La Campionessa Di Boxe Che Lotta Contro I Pregiudizi
«Nel mondo dei miei genitori, le donne non fanno boxe, indossano il velo e non mostrano la pelle.»
Figlia di un Imam e di una commessa di Mogadiscio, Ramla Ali è oggi campionessa britannica di boxe e, grazie alla sua tenacia raccontata nelle pagine del libro autobriografico “Not Without A Fight” è una delle maggiori attiviste del momento.
Nata in Somalia nel 1989, Ramla Ali inizia a conoscere il significato del dolore fin da piccolina quando, nel giardino di casa, una granata uccide il fratello maggiore, allora ancora un bambino. Dopo questo tragico evento, per evitare ulteriori perdite, tutta la famiglia, composta da altri sei bambini e i genitori, decide di mettersi in viaggio per raggiungere l’Inghilterra.
Arrivata a Londra, la famiglia sceglie per lei una scuola femminile inglese ma continua a crescerla secondo i dettami di un’educazione musulmana conservatrice. Ali non parla ancora inglese e non trova apertura nelle altre ragazze, che non sapendo come interpretarla si risolvono a prenderla in giro nei corridoi della scuola. Ali entra in contatto così con un mondo in cui indossare l’hijab e avere modelli fisici diversi, diciamo “più in carne”, la portano a essere oggetto di scherno.
La palestra diventa il luogo in cui è libera di impiegare il proprio corpo secondo i suoi desideri, per questo ci ritorna ogni giorno, per anni, di nascosto dalla sua famiglia.
«Quando avevo 12 anni, sono entrata per la prima volta in una palestra di boxe e mi sono subito innamorata di questo sport. Mi piaceva avere qualcuno che mi dicesse cosa fare: devi fare un certo numero di flessioni e di addominali. Mi piaceva sapere che questa guida e questa struttura mi avrebbero resa migliore, sia fisicamente che mentalmente.»
La scelta di prendere a pugni un sacco, di sudare, di guardare le sue braccia ingrossarsi giorno dopo giorno sono effetti collaterali di una vita che la sua famiglia non sarebbe mai disposta a tollerare. Ecco perché durante i suoi allenamenti Ramla inizia a raccontare spesso bugie alla famiglia pur di inseguire quella che ormai era una passione inarrestabile. La verità – purtroppo o per fortuna- venne a galla quando uno dei fratelli la riconosce in un incontro in televisione. La famiglia non prese bene la scelta di Ramla e impose uno “stop” che, per volontà e ostinatezza di Ramla, durò solo sei mesi. Il ring l’aspettava. Oggi sua madre è la sua fan numero uno e non perde occasione per seguire anche oltre oceano.
«A me il pugilato ha dato uno scopo nella vita. E credo che a farmi innamorare di questo sport sia stato il fatto che in una palestra di boxe non ci sono gerarchie basate su sesso, provenienza e religione. Il rispetto te lo conquisti grazie agli sforzi e agli anni che dedichi a migliorarti.»
Nel 2016 Ali diventa campionessa britannica dilettanti, la prima donna musulmana ad ottenere un titolo nella disciplina nel Paese. Esattamente un anno fa Ramla Ali fu la portabandiera della Somalia nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo. Guida uno sparuto gruppo di atleti e le bastano quei pochi passi per entrare nella storia: prima pugile somala a partecipare ai Giochi. Una scelta, la sua, dal forte impatto simbolico.
Ma, fuori dall’ambiente dello sport, il resto del mondo inizia a notarla quando Meghan Markle, nel numero che la vede come direttrice ospite di Vogue UK nel 2019, la scelse per la copertina. Quindi il passaggio al pugilato professionistico nel 2020. E il lavoro come modella e testimonial per la maison Dior. Ma, soprattutto, l’impegno come attivista per i diritti delle donne, dei bambini e del movimento #BlackLivesMatter.
«Secondo me è cruciale che bambine e ragazze trovino fiducia in se stesse. La boxe è uno sport che richiede disciplina, impegno e dedizione. E ti insegna a essere paziente, a non pensare di avere tutto subito. Una lezione fondamentale, considerato che i social hanno fatto il lavaggio del cervello a molti, convincendoli che successo e gratificazioni arrivino in fretta. Mentre, come ho raccontato anche nella mia biografia, i fallimenti sono inevitabili e fondamentali: se non sbagli, non impari.»
La sua fondazione, Sisters Club, nata nel 2018 a Londra offre corsi di pugilato gratuiti alle donne.
«Sono partita nel 2018 con una settimana di corso per donne, nere e musulmane, perché l’accesso alle palestre normali per loro è più complicato. Non avrei mai immaginato che saremmo cresciute e diventate ciò che siamo oggi: una comunità di 400 donne che organizza eventi e attività, dalle regate di dragon boat lungo il Tamigi, alle masterclass di jiu-jitsu brasiliano, wrestling, yoga e altro. Sisters Club è oggi un movimento e a rendermi orgogliosa sono i successi delle donne che ne fanno parte.»
Fonte di ispirazione, Ramla Ali ha deciso di raccontare tutta la sua incredibile storia in un libro, Not Without A Fight, che presto avrà un biopic ispirato alla sua vita.
«Tutti mi chiedono chi interpreterà la mia parte», dice, «ma la cosa più importante è che il film sia fedele alla realtà e che, come mi è stato promesso, vengano scelti interpreti somali.»



