parola di Instagram!

 

Monetizzazione per i Creators

I Creators sono in grado di monetizzare live grazie ai “badges” ovvero la nuovissima possibilità di ricevere, durante le dirette, delle donazioni di soldi da chi ti supporta. Alla fine, sarai in grado sia di vedere chi ti ha supportato che la cifra totale.

BONUS: Se sei un Creator, Instagram sta offrendo anche un incentivo – Badges Milestones – ad account selezionati per provare questa nuova feature; permettendo di ricevere $100 dollari per ogni live realizzata della durata di minimo 15 minuti.

Aggiornamento sui pregiudizi razziali

A settembre 2020, Instagram ha dato vita all’Equity Team: un nuovo team che si concentra sulla creazioni di prodotti giusti ed equi. Questo Team lavora a stretto contatto con il Team di Facebook responsabile dell’Intelligenza Artificiale, per garantire equità a livello di algoritmo.

Dopo un’ondata di contenuti censurati “senza motivo” (tanti utenti hanno verificato una censura dopo aver pubblicato post e storie con riferimenti politici, il più delle volte pacifici; la prima volta è successo a Giugno 2020 dopo il Black Lives Matter) Instagram ha rilasciato uno statement confermando l’affidamento di nuove misure per eliminare pregiudizi e discrepanze razziali nei confronti di Creators che hanno utilizzato la piattaforma per condividere contenuti educativi e d’impatto.

BONUS: Instagram ha anche annunciato la possibilità di filtrare i messaggi privati automaticamente (DM), per rilevare le richieste contenenti messaggi offensivi e/o abusivi. Questo strumento si concentra soprattutto sulle richieste, che spesso contengono messaggi da troll.

Altri novità (rumors) che non sono ancora stati confermate:

  • La possibilità per i creators di avere uno shop e vendere su commissione, merchandising e creare dei badge con link affiliations; questa darebbe la possibilità di venire pagato per la promozione di campagne o collaborazioni con brand.
  • Si vocifera anche il possibile lancio di “Bonuses” ovvero incentivi monetari legati ai Reel; ancora non si sa come, ma sembra che Instagram stia puntando molto su questo tipo di contenuto.

Se questa guida ti è piaciuta e vuoi saperne di più, qui puoi scaricare una copia dell’ultimo Instagram Insider, una report completo della Creators Week!


Funnels: Cosa sono e come usarli al meglio

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Quante volte vi è capitato di lasciare i vostri contatti per ricevere un freebie o un codice sconto? No shame, capita a tutte. Questi stratagemmi, come altri, non sono altro che strategie di vendita che fanno parte di un funnel. 

 

Che cos’è un Funnel?

Funnel, in inglese, significa ‘imbuto’. Immaginatevi proprio uno ‘scivolo’ che porta dal punto A a B. L’imbuto ha la caratteristica di avere un collo ampio per poi restringersi alla fine.

Il termine e concetto di funnel non è così moderno come si possa pensare. Viene, infatti, introdotto per la prima volta alla fine del 19imo secolo da Elias St. Elmo Lewis che fu il primo a definire il modello ‘AIDA’ che si divide in quattro step: Attenzione, Interesse, Desiderio e Azione (in inglese: Awareness, Interest, Desire and Action). Questo modello venne ripreso da E.K. Strong negli anni ‘20, che lo fece diventare il modello di riferimento nella pubblicità dell’epoca.

Fun fact: questa struttura venne prima introdotta come strategia di vendita telefonica, ma trovò presto applicazione nel mondo della pubblicità e marketing grazie al suo successo immediato.

Il Funnel divenne quindi un emblema dell’esperienza di vendita: i brand ne capirono subito l’importanza della sua applicazione e tutt’ora, i funnel sono strumenti importantissimi che guidano i clienti nel processo decisionale.

La sua struttura cambia con il tempo, infatti il modello AIDA stesso ha presto rivelato i suoi limiti ma è tuttora un esercizio ed uno strumento utile per aiutare a mappare l’esperienza utente: dal momento di attenzione generale, ovvero l’esposizione alla massa, per arrivare all’azione vera e propria: ovvero la nicchia di clienti fidelizzati.

Non è un caso che venga sempre rappresentato da un imbuto diviso in sezioni che descrivono azioni e atteggiamenti molto precisi. Si basti pensare alla nostra esperienza diretta con un brand o un prodotto nuovo: all’inizio ne sentiamo parlare passivamente, se cattura la nostra attenzione, ce ne interessiamo e iniziamo ad interagire attraverso i social e vari canali di comunicazione. In questo modo iniziamo a capire come il prodotto possa coprire un vero e proprio bisogno, ed entriamo nel suo funnel di vendita finché non veniamo convertiti al prodotto e lo acquistiamo.

