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OSCAR 2021: QUALCOSA È CAMBIATO

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Gli Oscar dell’inclusione, gli Oscar del politicamente corretto, gli Oscar delle donne, gli Oscar dello streaming, gli Oscar strani o “Oddscar”, come li ha chiamati il New York Magazine. Questi Oscar 2021 sono stati chiamati in molti modi ma nessuna di queste definizioni li descrive in maniera esatta e completa: sicuramente sono stati Oscar diversi e, sotto certi punti di vista, finalmente diversi.

In questo anno di pandemia, senza le mega produzioni hollywoodiane e grandi nomi di richiamo come quelli delle edizioni passate, pensiamo a: Joker, A star is born o altri blockbuster come La La land e Bohemian Rhapsody; i film più piccoli e indipendenti come Minari, Promising Young Woman o Judas and The Black Messiah, di autori più giovani e meno noti al grande pubblico, si sono fatti notare e così sono fioccate candidature a esordienti, a donne e ad appartenenti a gruppi minoritari.

Con le sale cinematografiche chiuse, molti dei film in concorso sono stati diffusi attraverso le piattaforme di streaming: 35 i film candidati per Netflix, 12 per Amazon Prime Video. Questi film sono stati visti a casa e il predominio dello streaming (o l’uscita dei film in contemporanea al cinema e in streaming) è attualmente una normalità, alla quale gli spettatori di ogni età si stanno abituando.

Queste candidature e i conseguenti premi sono quindi in parte conseguenza di più di un anno di Covid, ma, sicuramente, anche il riflesso di una transizione in atto: un passaggio dalla vecchia alla nuova normalità e dalla vecchia alla nuova Academy.

La pandemia e una nuova consapevolezza e attenzione alla realtà hanno trasformato questa 93esima edizione degli Academy Awards in un trionfo di inclusione, per artisti appartenenti a minoranze, nella categoria della recitazione c’erano infatti sei attori neri: Viola Davis e Chadwick Boseman per Ma Rainey’s Black Bottom, Andra Day per The United States vs. Billie Holiday, Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield per Judas and the Black Messiah, Leslie Odom Jr. per Una notte a Miami; due attori coreani: Steven Yeung e Yuh-Jung Young per Minari e il primo musulmano candidato come miglior attore: Riz Ahmed per Sound of Metal.

Sono stati Oscar anche più aperti ai nuovi (e giovani) autori: Emerald Fennell (Promising Young Woman) e Florian Zeller (The Father) sono al loro esordio cinematografico come registi; Chloé Zhao (Nomadland), Darius Marder (Sound of Metal), Shaka King (Judas and the Black Messiah), e Aaron Sorkin (Il processo ai Chicago 7) firmano la loro seconda regia, insomma, un’edizione degli Oscar dove non ha di certo predominato la vecchia guardia. 

Quest’anno molti dei temi trattati dai film in nomination erano fortemente legati alla realtà e a temi sociali particolarmente sentiti come le proteste legate ai diritti civili e a Black Lives Matter, al femminismo, al Me Too e alla crisi economica. Se Mank di Fincher era forse il più cinematografico tra i film in concorso, con il suo bianco e nero, con il ritratto dello sceneggiatore del film Quarto Potere e l’omaggio alla vecchia Hollywood, che funziona sempre, gli altri candidati sono stati un inno al racconto dell’esperienza soggettiva, pensiamo a Sound of Metal, un film costruito interamente sulla soggettiva sonora del suo protagonista o a The Father, che si basa esclusivamente sulla soggettività percettiva di chi sta perdendo sé stesso a causa di una malattia mentale.

Le pellicole che trattano temi sociali partono sempre dal punto di vista del protagonista che però non si chiude in sé ma è aperto all’altro (come avviene ad esempio nell’incontro-scontro fra Malcolm X, Cassius Clay, Jim Brown e Sam Cooke, i quattro illustri protagonisti di Una notte a Miami di Regina King). Il riconoscimento dei diritti infatti parte proprio dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, capire il punto di vista dell’altro e comprendere l’altrui identità. Il cinema ha sempre saputo vedere e a volte anticipare la realtà e il cinema di questi film da Oscar 2021 sa leggere il presente e sa spiegare il passato: vedere queste pellicole può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e gli altri e a costruire una mappa per orientarci nel futuro.

