Reddito di libertà: un sussidio per aiutare le donne vittime di violenza

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Il Reddito di libertà – il nuovo sussidio di 400 euro mensili introdotto dallo scorso 20 luglio – ha l’obiettivo di aiutare le donne nel sostenere tutte quelle spese che la vittima di violenze deve affrontare al fine di riacquistare la propria autonomia abitativa e riappropriarsi della propria libertà personale ed indipendenza economica

 “La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla”.  Queste sono le parole di un uomo, Benedetto Croce – filosofo, storico e politico italiano dei primi del ‘900 – usate spesso nelle manifestazioni di attivisti ed attiviste che dagli anni Sessanta ad oggi hanno fatto di questa ideologia uno slogan di protesta contro tutte le violenze contro le donne. E sono dovuti passare oltre cinquant’anni prima che venissero ascoltate. Precisamente, abbiamo aspettato fino al 2021.

Dal 20 luglio di quest’anno, infatti, è entrato in vigore il Reddito di libertà per le donne vittime di violenza, la nuova misura di sostegno economico destinata a “favorire l’indipendenza e l’autonomia delle donne che sono state vittime di violenza e che ora si trovano in stato di povertà”, si legge nel testo del provvedimento in Gazzetta Ufficiale.

Per tutte coloro che trovano il coraggio di denunciare maltrattamenti si tratta di uno strumento molto atteso: il contributo economico potrà aiutarle nel passaggio dalla convivenza con l’ex compagno o marito violento al raggiungimento di un’indipendenza economica.

 

Cos’è il reddito di libertà

Il Reddito di libertà è contenuto nel Dpcm del 17 dicembre 2020 e viene istituito dall’articolo 105-bis del decreto Rilancio 34/2020 con l’obiettivo di contenere i gravi effetti economici derivanti dalla pandemia, in particolare sulle donne in condizione di maggiore vulnerabilità perché vittime di violenza. 

È finanziato attraverso un fondo da 3 milioni – già ripartito tra le varie Regioni e Province autonome – a cui potranno aggiungersi eventuali finanziamenti se previsti dalle Giunte regionali.

Il sussidio, che consiste in 400 euro erogati per un massimo di 12 mensilità e cumulabile anche con il Reddito di cittadinanza, sosterrà prioritariamente le spese per assicurare l’autonomia, non solo abitativa ma soprattutto personale, di una donna. Inoltre, sosterrà anche le spese relative al percorso scolastico e formativo dei figli/e minorenni.

 

Come si richiede

Per poter usufruire della misura di sostegno occorre presentare una domanda all’Inps, corredata da autocertificazione e da una dichiarazione firmata dal rappresentante legale del Centro antiviolenza a cui la donna si è rivolta per farsi seguire.

Un’ulteriore dichiarazione dovrà poi essere firmata dai servizi sociali di riferimento della vittima: spetta a questi ultimi, infatti, certificare la condizione di bisogno in cui si trova la donna che richiede il Reddito di Libertà, inteso come misura straordinaria, urgente e limitata nel tempo.

 

Le parole del premier Mario Draghi

In un videomessaggio per la Conferenza Verso una Strategia Nazionale sulla parità di genere dello scorso 8 marzo, promossa dalla Ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, il premier Mario Draghi aveva ribadito sia l’importanza di promuovere la parità di genere, sia la volontà di aiutare tutte quelle donne che cercano con coraggio e tenacia di emanciparsi da situazioni di violenza psicologica e fisica: “Compiremo molti passi in avanti, è questa la missione del mio governo”, aveva concluso il presidente del Consiglio.

E finalmente questi passi avanti, prima con il programma NextGeneration EU e ora con il reddito di libertà, si stanno concretizzando. 

 

I numeri dell’Istat

I dati forniti dall’Istat parlano chiaro: nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%). 

Il boom di chiamate è avvenuto a partire da fine marzo con l’inizio del lockdown con picchi registrati sia ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) che a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), quando cioè tante coppie sono state costrette ad una “convivenza forzata”.

 

Il caso della Turchia

È molto importante affrontare queste tematiche, ma lo è ancora di più parlare delle politiche che i governi delle diverse Nazioni mettono in atto per fronteggiare questa emergenza; anche perché ci sono ancora Stati, come la Turchia, che fanno ben poco per fronteggiare i numeri disastrosi delle violenze contro le donne.

La Turchia è infatti ufficialmente fuori dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza di genere. E a nulla sono servite le proteste di migliaia di donne contro il presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha posto la sua firma per uscire dal Trattato di Istanbul pur essendo stata proprio la Turchia il Paese che ne ospitò la stesura.

Per il presidente turco il documento “incita al divorzio e indebolisce la famiglia”, e non è necessario visto che “i diritti delle donne sono comunque già garantiti nella legislazione”; non è servito a molto neanche il ricorso con cui l’opposizione chiedeva che la decisione del presidente Erdogan fosse annullata.

 

Che cos’è la Convenzione di Istanbul

La convenzione di Istanbul – che l’11 maggio di quest’anno ha compiuto 10 anni – è il trattato internazionale vincolante di più ampia portata per prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire penalmente i loro aggressori. 

È molto importante perché per la prima volta si definisce la violenza contro le donne “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione”. Inoltre, stabilisce che lo Stato che non agisce in maniera adeguata a situazioni di questo tipo deve essere esso stesso ritenuto responsabile di quella violenza.

Per questo motivo la Convenzione esorta e monitora i firmatari affinché adeguino le proprie leggi, prevedendo una tutela per tutti i generi di violenza, fisica e psicologica.

 

I numeri della Turchia

Secondo il report di We Will Stop Femicides (Noi fermeremo i femminicidi), solo nel 2020 ci sono stati 300 femminicidi accertati e 131 morti sospette di donne, mentre nei primi tre mesi del 2021 le donne uccise sono state 79, con 45 morti sospette.

Per non parlare dell’aumento in pandemia di questo fenomeno che, in Turchia come in diverse altre parti del mondo, ha visto una drammatica crescita soprattutto come conseguenza dell’obbligo imposto dal lockdown di restare in casa.