E non finisce sempre bene: se non siamo i clienti ‘giusti’ o se il brand non ha saputo essere chiaro nella sua comunicazione, FINIAMO per andare altrove, talvolta da un brand competitore o ci rendiamo conto che il prodotto non soddisfa un nostro bisogno.

 

Ma cosa c’entrano i Freebie e i codici sconto?

Questi lead magnet (letteralmente: calamite per attrarre clienti) sono delle vere e proprie tecniche utilizzate per generare interesse e farci entrare in un funnel: che sia la vostra influencer preferita, o il brand che volete assolutamente provare, entrambi usano funnel di vendita per convertire ed arrivare ai propri clienti ideali.

Il concetto di cliente ideale è un concetto chiave quando si parla di questo: conoscere a chi ci rivolgiamo non aiuta solo ad arrivare alle persone ‘giuste’ (cliente ideale) ma facilita l’esperienza. Infatti, ogni sezione del nostro funnel deve rispondere a vere e proprie esigenze, che fanno diretto riferimento all’esigenze dell’utente stesso.

È essenziale capire quali sono i bisogni (fisiologici e non) del cliente e rendere l’esperienza di vendita più efficace possibile.

Capita anche che i freebie, o i codici sconto, diventino specchietti per le allodole: ovvero tecniche per attirare l’attenzione di più persone possibili e per incentivare l’obiettivo di vendita finale, che in questi casi, ha finalità puramente quantitativa.

Ma ricordatevi che senza una vera e propria strategia di fidelizzazione, queste attività sono fine a se stesse e perciò è sempre meglio capire come creare una comunicazione di qualità che dia valore al potenziale cliente. Un valore che talvolta non è né quantificabile né misurabile istantaneamente. Quindi, bisogna sapere dare il giusto peso a ciascuno degli step e saper offrire micro-soluzioni a seconda di cosa hanno bisogno i clienti.

 

Come utilizzare un funnel

Al contrario deL modello AIDA, i funnel più moderni tengono presente la community e l’esperienza utente sin dalla  prima iterazione per poi arrivare alla parte di fidelizzazione finale. 

Il funnel va modificato e creato a seconda delle esigenze e dei servizi proposti. Per le aziende che offrono servizi o consulenze, un modo efficace è quello di rilasciare un’informazione o una risorsa attraverso un ‘freebie’ (ovvero gratis) che viene regalato agli utenti, in cambio dei loro dati e  di un loro impegno iniziale. Il ‘freebie’ è un’opportunità per far capire al cliente ideale cosa viene offerto come servizio ma è anche un ottimo modo per dimostrare la propria esperienza di settore, dando peso alla propria conoscenza e studiando un programma dedicato (funnel) per convertire un utente in un cliente.

Una volta condiviso il freebie, la lista di persone che hanno ricevuto il freebie diventa un’ulteriore opportunità per far conoscere agli interessati,  tutti i servizi o i prodotti offerti. Molti sicuramente lasceranno perdere ma altri apprezzeranno quello che state facendo e si interesseranno a ulteriori informazioni.

Queste strategie di vendita sono incredibilmente utili per mappare la reazione dei clienti e per definire il proprio posizionamento. I funnel devono rappresentare una serie di azioni strategiche per convertire un estraneo in un cliente.

 

Cosa fare una volta che avete convertito i clienti

L’errore più comune è pensare che una volta convertiti in clienti, il lavoro sia fatto e invece no, è proprio qui che è importante creare un programma di fidelizzazione  che faccia sentire le persone accolte, ascoltate e coccolate.

La community è il modo più bello e umano per creare un network di contatti che agiscono come brand ambassador e che passando la parola, introdurranno il vostro prodotto o servizio ad altre persone.

Nutrite queste relazioni, e i vostri funnel saranno a prova di cliente


Come usare i social per il vostro brand

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Se siete presenti sui social ma non sapete come sfruttarli al meglio per promuovere il vostro brand, non siete sole, tranquille.

Prima di dilungarmi nei dettagli, ci tengo a precisare che i social sono un ottimo strumento per arrivare alle persone, ma come tutto, hanno bisogno di un strategia chiara che vada a collaborare e supportare il vostro business. 

Perché diciamocela tutta, se il vostro business plan ha qualcosa che non va, non sperate che i social vi risolvano i problemi. Certamente, potete utilizzare queste piattaforme per eseguire le vostre ricerche di mercato, e definire l’idea di prodotto o servizio che volete offrire, ma non pensiate che sia così semplice creare una community di persone fedeli.

Noi generazioni Y, Z e Millenials siamo cresciuti con i social, li abbiamo visti evolvere, passando le ore su MSN, MySpace, Tumblr e continuando ad interessarci e provare le ultime novità (Clubhouse incluso – trovare l’articolo qui). Quando parliamo di business e social, è importante capire quali piattaforme usare per avvicinarci al nostro cliente ideale.