 

TIME HAS COME AGAIN: GLI OSCAR DELLE DONNE


Il clima di inclusione di questa edizione 2021 ha riguardato anche le donne: 70 candidate per 76 nomination in ogni settore cinematografico. Il primo traguardo: due donne registe nominate non si erano mai viste in 93 anni di Oscar. Emerald Fennell con Promising Young Woman e Chloé Zhao, con Nomadland sono passate alla storia. In particolare Zhao è stata la prima donna sino-americana ad essere candidata contemporaneamente in 4 categorie: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio.

L’unica regista a vincere l’Oscar, ripetiamolo: in 93 anni, è stata Kathryn Bigelow nel 2010 con The Hurt Locker. Quando Barbra Streisand (incredibilmente mai candidata all’Oscar per la regia) annunciò la vittoria della collega disse: “Times has come”. 

In tutti questi anni non sono mai riuscite a vincere le poche candidate: Lina Wertmuller nel 1977 (prima donna in assoluto ad essere candidata alla regia con Pasqualino Settebellezze), Jane Campion con Lezioni di piano nel 1994, Sofia Coppola con Lost in Translation nel 2003; e nemmeno Greta Gerwig con Lady Bird nel 2018. 

Quest’anno “Time has come again” e speriamo vivamente che sia solo l’inizio perché, fino ad oggi, la difficoltà che colpisce le registe non è soltanto quella di essere in scarso numero, ma il fatto che nessuna delle nominate compaia almeno per una seconda volta in nomination. Anche per registe premiate e di culto come la Bigelow o la Coppola, un grande premio, un successo commerciale o un festival non sono bastati per assicurare una seconda nomination all’Oscar, cosa che auguriamo vivamente sia a loro che alle nuove leve Zhao e Fennell. La strada è ancora lunga, ma almeno abbiamo iniziato a percorrerla.

 

I PREMI: UNA VITTORIA ANNUNCIATA E QUALCHE SORPRESA

Per quanto riguarda i premi più ambiti, in questa 93esima edizione non ci sono state grandi sorprese: miglior film e miglior regia hanno visto il trionfo del superfavorito: ‘Nomadland’ (vincitore anche ai Golden Globe e Leone d’oro 2020 alla Mostra del cinema di Venezia) e della regista Chloé Zhao. Guadagna inoltre l’ambita statuetta di miglior attrice la protagonista di questa pellicola, a metà fra il documentario on the road e il film neorealista, Frances McDormand (al suo terzo Oscar). La McDormand, che non era tra le favorite (in pole position c’erano Carey Mulligan e Viola Davis), interpreta una vedova rimasta senza lavoro che, da sola, si mette in viaggio a bordo di un camper unendosi a dei veri nomadi americani, attraverso i meravigliosi e sconfinati paesaggi dell’Ovest del Paese. Nomadland è sicuramente un film che rispecchia il sentimento di questi tempi e la precarietà del nostro presente, raccontando in modo intimo le conseguenze della crisi economica, che diviene anche crisi esistenziale. Ha conquistato la critica mondiale e il giudizio dell’Academy, convincerà anche il grande pubblico che ancora non è riuscito a vederlo? Lo scopriremo dal 30 aprile, quando sarà diffuso in streaming su Star (Disney+).

Molti si aspettavano che Nomadland si aggiudicasse anche la categoria “miglior sceneggiatura non originale”, per la quale invece ha vinto, a sorpresa, The Father, del regista esordiente Florian Zeller, che firma la sceneggiatura in coppia con Christopher Hampton.

A questo film, struggente, che racconta l’Alzheimer tramite gli occhi di un uomo che lo vive sulla propria pelle va, sempre a sorpresa, anche il premio per il “miglior attore protagonista”, al fuoriclasse Sir Anthony Hopkins. Il favorito per questa categoria era Chadwick Boseman, l’attore prematuramente scomparso nel 2020, protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom, e invece, con una delle sue migliori ultime interpretazioni, Hopkins, a 83 anni, ha portato a casa il suo secondo Oscar dopo quello conquistato per Il silenzio degli innocenti nel 1992.

I premi ai migliori attore e attrice non protagonisti hanno seguito i pronostici: Daniel Kaluuya ha trionfato nei panni di un intenso e combattivo Fred Hampton, il leader delle Pantere Nere in Judas and the Black Messiah, e Youn Yuh-Jung ha vinto per l’interpretazione dell’iconico personaggio della nonna coreana in Minari, film che parla di affetti familiari e radici: un piccolo gioiello che scalda il cuore e commuove.

