Sul diritto alla disconnessione e sul come metterlo in pratica

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La disconnessione deve e può diventare un diritto? 

Partiamo da un fatto ormai noto: nell’ultimo anno la pandemia da Covid-19 ha stravolto la quotidianità e la vita di tutti sotto diversi e vari aspetti: dalle modalità con cui facciamo la spesa a quello che compriamo, dal modo in cui interagiamo con parenti e amici a quello con cui facciamo nuove amicizie, dal modo in cui lavoriamo a quello in cui passiamo il nostro tempo libero. 

Facendo riferimento soprattutto a questi ultimi due aspetti della quotidianità, salta subito all’occhio come ci sia stato un sovvertimento della routine professionale, sovvertimento che, inevitabilmente, ha avuto profonde conseguenze anche su quella personale. Il motivo? L’avvento su grande scala dello smart working sia nel settore pubblico che privato e l’emergere di una nuova esigenza: il diritto alla disconnessione.

Senza entrare nel merito sulla differenza tra “smart working” e “telelavoro” – la tematica relativa alle modalità con cui si lavora da casa ha suscitato tra esperti e non un grande dibattito, dibattito che ha fatto emergere diversi aspetti da tenere in considerazione per preservare la salute fisica e mentale del lavoratore. 

 

Cos’è il diritto alla disconnessione?

In primis: quando si lavora da casa, a che ora si deve staccare e concludere l’orario lavorativo?

La domanda non riguarda solo la vita post-Covid, ma più in generale riguarda lo stile di vita che conduciamo nella società odierna da diverso tempo e risulta non di poca importanza: in un’epoca come quella contemporanea, fatta di iperconnessione, di immediata reperibilità, delle notifiche a ogni minuto e degli smartphone sempre con noi, i rischi dati dalla connessione senza soluzione di continuità sono diversi e importanti, come la FOMO e la sindrome da Burn-Out. 

Per scongiurare le possibili conseguenze negative, sia fisiche e mentali, è necessario dunque parlare di diritto alla disconnessione, un diritto dei lavoratori che permette “di disconnettersi al di fuori dell’orario lavorativo senza conseguenze” e che stabilisce “degli standard di base da rispettare per il lavoro da remoto”.

È notizia di inizio 2021 che il Parlamento Europeo vuole garantire il diritto alla disconnessione dal lavoro. È stato infatti evidenziato come, dall’inizio della pandemia, il 37% dei lavoratori in Unione Europea abbia “cominciato a lavorare da casa durante il lockdown” e il 27% di “coloro che lavorano da casa hanno lavorato durante il tempo libero”. 

Potreste dire: era un fenomeno già presente anche prima del lockdown, in tanti hanno da tempo la tendenza a rispondere a e-mail o a telefonate in orario extralavorativo. Probabilmente è così ma questa tendenza è diventata ancora più evidente e preoccupante negli ultimi mesi, complice il fatto che con lo smart working il confine tra vita privata e professionale è diventato sempre più labile. Si legge infatti sul sito del Parlamento europeo che “nonostante lo smartworking abbia salvato posti di lavoro e reso possibile a diverse aziende di sopravvivere alla crisi del coronavirus, questa modalità ha anche reso poco chiara la distinzione tra la vita privata e vita professionale. Molte persone lavorano anche fuori dal proprio orario lavorativo, rovinando il loro equilibrio tra attività professionale e vita privata.”

 

La situazione attuale in Italia e a livello europeo

Allo stato attuale il diritto alla disconnessione non è definito da una legge UE e il Parlamento europeo ha recentemente fatto richiesta di “proporre una legge che permetta ai lavoratori di disconnettersi al di fuori dell’orario lavorativo senza conseguenze e che stabilisca degli standard di base da rispettare per il lavoro da remoto”.

E in Italia? Qual è la situazione attuale? Sempre sul sito del Parlamento europeo si legge che l’Italia è uno dei quattro paesi europei che riconosce il diritto alla disconnessione ma sull’Huffington Post si legge anche che <<la disconnessione in Italia non è pienamente garantita e configurata come diritto: di disconnessione si ha traccia all’art. 19 della l. 81/2017, secondo il quale “l’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”. Ma non si può sostenere che la norma cristallizzi propriamente un diritto, anzi: non è chiaro se questi margini di irreperibilità siano da collocarsi all’interno delle pause dell’orario lavorativo o se vadano rintracciate nelle ore di tempo libero. Inoltre, l’articolo non si riferisce a tutti i lavoratori, ma solo a quelli subordinati che svolgono la prestazione in modalità agile.>>

È evidente ormai che il lavoro a distanza farà parte del futuro immediato – e più a lungo termine – di molte categorie di lavoratori, risulta dunque necessario regolamentare al più presto questo aspetto della quotidianità professionale. L’essere costantemente connessi può avere conseguenze profonde sulla salute del lavoratore, portando con sé, tra le altre conseguenze, il rischio di sovraccarico cognitivo e una tendenza a cercare un perfezionismo non sempre raggiungibile.

 

Fonti:

https://nuovoeutile.it/sovraccarico-cognitivo-information-overload/

https://www.vice.com/it/article/93wj85/iper-produttivita-pandemia

https://www.huffingtonpost.it/entry/diritto-alla-disconnessione-per-i-lavoratori-da-remoto-mai-piu-email-alle-9-di-sera_it_602fcfecc5b673b19b67d5f4