Arriviamo quindi al primo punto: è importante capire quali sono le piattaforme ideali per quello che stiamo facendo e, soprattutto in partenza, creare una presenza forte e unica su una o due piattaforme hero, e poi con il tempo, espandere la vostra strategia.

Questo ci permetterà non solo di semplificarci la vita, che è essenziale in una fase di lancio e inizio, ma proprio focalizzare le vostre energie e i nostri contenuti per sfruttare al meglio il mondo social.

Ma quali sono le piattaforme giuste?

Diciamo che ogni piattaforma ha i suoi pro e contro. Il bello dei social è che la creatività non ha veramente limite, basta capire come creare contenuti di valore che valorizzano la vostra immagine e il vostro progetto. Ci tengo a precisare che di non farlo tanto per esserci (FOMO). Fatelo perchè avete qualcosa da dire (vi ricordate quando vi ho parlato di missione?) e perchè credete nell’importanza di creare relazioni umane con una community online. 

E quindi se dovessi sintetizzare le piattaforme, direi che:

Facebook è forse passato un po’ moda, ma non dimenticatevi che ha tante diverse potenzialità e sfaccettature. Dal collegamento con il vostro e-commerce, alla creazione di eventi e persino gruppi chiusi per gestire la vostra community. 

Lasciate stare gli stati o aggiornamenti TMI (=Too Much Information) giornalieri, e pensate al tipo di contenuto che il vostro cliente ideale consuma e a come volete posizionare il vostro prodotto o servizio nel mercato. 

Instagram è ideale per chi ha una visual identity forte e usa contenuti con immagini, video e grafiche d’impatto. Ma è anche molto utile per chi ha un personal brand, e non ha paura di esporsi in prima persona.

Pensate al vostro target di riferimento e a come consuma contenuti, questo vi aiuterà a capire come dare un’informazione chiara sfruttando i molteplici usi di Instagram (reels, live, guides, carousels ecc…).

Nota: se volete fare chiarezza su marca personale VS marca e su quali sono gli elementi essenziali per un brand, vi consiglio di rileggere i due post della rubrica.

Pinterest è un cross tra un social e un motore di ricerca, infatti è ottimo sia per chi offre un servizio che per chi vende un prodotto. La piattaforma infatti da la possibilità di salvare pins che si collegano ad un blog, e-commerce o link specifico (CTA chiaro!). 

Al contrario di Instagram, Pinterest vi permette di promuovere il vostro business senza creare grossi problemi, vi consiglio di fare un profilo business, e spulciare tra le tante risorse per aiutarvi ad utilizzare questa piattaforma al meglio.

Twitter è puro divertimento, una piattaforma per coloro che non hanno tanto tempo da perdere ma che vogliono stare aggiornati con le ultime notizie, e farsi una risata in pausa pranzo. 

Se il divertimento e le battute sono caratteristiche importanti per il vostro brand, ti consiglio di farci un pensierino. È ottimo per fare customer service e consigliatissimo per marche personali che hanno tanto da condividere, ma non il tempo per creare contenuti più costruiti.

YouTube ha una potenzialità unica, essendo stato tra i primi ad offrire un servizio video e non avendo grossa competizione (a parte TikTok recentemente). Offre un servizio molto chiaro e diretto, ed è entrato nelle vite di tutti (chi non conosce YouTube?!). 

Se vi piace documentare le vostre giornate con video, o se avete la possibilità di collaborare con un professionista che gira video di qualita’, YouTube fa al caso vostro. E se il vostro target di riferimento usa questa piattaforma, ma nessuno dei vostri competitori lo fa, fateci un pensierino (o sfruttate YouTube influencers!).

Le piattaforme a nostra disposizione sono davvero tante, non le ho menzionate tutte perchè la lista è lunga. Quando usate al modo giusto, vi danno la possibilità di fare storytelling e fidelizzare i vostri clienti.

Ricordatevi che tutte queste piattaforme hanno un loro target demografico di riferimento, quindi sta a voi capire dove sta la sovrapposizione con il vostro target ideale. 

Esempio pratico: se vendete magliette in cotone riciclato, e avete un’idea di estetica, e le vostre immagini rappresentano una categoria giovane e il vostro cliente di riferimento è la Gen Z, la vostra piattaforma hero potrebbe essere Instagram, perche vi dara la possibilita di creare dei contenuti adatti a chi vi segue e vi metterà davanti al vostro cliente ideale.

Una volta identificata la piattaforma hero, dovete creare un piano editoriale che coincida con gli obiettivi del vostro business. Il piano editoriale farà in modo che tutti i contenuti pubblicati attraverso le varie piattaforme rappresentino il vostro prodotto, la vostra storia e i clienti cha fanno parte del vostro brand, con un tono di voce e una presenza unica al vostro brand. 