Anche quest’anno il premio per il miglior film d’animazione è andato alla Pixar con Soul, un film intelligente e poetico sul jazz e sul senso della vita, mentre il premio per il migliore documentario è andato a My Octopus Teacher, toccante storia dell’amicizia tra un uomo e un polpo. Il meraviglioso polpo femmina che abita il bosco di alghe di fronte alla casa del protagonista meritava di vincere, ma in gara nella stessa categoria c’erano anche due documentari che vi consigliamo vivamente di vedere: Time (della regista Garret Bradley, miglior documentarista al Sundance Festival) un film intimo e sorprendente che racconta la lotta di una donna, Fox Rich, per ottenere la scarcerazione del marito ingiustamente condannato a 60 anni di carcere (si trova su Amazon Prime Video) e Crip Camp, il film sui diritti dei disabili prodotto da Michelle e Barack Obama (si trova su Netflix).

Vince come miglior film straniero Another Round del talentuosissimo regista danese Thomas Vinterberg (uno dei fondatori di Dogma 95 e regista di Festen), che ha fatto uno dei discorsi di ringraziamento più toccanti della serata, ricordando la figlia morta poco prima dell’inizio delle riprese. Il film, che ha per protagonista Mads Mikkelsen, è una  delle pellicole rivelazione dell’anno, audace e dal messaggio rivoluzionario. Purtroppo non sappiamo ancora la data di uscita del film in Italia ma ne sentiremo ancora parlare.

Il premio per la miglior sceneggiatura originale è uno dei più importanti, è dalla scrittura infatti, che nasce un buon film: se l’è aggiudicato la regista e sceneggiatrice Emerald Fennell (che è anche un’attrice e nella serie The Crown interpreta Camilla Parker- Bowles) con uno dei film più travolgenti dell’anno, un vero colpo di fulmine: Promising Young Woman. È la storia di Cassie, interpretata da una intensa Carey Mulligan, un’ex studentessa prodigio di medicina che lascia gli studi dopo un trauma, a cui cerca di rimediare dando la caccia ai predatori sessuali, fingendosi ubriaca o drogata, prima di dar loro una lezione. Non è un film alla Lady Vendetta, infatti non è la sete di vendetta a muovere la protagonista ma amore e lealtà, il senso estremo dell’amicizia per il quale lei si mette in pericolo di proposito. È una pellicola potente, che alcuni hanno tentato di liquidare definendolo “un film per femministe arrabbiate”, in realtà ha un messaggio importantissimo, che deve arrivare forte e chiaro a tutti e per questo noi lo vorremmo proiettato in tutte le scuole superiori, per essere visto in particolare dalle nuove generazioni, che possono così comprendere ed evitare tanti orrendi errori commessi dalle generazioni precedenti (vedi alle voci: patriarcato interiorizzato, vittimizzazione secondaria e cultura dello stupro, temi che in Italia sono così tristemente attuali anche in seguito a episodi inqualificabili, come il recente video pubblicato da Beppe Grillo). 

Tra le sorprese c’è anche il grande “sconfitto” della serata: data la sua complessità molti pensavano che sarebbe stato Mank di David Fincher a tornare a casa a mani vuote, invece, forte di 10 candidature, ha vinto almeno gli Oscar tecnici alla migliore scenografia e alla miglior fotografia; è stato invece Il processo ai Chicago 7, opera seconda di Aaron Sorkin a uscire dalla serata a bocca asciutta. A fronte di 6 nomination, il film, un “courtroom drama che parla di diritti civili e vanta un cast eccezionale, in cui spiccano Sacha Baron Cohen e Eddie Redmayne, si è arreso a Nomadland e agli altri concorrenti.

Delusione infine anche per l’Italia, che torna a casa a mani vuote. Massimo Cantini Parrini non vince per i migliori costumi e Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti non vincono per il Pinocchio di Matteo Garrone: entrambi i premi vengono assegnati a Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe. Delusione anche per la categoria della miglior canzone che vedeva in nomination Laura Pausini, Niccolò Agliardi e Diane Warren per Io sì (Seen), tratta dal film La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, ma che è andato a H.E.R. e Dernst Emile II per Fight For You per Judas and the Black Messiah.  

 

UNA NOTTE (QUASI) NORMALE

Durante il pre-show gli Oscar hanno fatto di tutto per dare una parvenza di ritorno alla normalità e per essere glamour come sempre: nessuna star è apparsa in pigiama da casa, 

Zoom e la call con la libreria (o la vetrina dei premi) alle spalle sono state abolite. I look sono stati da vero red carpet: sfavillanti e da ricordare (o dimenticare!).

