La Genesi ci insegna che Eva, dopo aver mangiato la mela della conoscenza nel giardino dell’Eden, viene punita da Dio con l’anatema: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”. Così dicendo, le donne di ogni tempo sono state condannate a patire il dolore ma soprattutto a non potersi lamentare e a darlo per scontato o, addirittura, a viverlo come una punizione.
Nella nostra società la gravidanza rappresenta un terreno privato e “sacrale”, all’interno del quale introdurre un argomento sgradevole come la violenza appare un atto stonato, intrusivo e dissacratorio.
Ma cos’è effettivamente la violenza ostetrica?
È l’abuso che avviene nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche da parte degli operatori sanitari. Ha a che fare con l’imposizione di cure e pratiche senza fornire le adeguate informazioni e/o contro la volontà̀ della partoriente.
La violenza ostetrica ha un riconoscimento giuridico solo in Venezuela, Argentina e Messico, dove sono state emanate delle leggi per contrastarla e riconoscerla come una vera e propria violenza nei confronti delle pazienti. I paesi sudamericani fanno da apripista mentre in Occidente si fa ancora fatica a capire quanto questo sia un tema controverso. A piccoli passi, l’Occidente ha iniziato a prendere atto del problema.
Nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una dichiarazione, che si intitola: «La prevenzione e l’eliminazione della mancanza di rispetto e degli abusi durante il travaglio e il parto nelle strutture sanitarie» (WHO, 2014), in questo documento l’OMS ha messo chiaramente in evidenza l’esistenza di un fenomeno purtroppo molto diffuso, anche se quasi del tutto sconosciuto a chi non si occupa in maniera specifica di queste tematiche: quello della violenza ostetrica.
Nel documento sono evidenziate le principali forme e modalità di abuso e mancanza di rispetto che vengono messe in atto nei confronti delle donne durante il travaglio ed in particolare al momento del parto in tutte le strutture sanitarie del mondo: gravi umiliazioni, rifiuto di somministrare farmaci antidolorifici, qualora la donna ne faccia richiesta, imposizione coatta di trattamenti o procedure mediche e/o mancanza di consenso informato da parte delle donne rispetto a tali atti.
Nei reparti di maternità così come nelle sale parto degli ospedali italiani quasi tutte le forme di violenza individuate nello Statment nell’OMS sono comuni. Standardizzando procedure emergenziali applicandole in situazioni di normalità, spesso senza informare la donna e senza il suo consenso, contribuendo a limitare l’autonomia decisionale della donna. Pratiche come: induzione del travaglio, impedimento nello scegliere la posizione più comoda da assumere durante il parto, episiotomia, la manovra di Kristell, il taglio del perineo. Pratiche mediche che se non necessarie provocano effetti negativi che rimandano a loro volta altre pratiche mediche entrando in una spirale di ipermedicalizzazione.
L’episiotomia, ad esempio, intervento praticato in caso di parto naturale che consiste nell’incisione del perineo per allargare l’apertura vaginale, è una pratica che solo in situazioni specifiche evita effettivamente complicazioni, altrimenti può avere effetti negativi fisici e psicologici sulla partoriente, tanto da essere stata catalogata come integrazione alla violenza di genere e tortura. In alcune realtà, la pratica è stata rivista in modo da ridurre il più possibile i danni alla madre, in altre, le cose non sono cambiate dagli anni Sessanta e questa pratica viene ancora operata in modo indiscriminato, a volte senza il consenso informato, in pieno contrasto con le raccomandazioni dell’OMS.
Il ricorso all’episiotomia varia da Paese in Paese, dal 50% delle donne che partoriscono per via vaginale in Italia, il 56% in Croazia, il 72% in Portogallo e in Ungheria, fino a raggiungere l’89% in Spagna. In particolare in Italia il 61% delle donne che hanno subito tale pratica ha dichiarato di non aver ricevuto informazioni appropriate e non è stato loro richiesto il consenso.
Più giovane è l’età della donna, più aumenta il rischio di violenza, con un picco tra 16 e 19 anni. Anche le donne appartenenti a gruppi etnici immigrati sono più esposte al rischio di maltrattamento, per di più con difficoltà maggiori nell’ accedere ai servizi e ad esprimere i propri problemi in assenza del partner, che svolge spesso il ruolo di interprete.
Nel 2017 è stata condotta una prima ricerca da Doxa, un istituto specializzato in ricerche di mercato e analisi statistiche, ed i risultati hanno dimostrato che circa un milione di donne hanno subito una violenza ostetrica durante il parto e/o travaglio negli ultimi 14 anni. La AOGOI, Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani, ha negato l’evidenza e rilasciato una dichiarazione ufficiale, dichiarandola “una falsa ricostruzione della sanità italiana”.
Questo ha dimostrato e confermato la criticità del problema, la mancanza di serietà da parte del professionale medico e la necessità di trovare una soluzione che possa migliorare il rapporto di fiducia con le pazienti.
In Italia, purtroppo, la violenza ostetrica non ha ancora ottenuto un riscontro normativo anche dopo che il deputato Adriano Zaccagnini nel 2016 ci ha provato, proponendo un ddl per promuovere il rispetto dei diritti della partoriente e del neonato durante il parto ospedaliero ed extraospedaliero, e riconoscere la violenza ostetrica come un vero e proprio reato.
Molto spesso le persone sono condizionate da una visione ideale della maternità/paternità e sentono di dover provare unicamente sentimenti ed emozioni di gioia, pienezza, soddisfazione, tenerezza, amore. La pressione sociale in questo periodo è molto forte: rappresentazioni sociali, stereotipi e modelli culturali rispetto alla gravidanza, al parto, alla genitorialità, al comportamento del neonato/a, spesso influiscono in modo molto pesante sul vissuto dei neogenitori che possono sentirsi confusi ed inadeguati quando avvertono una discrepanza tra ciò che realmente vivono e quello che pensano di dover vivere. Ed allora è importante accogliere tutti i vissuti e aiutare le persone a rimettere in discussione alcuni costrutti che potrebbero risultare rigidamente disfunzionali.
Rispetto alla prevenzione ed al contrasto della violenza ostetrica, è importante aiutare le donne durante la gravidanza ad accrescere la fiducia nelle loro competenze e risorse, facilitandole nel processo di riappropriazione del proprio potere di scelta sul corpo e sulla salute e nel diventare protagoniste attive nella ricerca di informazioni corrette e nei processi decisionali.
Nel caso in cui una donna abbia subito violenza al momento del parto, sarà importante accogliere il suo racconto e tutta la gamma di vissuti che l’esperienza le ha suscitato. Probabilmente sarà triste o arrabbiata, si sarà sentita impotente o si colpevolizzerà per non essere stata in grado di proteggere se stessa e il/la suo/a bambino/a da eventuali atti medici inutili o da una separazione forzata e non necessaria. Potrebbe anche sentirsi inadeguata ed incompetente come madre: “se non ho saputo partorire, non so neanche fare la madre”. Un percorso terapeutico potrà aiutarla a recuperare la fiducia nelle proprie risorse e competenze genitoriali, a rielaborare l’esperienza traumatica vissuta, a contrastare l’impotenza appresa ed a recuperare una visione realistica e completa della genitorialità.
Queste riflessioni vogliono essere solo uno spunto iniziale ed assolutamente non esaustivo circa l’importanza fondamentale che l’Approccio Centrato sulla Persona può avere nel periodo prenatale.