Per aiutarvi a fare chiarezza, scaricate questo esercizio:


Perchè tutti vogliono entrare su Clubhouse

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Sono su Clubhouse da poco più di due settimane, e ho avuto modo di ascoltare ed interagire con diverse conversazioni. Per ora, ho partecipato ad una stanza davvero interessante ed è stata l’unica volta che ho ascoltato per più di un’ora (tornerò su questo più tardi perché il progetto è stato organizzato per una buona causa).

Da vera digital nerd come sono, sono sempre molto entusiasta quando qualcosa di nuovo, è in uscita. Non appena ho sentito parlare di questa nuova piattaforma a dicembre, sapevo che volevo farne parte per poter viverla in prima persona, e per capire l’hype del momento.

Cos’è Clubhouse?

Clubhouse è una nuova app lanciata da Alpha Exploration Co. che permette di condividere ed interagire con altri utenti solo tramite formato audio. Pensate ai messaggi vocali, ma portati ad un livello completamente nuovo. Attualmente, è solo disponibile per il sistema operativo iOS (strategicamente o per scelta?!) e si può solo accedere tramite invito.

la partecipazione tramite invito forse è la parte che mi convince meno, perché la rende meno accessibile e molto preferenziale: infatti, per i primi mesi di lancio dell’app, solo grandi influencer o nomi importanti del business (soprattutto americano) hanno avuto modo di farne parte. Mi ricordo di aver visto Sophia Amoruso condividerla per prima e quello che ho pensato subito è stato: “Sarebbe bellissimo parlare direttamente con lei!” (in un momento di fangirl estremo, lo so).

Il team di Clubhouse ha infatti confermato che l’app è solo aperta in modalità beta, che spiegherebbe il suo accesso limitato, a dicembre 2020 è stata valutata 100 milioni di dollari ma già  il 21 gennaio 2021, la valutazione ha passato il miliardo di dollari americani. 

Negli ultimi due mesi infatti c’è stata una vera e propria esplosione di utenti che ha portato all’incremento della sua diffusione, iniziando a far entrare persone più comuni e pertanto, aumentando anche la sua popolarità, tutto questo in meno di un anno visto che Clubhouse è stata lanciata ad aprile 2020.

Cosa mi piace di Clubhouse

Come prima cosa, mi interessa molto capire la sua potenziale crescita, anche per osservare come verrà utilizzata in modo più creativo e inclusivo.

Mi piace molto il fatto che dia la stessa possibilità a tutti gli utenti di iniziare da capo, sia come profilo che con i followers. Quando sono stata invitata, nessuno del mio network ne faceva parte. Gli unici due contatti sono stati una mia amica di Berlino che si occupa di relazioni internazionali, e le ragazze di HerCapital da New York, con cui lavoro.

Ed è proprio questo che ci tengo a far notare: Clubhouse permette di connettersi con qualsiasi persona, senza dover per forza avere un legame antecedente o senza dover generare un particolare tipo di contenuto per poter arrivare a qualcuno.

Nell’ultima settimana ho avuto modo di vivere e osservare un fenomeno molto ironico e anche un po’ ipocrita: essendo io un expat italiana all’estero e un’esperta di comunicazione digitale, è normale che sia esposta a questo tipo di novità. Nessuno dei miei contatti italiani ne conosceva l’esistenza e l’unica persona che è stata la prima a parlarne tra i profili che seguo, è stata la carissima Debora Dusina, anche lei esperta di digital, che da anni si batte per un progetto digital culturale ed educativo con la sua community. 

Durante i primi giorni dell’arrivo dei primi profili italiani, abbiamo proprio avuto modo di osservare come i ‘grandi’ influencers, giornalisti ed esperti di social e di digitale si siano tirati dentro l’un con l’altro cosa che effettivamente mi ha fatto riflettere sull’importanza e sull’influenza dei vari network e delle  “conoscenze giuste”. Ma tornerò su questo punto più tardi.

Con Clubhouse ti viene data la stessa opportunità di entrare in conversazione con le persone che segui su altre piattaforme, e con cui non hai mai potuto avere un dialogo onesto e diretto. In questa app, siamo tutti sullo stesso livello e quindi sta proprio a noi usare i medesimi strumenti in modo unico e personale.
Non ci sono algoritmi che ci impediscono di partecipare (anche se in questi giorni ne sto sentendo di ogni a riguardo) e quindi -come utente- diventiamo il nostro unico ostacolo.
Si, siamo esposti ai diversi argomenti e alle conversazioni organizzate da persone che potrebbero avere interessi o esperienze simili, però se vogliamo partecipare solo come spettatori, lo possiamo fare, sapendo che ci viene data anche la possibilità di intervenire direttamente ed offrire il nostro punto di vista. Live. Senza filtri. Tutto questo sta mettendo alla prova la vera intelligenza e conoscenza delle persone. 