Niente Kodak Theatre, ma una nuova location, allestita all’interno della Union Station di Los Angeles: la scenografia lasciava un po’ a desiderare e abbiamo quasi rimpianto le luci psichedeliche scelte da Amadeus per il Festival di Sanremo di quest’anno…Ma tutto era ridotto e non si può pretendere troppo in questo momento ancora difficile.

La platea era riservata ai soli candidati e molti presentatori (tutti attori): Angela Bassett, Halle Berry, Bon Joon Ho, Don Cheadle, Bryan Cranston, Laura Dern, Harrison Ford, Regina King, Marlee Matlin, Rita Moreno, Joaquin Phoenix, Brad Pitt, Reese Witherspoon, Renée Zellweger e Zendaya,  con pochi preamboli hanno annunciato i vincitori delle varie categorie.

Tutto è andato avanti in modo abbastanza scorrevole, senza gaffe, battute o intoppi, nelle quasi 4 ore (!) della lunga notte, quasi nessuna polemica e poche sorprese. 

Ha destato qualche perplessità l’aver deciso di anticipare l’annuncio del “Miglior Film” (è sempre stato l’ultimo premio ad essere annunciato) per lasciare nel finale i migliori attori protagonisti.

Comunque, l’importante è essere arrivati (svegli) alla fine, anche se con uno spettacolo ridotto all’osso e dei ringraziamenti davvero troppo lunghi.

 

I NOSTRI COLPI DI FULMINE E DOVE VEDERLI

Quest’anno in pochi – anche fra gli addetti ai lavori – sono riusciti tutti i film candidati e così il dibattito sui film più popolari e polarizzanti, non si è creato. Di certo potrà crearsi un commento post Oscar, visto che – proprio oggi – le sale cinematografiche in Italia riaprono e alcuni dei vincitori stanno per arrivare sul grande (o piccolo) schermo.

PROMISING YOUNG WOMAN (UNA DONNA PROMETTENTE) – (Emerald Fennel) – Uscita prevista al cinema: 29 aprile 2021

MINARI – (Lee Isaac Chung) – Uscita prevista al cinema: 26 aprile 2021

NOMADLAND – (Chloé Zhao) – Dal 30 aprile su Star (Disney+)

SOUND OF METAL – (Darius Marder) – Amazon Prime Video 

IL PROCESSO AI CHICAGO 7 – (Aaron Sorkin) – Netflix

THE FATHER (NULLA è COME SEMBRA) – (Florian Zeller) prossimamente in uscita

SOUL – (Pete Docter, Kemp Power) – Disney+

MY OCTOPUS TEACHER – (Pippa Ehrlich, James Reed, Craig Foster) – Netflix

TIME – (Garret Bradley) – Amazon Prime Video

CRIP CAMP  – (James Lebrecht, Nicole Newnham) – Netflix

TUTTI GLI OSCAR 2021

Miglior film
Nomadland

Migliore regia
Chloé Zhao – Nomadland

Migliore attore protagonista
Anthony Hopkins – The Father

Migliore attrice protagonista
Frances McDormand – Nomadland

Migliore attore non protagonista
Daniel Kaluuyah – Judas and the Black Messiah

Migliore attrice non protagonista
Yuh-Jung Youn – Minari

Migliore sceneggiatura originale
Una donna promettente 

Migliore sceneggiatura non originale
The Father

Miglior film internazionale
Un altro giro (Druk), regia di Thomas Vinterberg (Danimarca)

Miglior film d’animazione
Soul

Migliore fotografia
Mank

Migliore scenografia
Mank

Miglior montaggio
Sound of Metal

Migliore colonna sonora
Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste – Soul

Migliore canzone
Judas and the Black Messiah

Migliori effetti visivi
Tenet

Miglior sonoro
Sound of Metal

Migliori costumi
Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior trucco e acconciatura
Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior documentario
Il mio amico in fondo al mare – My Octopus Teacher

Miglior cortometraggio documentario
Colette

Miglior cortometraggio
Two Distant Strangers

Miglior cortometraggio d’animazione
If anything happens I love you


Sanremo: potevi fare di più. Un festival per Millennials… o quasi.

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Molti sostengono che il Festival di Sanremo sia un evento per boomer, in realtà, mai come quest’anno, il festival è stato un evento per i millenials: basta farsi un giro su Twitter e cercare l’hashtag #Sanremo2021 (quasi 800mila tweet nella prima serata) per capire l’importanza che la manifestazione canora ha avuto per il pubblico nato negli anni ’80 e ’90.