Un altro aspetto che mi piace molto è la possibilità di organizzare eventi e/o stanze in anticipo, il che ci permette di poter darci degli appuntamenti periodici e organizzare eventi fissi con il resto degli utenti – che è un grandissimo vantaggio soprattutto per i brand che vogliono arrivare ad un nuovo pubblico (obiettivo diventato molto difficile su altre piattaforme). Ma forse questi sono dettagli che piacciono alla project manager che c’è in me.

Mi ha ricordato tanto quello che abbiamo vissuto l’anno scorso con il picco di utilizzo di app come Houseparty e Zoom (ma anche con le Live di Instagram) all’inizio della prima quarantena, che ci hanno dimostrato quanto bisogno hanno le persone di sfruttare strumenti pratici per poter creare quell’interazione umana che è venuta a mancare fisicamente per via delle varie restrizioni.

Abbiamo tutti una gran voglia di partecipare, condividere e sentirci legati l’un con l’altro.

La conversazione più bella a cui ho partecipato su ClubHouse è stata la lettura della saga di Harry Potter, un evento durato per più di 7 giorni non-stop, organizzato da Pedro Chavez, un avvocato che si batte per l’immigrazione, e che ha sfruttato questa piattaforma per poter raccogliere fondi per il suo progetto Fear of Return, una non-profit che alloca rifugiati a legali professionisti. 

La stanza è stata gestita per una settimana, senza fermarsi, grazie all’aiuto di moderatori e collaboratori che hanno dato il cambio a Pedro e hanno fatto a turno con la lettura dei libri. Non solo è stato magico partecipare (anche se solo per poco) ma è stato un vero e proprio esempio di come questa nuova app può davvero unire le persone con rispetto, facendole sentire parte dello stessa causa.

Cosa non mi piace di Clubhouse

Non condivido il voler essere molto elitario e selettivo, che comporta alla creazione di stanze noiose dove vengono portate avanti le stesse conversazioni create su altre piattaforme. E con il termine elitario faccio proprio riferimento al tipico gruppo di persone privilegiate dominate dal classico uomo bianco che parla di se stesso, e sfrutta qualsiasi canale per poter parlare di sé e venderti il suo prodotto. Perché farne parte se non vuoi confrontarti con persone che non fanno parte del tuo tipico circolo di conoscenze? Il punto di questa piattaforma è proprio uscire dalla nostra comfort zone e avere qualcosa da dire, in stanze piene di estranei.

Non mi piace nemmeno che la maggioranza delle stanze si occupi di digitale, marketing e business nel modo più tradizionale e pretenzioso. È sicuramente dovuto al fatto che essendo una nuova piattaforma, chi lavora nel settore come me è esposto alla novità e naturalmente, il topic del momento è questo. Pero di nuovo, se volessimo parlare del solito growth hacking, o strategie digitali e non, ne parleremmo su LinkedIn o su Instagram. Gran parte delle stanze hanno la stessa energia che ha saturato il resto delle piattaforme. Senza entrare a parlare del boom di business coaches or coach delle varie nicchie.

Il che mi porta anche a discutere sulle lunghissime Bio e descrizioni dei vari profili che fanno molto CV/ elevator pitch. Ok che la piattaforma ti permette di collegare profili Twitter e Instagram, ma non c’è ancora la possibilità di poter includere una CallToAction chiara per connettere un link diretto ai veri e propri servizi professionali. La maggioranza sta sfruttando questo spazio per vendere e offrire i propri servizi, e nonostante io apprezzi la chiarezza nel riuscire a comunicare e riassumere esperienze lavorative e non rilevanti in uno spazio molto limitato, lo trovo anche un tentativo esagerato ed estremo. Usiamo questo nuovo strumento per parlare, ascoltare ed interagire. 

La nostra presenza vocale farà la differenza, e il mio consiglio è proprio quello di focalizzarci sugli argomenti che ci appassionano ed emozionano, per sentirci in grado di sostenere una conversazione non strutturata e più naturale. Non è un caso che le stanze (room) che mi sono piaciute di più siano state anche le più intime e più personali.

Quali saranno le novità per Clubhouse

Dato il successo molto rapido dell’app, è solo questione di tempo finché diventerà disponibile e accessibile a tutti. Mi piace l’idea che più persone saranno in grado di partecipare e aggiungere valore, soprattutto per chi normalmente non si sente in grado di poter intervenire e partecipare in conversazioni, per vari motivi (timidezza? Sicurezza? Responsabilità ecc). Mi interessa anche capire e vedere come l’app troverà modo di monetizzare le diverse stanze e divulgare eventi o conversazioni con un pubblico più grande, anche al di fuori dell’app stessa. 

Basti vedere quello che è successo in America con la partecipazione di Elon Musk in una stanza la scorsa settimana, e con i vari partecipanti che si sono subito attivati per diffondere la stessa conversazione su altre stanze, contemporaneamente.

Io personalmente mi sono iscritta per interessarmi, ispirarmi (ascolterei la gente per ore) e sfidarmi in prima persona, attivandomi in stanze con persone che non hanno necessariamente un’esperienza simile alla mia o condividono le mie stesse conoscenze in ambito e viceversa!

Non vedo l’ora di buttare giù le barriere e poter ospitare conversazioni sul design, il ruole delle donne nelle industrie creative e condividere opinioni rilevanti con qualunque persona che rispetti questo spazio e nuovo medium di comunicazione.

E quindi la domanda è: ci siete su Clubhouse? Cercatemi @gretabeccarello, perché con il resto della redazione stiamo organizzando delle stanze a prova di GRLS!


5 elementi indispensabili per il tuo brand

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Bentornate! Vi siete riprese dalle feste?

Nell’articolo precedente ho introdotto il concetto di brand o marca, parlato della differenza tra una marca e una marca personale, e vi ho brevemente presentato i concetti di visione, missione e Golden Circle. 

Quante cose vero? Tranquille, lo scopo di questa guida è proprio quello di aiutarvi a capire come utilizzare e sfruttare al meglio questi esercizi di branding, in modo che possiate utilizzarli per il vostro business o per definire la vostra nuova strategia.

Vi siete ricordate di compilare l’esercizio finale tra una fetta di panettone e l’altra?
Che siate un brand alle prime armi o un brand già avviato, vi sarà utile e pratico farlo per aiutarvi a capire quali saranno i prossimi passi.

Ci tengo a precisare che gli elementi elencati non sono in ordine di importanza, perché ognuno di noi ci arriva in tempi diversi. Alcune di noi hanno un nome prima di avere un’idea chiara del prodotto o servizio finale, o al contrario, alcune hanno definito i dettagli del business ma non sono chiare su come chiamarlo e posizionarlo sul mercato.

L’importante è che riusciate ad identificare di cosa avete bisogno e che troviate degli spunti per avanzare con la vostra idea. Usate questo articolo come una checklist o come framework di riferimento!

1.  Trovate il nome perfetto

Perfetto è forse un aggettivo molto forte, ma il nome è una delle parti più difficili da trovare, è sicuramente quella che viene presa in discussione il più delle volte. È davvero molto importante riuscire a dar nome al nostro progetto nel modo più semplice e conciso possibile, ricordatevi che il nome è una delle prime esperienze che il vostro target di riferimento avrà con il vostro brand. Dev’essere chiaro, facile da ricordare e da identificare. E soprattutto, dev’essere unico!

Piccolo consiglio: se non avete ancora trovato un nome che vi soddisfi, a mano, o su Excel, scrivete tutte le parole che vi passano per la testa, fate una cernita e chiedete ai vostri amici o colleghi più fidati di darvi un feedback iniziale.
Cercate di cogliere come queste persone reagiscono al nome e al progetto, e restringete il cerchio finché non trovate un nome che vi soddisfi al 200% e che rispetti il progetto, ovviamente!

2. Create un’identità

Una volta identificato il nome, si passa alla parte più creativa e più eccitante: la creazione dell’identità visiva. L’identità visiva comprende tutti gli elementi visibili del vostro brand: i colori, il logo, la scelta di determinate immagini, la tipografia e eventuali forme. È molto importante sviluppare un’identità per rappresentare, raccontare e condividere il vostro brand e fidelizzare il vostro target.

Vi consiglio di trovare un* grafic* che sia in grado di capire la vostra idea e di dar vita al vostro progetto. Affidatevi ad una persona di competenza, possibilmente un* espert* di branding; è altrettanto importante mantenere coerenza tra la parte visiva e la parte strategica del vostro progetto. Se fatto bene, la vostra identità sarà in grado di comunicare i valori del brand, i suoi obiettivi e la sua storia.

Nota: se siete alle prime armi, e non avete il budget per poter commissionare un* espert*, non vi preoccupate. Potete iniziare creando dei moodboard visivi con esempi di brand e identità che vi piacciono, in modo che, quando sarete in grado di fare il prossimo passo, sarete in vantaggio.
E non abbiate paura a chiedere aiuto a chi ha più esperienza. Un ottimo modo per fare networking e farci conoscere allo stesso tempo, è di scrivere a brand founders o persone a cui aspiriamo, per chiedere consigli preziosi.