Non è un caso che Sanremo sia così seguito da questa generazione, come ha giustamente notato anche Eugenia Fattori su Instagram, Sanremo è uno dei pochi momenti televisivi sincronizzati in un mondo in cui tutti i prodotti mediali sono desincronizzati. Ormai non capita quasi mai che qualcuno veda le stesse cose che vanno in onda nello stesso momento, specie da quanto usiamo così tanto le piattaforme di streaming. In passato tutti guardavano le stesse cose e per questo maturavano un’esperienza culturale condivisa, mentre gli eventi che permettono di fare un’esperienza sincronizzata oggi sono pochissimi. Sanremo è l’avvenimento di spettacolo per eccellenza nel nostro Paese e una delle spinte che ci porta a vederlo è sicuramente il fatto che si tratta di un momento da condividere sui social e in generale da vivere a livello collettivo. Quest’anno in particolare, il bisogno di condivisione dell’esperienza con gli altri potrebbe esser stato acuito dalla pandemia, che ci ha separato e impedito di vivere con gli altri la quotidianità.

Sanremo tocca delle corde particolari in ognuno di noi, risveglia ricordi del passato, dell’infanzia e fa scattare l’elemento ‘nostalgia’, al quale è impossibile resistere. 

Per noi una delle cose più divertenti di queste serate è stato seguire il festival in tv e, in simultanea, il festival su Twitter, i meme e le battute su ogni singolo evento che accadeva sul palco sono stati esilaranti e hanno reso la visione delle oltre 4 ore di show ogni sera più affrontabile anche più godibile. E se Amadeus si è confermato un vero boomer, resistente ad ogni tipo di cambiamento (ha anche il profilo di coppia con la moglie Giovanna, come ha sottolineato Lo Stato Sociale nella canzone sanremese), Fiorello ha sicuramente seguito la risposta dei social al festival: nel corso delle serate si è lamentato di alcune critiche che ha ricevuto sui suoi interventi e – a modo suo –  ha cercato di aggiustare il tiro, non sempre ci è riuscito, ma apprezziamo lo sforzo.

Sicuramente condurre il Festival in un anno così complesso e in un periodo terribile per il nostro Paese, di fronte ad una platea deserta, è stata un’impresa difficilissima, per questo non vogliamo infierire troppo sulla coppia ‘Amarello’, che comunque ha resistito per cinque (lunghe) serate e ha mostrato un bell’esempio di amicizia e solidarietà maschile. Come canta Arisa: potevano fare di più? Sicuramente sì, però hanno già dichiarato che l’anno prossimo non ci saranno più, magari ci avviamo una conduzione femminile?

Sanremo: non è un Paese per donne

Quest’anno ci avevano promesso un’edizione dalla fortissima presenza femminile e su 26 artisti in competizione 10 sono state donne. Le cantanti in gara non ci hanno deluso: dalle veterane delle kermesse come Arisa e Orietta Berti, alle giovanissime Madame e a Gaia.

Ma parlando di donne a Sanremo, si può fare di meglio? Certamente sì, perché se consideriamo i numeri delle presenze femminili al Festival c’è da mettersi le mani nei capelli.

Basti pensare che la direzione artistica è stata affidata a una donna, Carla Vistarini, una sola volta, nel 1997 e in realtà si trattava di un team di direttori artistici: Giorgio Moroder e Pino Donaggio affiancavano la Vistarini. Noi lo ricordiamo come uno dei festival più divertenti e originali, con la conduzione di Mike Bongiorno, Piero Chiambretti e Valeria Marini. Eppure, da allora sempre e solo uomini alla direzione artistica. Come mai? I numeri non migliorano se guardiamo la conduzione: solo 6 donne su 71 edizioni. E gli autori? 15 donne su 205 uomini. Potremmo andare avanti con tutte le altre categorie di lavoratori coinvolti nel Festival, ma i numeri sarebbero sempre deprimenti.

Non vogliamo quote rosa a Sanremo ma, forse, visto anche l’eccezionale successo delle donne sul palco dell’Ariston quest’anno, da Matilda De Angelis a Elodie, Alessandra Amoroso, Matilde Gioli, Serena Rossi e Giovanna Botteri, sarebbe ora di rendere Sanremo un paese per donne!