3.  Raccontate la vostra storia

Non abbiate paura di raccontare la vostra storia, perché tutte abbiamo qualcosa da condividere. Lo storytelling è il fulcro del marketing e nella strategia di comunicazione di un brand. Il modo in cui ci raccontiamo ha influenza sulle persone, aiuta le persone ad immedesimarsi con quello che facciamo, e suscita delle emozioni. Non è un caso che vi abbia parlato di marca e marca personale nel primo articolo. 

È definitivo capire se la storia che volete raccontare è la vostra, o se volete utilizzare esperienze personali (vostre o del vostro target) per costruire la comunicazione del vostro brand. Se voi siete al centro di quello che fate, e trovate naturale esporre la vostra esperienza e la vostra opinione, sarà altrettanto naturale sviluppare una marca personale. Se invece, volete salvaguardare la vostra immagine, ma avete comunque identificato un problema, sarà più semplice far leva su determinate emozioni e reazioni, e utilizzarle per creare un tono di voce unico a voi e al vostro progetto. 

Mi raccomando, il tono di voce e il modo in cui vi approcciate alle persone è fondamentale, e non può essere casuale. Nel branding più tradizionale infatti si parla spesso di Archetipi: ne avete mai sentito parlare?

Gli archetipi originali sono 12, e prendono spunto dalla filosofia di Carl Jung, e delimitano atteggiamenti conseguenti a delle necessità primordiali dell’uomo. Nel branding e marketing vengono utilizzati per posizionare determinati aspetti del carattere e approccio di un brand a seconda di come vuol essere rappresentato. È un concetto molto più vasto, e molto interessante, se vi fa piacere, potrei approfondirlo separatamente.

4.  Che impronta volete lasciare?

Altrettanto indispensabile e utile è avere molto chiaro come vogliamo essere rappresentati e come vogliamo che le persone si ricordino del nostro brand. Che voi offriate un servizio o un prodotto concreto, dovete sempre pensare come il vostro target di riferimento, perché saranno proprio loro che diventeranno i rappresentanti del vostro brand.

Il vostro cliente si chiederà questo:

Come mi fa sentire questo brand? Come mi fa apparire? E Come mi aiuta?

Similmente, queste domande ve le siete poste quando avete iniziate a lavorare sul vostro business plan. Dimenticatevi di quello che volete fare voi, e pensate a chi volete colpire!

5.  Posizionatevi strategicamente!

E per ultimo, ma non per importanza, è il modo in cui vi volete posizionare nel mercato. Anche per questo, c’è molto overlapping con il lavoro fatto a priori (o parallelamente) nel vostro business plan.

Adesso dovete capire quali sono gli obiettivi che vi volete imporre e quali sono gli strumenti giusti da utilizzare per condividere il vostro brand con il resto del mondo.

Forse avete deciso che Instagram è la piattaforma ideale per voi, ma attente: crescere su Instagram è diventato decisamente molto più difficile rispetto a qualche anno fa. E povero algoritmo, non è solo colpa sua. Selezionate quindi le piattaforme che fanno più al caso vostro e del vostro target.

Ritornate al vostro cliente ideale: pensate a come si muove, ai suoi bisogni e ai suoi problemi. Si, problemi! Quale problema state cercando di risolvere? 

E soprattutto, cosa fate voi di diverso dagli altri? 

Un ottimo modo per individuare quali piattaforme sono al caso vostro è L’analisi SWOT, un metodo molto efficace per fare chiarezza sul vostro posizionamento VS quello dei vostri brand concorrenti.
SWOT sta per: Strength/Forza, Weakness/Debolezza, Opportunity/Opportunità e Threat/Pericolo; per ogni brand di riferimento, create una tabella e analizzate queste quattro voci, scrivendo esattamente quali sono i suoi punti di forza, di debolezza, vari obiettivi e eventuali ostacoli. 

Consiglio: Tante volte, ci si dimentica di utilizzare SWOT per la parte di digital marketing, io vi consiglio di selezionare 3-4 dei vostri brand concorrenti, e completare l’analisi per il business e per la loro presenza sui social/piattaforme separatamente. Questo vi aiuterà a capire che piattaforme utilizzare a seconda del vostro target, e di trovare spunti per la vostra comunicazione.

Se invece siete un brand già avviato, e volete cogliere l’inizio del nuovo anno come l’occasione per cambiare le cose, vi consiglio di partire proprio dalla SWOT analisi e capire come cambiare e crescere! 

Tante volte, le risposte alle nostre domande sono proprio davanti a noi!

Quanti di questi elementi fanno parte del vostro brand? Se avete delle domande in particolare, o volete capire come potete usare il branding per rafforzare il vostro business, sapete dove trovarmi!


branding & comunicazione

Mini guida al branding & alla comunicazione

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Quante volte sentiamo parlare di branding? Ma quante di voi sanno che cosa vuol dire veramente?

Gli ultimi mesi ci hanno portato a pensare e ripensare i nostri percorsi professionali e, nonostante l’insicurezza, il 2020 ha avuto un risultato positivo per tante start-up Italiane e molte di noi hanno trovato modi alternativi e soluzioni innovative per re-inventarsi e lanciare nuovi progetti.

Se anche voi avete un’idea che vi frulla per la testa, o vi siete da poco lanciate come professioniste, questa guida è stata pensata per voi. 

*Spoiler* Questa rubrica è divisa in parti, in modo da darvi il tempo di imparare, valutare e costruire il tuo brand step-by-step.

Che cos’è un brand

Il branding è una branca del mondo creativo, ma una parte del processo che viene spesso sottovalutato.

Non tutti sanno che, una marca è più di un semplice logo.

Un brand, o una marca, è un insieme di scelte che definiscono l’immagine, i valori, la comunicazione e la sua personalità, il tutto distingue un brand dalla sua diretta competizione.

In tutta sincerità, è la parte più difficile e gratificante, perché richiede attenzione, creatività, e visione.

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Una marca è quindi l’identità dell’azienda o di un determinato prodotto sul mercato. Ma prima di iniziare a definire tutti gli aspetti estetici e non del nostro brand, ci dobbiamo chiedere se quello che stiamo costruendo si riferisce ad una marca o ad una marca personale.

La differenza tra marca personale e non

Le marche personali si distinguono perché hanno una persona o una figura che rappresenta il brand, e l’attenzione si rivolge in modo diretto alla persona basandosi sulla costruzione di relazioni con il suo pubblico e i suoi clienti. Per semplificare, è il modo più efficace e più personale per raccontare la tua storia.

Costruirsi una marca personale è una strategia molto efficace perché va a rafforzare gli elementi che distinguono una persona e si basa sulla creazione di rapporti di qualità e sincerità con il suo target audience

Le marche personali sono adatte a coloro che sono disponibili a condividere la propria personalità, esperienza, e i propri valori con un pubblico, basando la propria reputazione, e di seguito anche quella del brand, su una forte comunicazione personale. Influencers, Freelancers e Founders cadono tutti in questa categoria. Esempio: Non c’è Apple senza Steve Jobs.

Parallelamente, le marche o i brand come li conosciamo, lavorano su delle basi molto simili, ma invece di avere una persona fisica che racchiude la sua immagine, hanno un sistema di identità che li distinguono.

Perché è importante avere visione & mission

Torniamo a noi, alla vostra idea e/o al vostro progetto, che siate all’inizio o che sia già avviata, la visione e la missione di quello che state creando sono due parti importantissime del vostro progetto e del vostro business plan. E non pensate che valga solo per le grandi aziende o per le marche esistenti. 

La visione è la descrizione di ciò che una marca – sia personale sia non – vorrebbe ottenere o realizzare nel futuro a medio o lungo termine. È la spinta e la guida necessaria a farti prendere determinate decisioni. Che voi siate una imprenditrice alle prime armi o un brand con grandi idee, avrete sicuramente una visione che vi spinge a fare quello che fai, e a darvi degli obiettivi.

visione-e-mission

La missione è la motivazione che vi distingue, e che si basa sugli stessi valori della vostra marca, ed è il filone che collega la vostra marca con il vostro servizio e/o prodotto. 

Sviluppare una strategia di branding significa quindi definire le modalità di condivisione della propria missione.

Ricordatevi però che, quando si parla di branding, dobbiamo parlare anche di nicchia, e di quanto sia importante avere un pubblico, ma parleremo di questo un’altra volta.

Il Golden Circle

Adesso che avete le idee più chiare sulle basi del branding, potete iniziare a definire quello che state facendo, come vi distinguete e il perché della vostra motivazione.

Questo è quello che viene chiamato Golden Circle, un principio fondato da Simon Sinek nel 2009 [se non lo conoscete, guardatevi la sua Ted Talk], che si basa sull’influenza di un brand o leader sulle persone, e l’importanza della condivisione di un perché comune che va a motivare ed influenzare le decisioni delle persone.

Non è un caso che il perché sia centrale in questo esercizio; il perché è proprio la chiave del brand, e assieme al ‘come’ e al ‘cosa’ va a racchiudere l’insieme della tua identità. Ritorneremo a questo concetto più avanti, quando parleremo di posizionamento, soluzione e nicchia.

Adesso tocca a voi

Se siete arrivate fino a qui vuole dire che siete interessate o almeno curiose di capire come definire la vostra marca e come migliorare la vostra comunicazione.

Per questo abbiamo pensato ad un esercizio che sicuramente vi aiuterà nel processo!

Scaricate questa immagine e completate le voci. 

Greta è una content & digital strategist, con branding e comunicazione al centro di quello che fa, scopri di più sul suo lavoro e contattala per una consulenza dedicata.