Le protagoniste

Di questa edizione 2021 ricorderemo la sicurezza di Matilda De Angelis, una perfetta conduttrice, al passo coi tempi. Il monologo di Elodie, la sua sincerità e bravura; l’incredibile grinta di Loredana Berté (siamo tutte figlie di Loredana!). L’impegno e l’eleganza di Giovanna Botteri, un esempio di professionalità; e l’infermiera Alessia Bonari, simbolo della lotta al Covid, che ancora continua a combattere in corsia.

I momenti che non vogliamo ricordare

I momenti cringe che ci hanno fatto vivere gli ‘Amarello’ sono infiniti e vanno dalla loro scatenata lambada all’interpretazione di ‘Siamo donne’ in veste di Fiorello Salerno e Amadeus Squillo.

Oltre a loro, brividi gelidi sulla schiena per gli inutili momenti machisti di Zlatan Ibrahimović del quale non abbiamo ben compreso la presenza. 

C’è ancora tanta strada da fare per far comprendere l’importanza del femminismo oggi e non solo agli uomini, ma anche alle donne. Ce lo hanno dimostrato Barbara Palombelli con il suo monologo confuso e avvilente sulle donne italiane e Beatrice Venezi che sul palco ha dichiarato di rifiutare la definizione ‘direttrice’ d’orchestra, perché lei è un direttore.

Anche la rappresentazione della disability sul palco dell’Ariston è stata di una arretratezza imbarazzante: quando Amadeus ha presentato Donato Grande, attaccante della nazionale di Powerchair Football, ha usato frasi infarcite di abilismo, paternalismo e pietismo. Non è difficile modificare la narrazione e in un evento come Sanremo, almeno gli autori, dovrebbero essere in grado di scegliere il linguaggio giusto.

Le rivelazioni

Quest’anno per molti il cast è stato spiazzante: su 26 cantanti 8 sono nati dal 2000 in poi, un’operazione di ‘svecchiamento’ troppo ardita per alcuni, che hanno gridato allo scandalo: dove sono i veri big? Questo festival è troppo indie! 

Probabilmente chi ha mosso queste accuse a Sanremo 71 non ricorda – o non sa – che anche nel 1961, durante il primo festival condotto da due donne: Lilli Lembo e Giuliana Calandra, c’era un altissimo numero di giovani, 24 debuttanti, pressoché sconosciuti al grande pubblico, nomi come: Giorgio GaberBruno MartinoPino DonaggioEdoardo Vianello e che nel 1968 c’erano 22 esordienti, tra i quali Al Bano, Massimo Ranieri e Fausto Leali.

Insomma quest’anno non è stato sicuramente di rottura, semmai di pregiudizio: perché questi ‘nuovi big’ sono stati guardati con sospetto invece che con curiosità e interesse? Forse, solo perché sono giovani.

Noi abbiamo apprezzato molte scelte, in particolare sono state delle vere rivelazioni: Madame, La Rappresentante di Lista, Colapesce e Di Martino e i Coma cose. Indie, streammatissimi su Spotify e bravissimi anche su un palco a loro estraneo, come quello sanremese.

L’outsider

La vera Queen del Festival, colei che è riuscita nella titanica impresa di unire boomer e millenial è lei: la scintillante e meravigliosa Orietta Berti.

Con la canzone: ‘Quando ti sei innamorato’, romantica e appassionata, ha mostrato a tutti cosa voglia dire avere padronanza della scena. Orietta in questo festival così giovane era quasi una ‘outsider’ ma ha dimostrato il suo talento: è stata sicuramente lei la più intonata del festival, rigorosamente senza autotune.

Un festival queer! 

No, stiamo scherzando, Sanremo non è ancora un festival queer, tuttavia i numerosi momenti cringe e sessisti, sono stato compensati da gesti ed esibizioni degli artisti volti ad abbattere gli stereotipi di genere: dalle manifestazioni di libero pensiero più estreme, create ad hoc per scandalizzare i benpensanti, di Achille Lauro, ai gesti meno plateali ma comunque importantissimi per asfaltare certi pregiudizi e veicolare messaggi fondamentali come: ‘Love is Love’ degli artisti in gara. Pensiamo ad esempio alla seconda serata con la bellissima esibizione di Gaia in coppia con Lous and The Yakuza e a quella dei Måneskin con Manuel Agnelli.

E non dimentichiamo la ‘Flower riot’: la miccia è stata accesa da Veronica Lucchesi, cantante de La Rappresentante di Lista nel corso della prima serata, quando ha distribuito i fiori del suo bouquet sanremese a tutta la sua factory, senza fare distinzione di genere, ed è stata portata avanti da molte delle cantanti in gara: Arisa, Francesca Michielin, Victoria dei Måneskin. Grazie al loro impegno per abbattere questo stereotipo di genere e far capire anche ad Amadeus (coraggio Ama, puoi farcela anche tu!) che dovevano esserci #FioriPerTutti, finalmente, nel corso dell’ultima serata, i bouquet sono stati regalati a tutti (quelli che hanno cantato con le donne).

I vincitori

La classifica ha destato le solite perplessità e generato scontri dalla prima serata del festival.

Come sempre, però, il televoto ribalta tutto. Così, a pochi minuti dalla fine della quinta serata, sono spariti dalla testa della classifica alcuni dei favoriti: Arisa, Annalisa, Willy Peyote e saliti direttamente al podio Francesca Michielin e Fedez (venerdì erano al 17° posto) e i Måneskin (erano al 5°posto). Unico inamovibile dal podio, dalla prima all’ultima serata, lui, il granitico Ermal Meta, votato un po’ da tutti (giuria demoscopica, orchestra, sala stampa e televoto da casa), per motivi che a noi restano ancora inspiegabili.

Tra le polemiche e chi grida allo scandalo perché la Ferragni ha chiesto ai suoi follower di votare suo marito, alle 02.32 Amadeus annuncia finalmente il terzo classificato: Ermal Meta. Poi, finalmente, proclama il vincitore del festival di Sanremo 2021: sono i Måneskin! Per la prima volta una rock band vince il Festival di Sanremo. 

Se lo meritano: hanno talento da vendere, sono giovani – fuori di testa, ma diversi da loro –  e noi siamo davvero felici per questa vittoria. Ci fa sperare davvero in un futuro migliore, anche per Sanremo.


Ethos, tutta un’altra serie

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Abituati ai binge watching e ai ritmi forsennati delle serie mordi e fuggi, con Ethos riscopriamo il piacere di guardare, con la dovuta attenzione e i giusti tempi: il ritmo del racconto, volutamente lento, qui non è affatto un difetto, ma un valore aggiunto, che forse dovremmo riscoprire.

Persi fra gli accattivanti labirinti pop dei prodotti di Shondaland e il buio delle solite serie di cui siamo pronti a fare l’ennesimo rewatch, ecco che una luce ci appare in fondo al tunnel di Netflix… Sì perché Ethos, questo nuovo drama corale in otto episodi, non ha nulla in comune con quello che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni. In questa serie tutto è diverso, un po’ come ci anticipa il suo titolo originale: Bir Başkadır, un’espressione – tratta dal testo di una canzone del 1972 della cantante Ayten Alpman – che letteralmente non si può tradurre, ma il cui senso è: “qualcosa di diverso…tutta un’altra cosa”. 

Ecco, Ethos è proprio tutta un’altra cosa: per la regia e la fotografia, per lo stile narrativo e il montaggio e per il modo di affrontare temi che abbiamo già visto in altri prodotti, come lo scontro fra passato e presente, la società patriarcale, i conflitti sociali, gli scontri culturali, il pregiudizio e i problemi psicologici in una maniera nuova, originale, senza nessuna retorica. 

Siamo nella Turchia moderna, una società vitale e piena di contraddizioni, in continua evoluzione dove la “supremazia” laica cede il passo all’ascesa della borghesia islamica: questo passaggio genera molte tensioni interne al Paese, non dimentichiamo infatti che la Turchia ufficialmente è uno stato laico, ma il 98% della popolazione è composta da musulmani, e la politica del presidente Erdoğan non è certo un esempio di apertura e inclusione.

Nel primo episodio di Ethos ci colpisce subito il sottile equilibrio che c’è tra l’arretratezza e la febbrile modernità di una città come Instanbul: dalle prime inquadrature infatti seguiamo la protagonista, Meryem – la bravissima e magnetica Öykü Karayel  nel suo tragitto dalle zone di campagna dove vive, a Beyoglu, il quartiere benestante della città, che affaccia sul Bosforo.

Meryem è un personaggio potente, intenso, dallo sguardo sognante e quasi ipnotizzante ed è proprio lei il magnete relazionale attorno alla quale gravitano tutti gli altri personaggi. È una giovane domestica che proviene da una famiglia umile e conservatrice, composta dal fratello Yasin, dalla cognata Ruhiye e dai due nipoti; è cresciuta con una educazione di stampo fortemente patriarcale e si affida in tutto agli insegnamenti del suo hodja (una figura religiosa simile all’imam, che dispensa saggi consigli ispirati da Allah).

Meryem è affetta da un disturbo psicosomatico che la fa svenire improvvisamente ogni volta che si trova in particolari situazioni, legate a fidanzamenti o matrimoni; questo particolare disturbo la porta a incontrare la psicologa Peri, interpretata dall’apparentemente algida e perfetta Dafne Kayalar.

Peri è esattamente l’opposto di Meryem: donna ricca e sofisticata, laica, che ha studiato all’estero, ha modi occidentali ed è figlia della ricca borghesia turca.

Il rapporto fra queste due donne, apparentemente così agli antipodi, è uno dei focus narrativi più affascinanti della serie: fra Meryem e Peri si crea una sorta di doppio transfert, sono entrambe affascinate l’una dall’altra ma non riescono davvero a comprendersi, in particolare Peri non riesce a superare il pregiudizio e il sentimento di superiorità che prova nei confronti di Meryem e la repulsione nei confronti del velo che la ragazza porta, che agli occhi di Peri è simbolo della sua ristrettezza mentale e del suo cieco affidarsi alla religione.

Ma chi fra le due è mentalmente più chiusa? Chi è davvero in gabbia? La linea che le divide è molto sottile: “Lei ha un velo in testa, tu sul cervello.”, queste sono le parole che un’amica rivolge alla psicologa nel corso della serie.

Ethos però non esprime giudizi: come in una seduta psicanalitica, invita i protagonisti – e il pubblico – a scavare dentro di sé, per lasciare emergere il proprio subconscio, anche rischiando di soffrire, pur di arrivare a una catarsi che li porterà a stare meglio con sé stessi e con gli altri.

Attorno alla coppia terapeuta e paziente, gravitano: Gülbin, l’analista di Peri, Synan il playboy per cui lavora Meryem e che una storia con Gülbin, la famiglia di Meryem, la famiglia dell’hodja e altri personaggi. Le loro esistenze si incrociano e la soluzione narrativa scelta è quella del “dramma delle relazioni” ma ai toni tipici di questo genere si mescolano anche quelli della commedia, così ci si emoziona per la tenera e struggente storia d’amore fra Yasin e Ruhiye, ci si commuove per la storia dell’hodja e di sua figlia e si ride per i goffi tentativi di corteggiamento indirizzati a Maryem dal suo spasimante.

Nonostante la forte coralità della serie, ogni personaggio viene approfondito con i giusti tempi e con una strabiliante sensibilità da parte dello sceneggiatore e regista Berkun Oya, che ha scritto i copioni in collaborazione con Ali Farkhonde.

La regia è visivamente sorprendente: i lunghi piani delle silhouette della città ci mostrano una Istanbul che va oltre la cartolina e ci fanno scoprire la bellezza dei non luoghi, viali fatti di palazzi popolari, le campagne isolate, gli appartamenti fatti di dettagli abbandonati e – a loro modo – magnifici. La fotografia ha un look dal sapore nostalgico, fortemente anni ’70, che la rende ancora più affascinante. Altro elemento fondamentale della narrazione è sicuramente la musica, che accompagna perfettamente la narrazione introspettiva, in particolare a catturare l’attenzione è il finale di ogni episodio che si conclude con le immagini delle esibizioni dal vivo dei primi anni ‘80 di Ferdi Ozbegen, famoso cantante turco, autore di canzoni arabesk.

Il risultato di tutti questi ingredienti, perfettamente dosati, fa sì che Ethos sia un mosaico impeccabile, diviso in otto frammenti di forma e contenuto straordinari. 

Nel giorno del debutto su Netflix, Ethos è subito finita al primo posto tra le serie più viste in 

Turchia ed è diventata trending topic sui social media; naturalmente, insieme al successo sono arrivate anche le polemiche, la parte più conservatrice del pubblico infatti ha gridato allo scandalo per una scena che vedrebbe l’uso del velo islamico (l’hijab) come oggetto sessuale (alla fine del secondo episodio, Sinan è in bagno e annusa il velo indossato da Meryem mentre puliva casa.) 

Insomma Ethos farà sicuramene ancora parlare di sé e sicuramente anche in Italia è destinata a far a ottenere il successo che merita. Noi di GRLS vi raccomandiamo di non perderla e consigliamo la versione in lingua originale, per apprezzare di più tutta la musicalità della lingua turca.