OSCAR 2021: QUALCOSA È CAMBIATO

Share on facebook
Share on google
Share on twitter
Share on linkedin
Reading Time: 9 minutes

Gli Oscar dell’inclusione, gli Oscar del politicamente corretto, gli Oscar delle donne, gli Oscar dello streaming, gli Oscar strani o “Oddscar”, come li ha chiamati il New York Magazine. Questi Oscar 2021 sono stati chiamati in molti modi ma nessuna di queste definizioni li descrive in maniera esatta e completa: sicuramente sono stati Oscar diversi e, sotto certi punti di vista, finalmente diversi.

In questo anno di pandemia, senza le mega produzioni hollywoodiane e grandi nomi di richiamo come quelli delle edizioni passate, pensiamo a: Joker, A star is born o altri blockbuster come La La land e Bohemian Rhapsody; i film più piccoli e indipendenti come Minari, Promising Young Woman o Judas and The Black Messiah, di autori più giovani e meno noti al grande pubblico, si sono fatti notare e così sono fioccate candidature a esordienti, a donne e ad appartenenti a gruppi minoritari.

Con le sale cinematografiche chiuse, molti dei film in concorso sono stati diffusi attraverso le piattaforme di streaming: 35 i film candidati per Netflix, 12 per Amazon Prime Video. Questi film sono stati visti a casa e il predominio dello streaming (o l’uscita dei film in contemporanea al cinema e in streaming) è attualmente una normalità, alla quale gli spettatori di ogni età si stanno abituando.

Queste candidature e i conseguenti premi sono quindi in parte conseguenza di più di un anno di Covid, ma, sicuramente, anche il riflesso di una transizione in atto: un passaggio dalla vecchia alla nuova normalità e dalla vecchia alla nuova Academy.

La pandemia e una nuova consapevolezza e attenzione alla realtà hanno trasformato questa 93esima edizione degli Academy Awards in un trionfo di inclusione, per artisti appartenenti a minoranze, nella categoria della recitazione c’erano infatti sei attori neri: Viola Davis e Chadwick Boseman per Ma Rainey’s Black Bottom, Andra Day per The United States vs. Billie Holiday, Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield per Judas and the Black Messiah, Leslie Odom Jr. per Una notte a Miami; due attori coreani: Steven Yeung e Yuh-Jung Young per Minari e il primo musulmano candidato come miglior attore: Riz Ahmed per Sound of Metal.

Sono stati Oscar anche più aperti ai nuovi (e giovani) autori: Emerald Fennell (Promising Young Woman) e Florian Zeller (The Father) sono al loro esordio cinematografico come registi; Chloé Zhao (Nomadland), Darius Marder (Sound of Metal), Shaka King (Judas and the Black Messiah), e Aaron Sorkin (Il processo ai Chicago 7) firmano la loro seconda regia, insomma, un’edizione degli Oscar dove non ha di certo predominato la vecchia guardia. 

Quest’anno molti dei temi trattati dai film in nomination erano fortemente legati alla realtà e a temi sociali particolarmente sentiti come le proteste legate ai diritti civili e a Black Lives Matter, al femminismo, al Me Too e alla crisi economica. Se Mank di Fincher era forse il più cinematografico tra i film in concorso, con il suo bianco e nero, con il ritratto dello sceneggiatore del film Quarto Potere e l’omaggio alla vecchia Hollywood, che funziona sempre, gli altri candidati sono stati un inno al racconto dell’esperienza soggettiva, pensiamo a Sound of Metal, un film costruito interamente sulla soggettiva sonora del suo protagonista o a The Father, che si basa esclusivamente sulla soggettività percettiva di chi sta perdendo sé stesso a causa di una malattia mentale.

Le pellicole che trattano temi sociali partono sempre dal punto di vista del protagonista che però non si chiude in sé ma è aperto all’altro (come avviene ad esempio nell’incontro-scontro fra Malcolm X, Cassius Clay, Jim Brown e Sam Cooke, i quattro illustri protagonisti di Una notte a Miami di Regina King). Il riconoscimento dei diritti infatti parte proprio dalla capacità di mettersi nei panni degli altri, capire il punto di vista dell’altro e comprendere l’altrui identità. Il cinema ha sempre saputo vedere e a volte anticipare la realtà e il cinema di questi film da Oscar 2021 sa leggere il presente e sa spiegare il passato: vedere queste pellicole può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e gli altri e a costruire una mappa per orientarci nel futuro.

 

TIME HAS COME AGAIN: GLI OSCAR DELLE DONNE


Il clima di inclusione di questa edizione 2021 ha riguardato anche le donne: 70 candidate per 76 nomination in ogni settore cinematografico. Il primo traguardo: due donne registe nominate non si erano mai viste in 93 anni di Oscar. Emerald Fennell con Promising Young Woman e Chloé Zhao, con Nomadland sono passate alla storia. In particolare Zhao è stata la prima donna sino-americana ad essere candidata contemporaneamente in 4 categorie: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio.

L’unica regista a vincere l’Oscar, ripetiamolo: in 93 anni, è stata Kathryn Bigelow nel 2010 con The Hurt Locker. Quando Barbra Streisand (incredibilmente mai candidata all’Oscar per la regia) annunciò la vittoria della collega disse: “Times has come”. 

In tutti questi anni non sono mai riuscite a vincere le poche candidate: Lina Wertmuller nel 1977 (prima donna in assoluto ad essere candidata alla regia con Pasqualino Settebellezze), Jane Campion con Lezioni di piano nel 1994, Sofia Coppola con Lost in Translation nel 2003; e nemmeno Greta Gerwig con Lady Bird nel 2018. 

Quest’anno “Time has come again” e speriamo vivamente che sia solo l’inizio perché, fino ad oggi, la difficoltà che colpisce le registe non è soltanto quella di essere in scarso numero, ma il fatto che nessuna delle nominate compaia almeno per una seconda volta in nomination. Anche per registe premiate e di culto come la Bigelow o la Coppola, un grande premio, un successo commerciale o un festival non sono bastati per assicurare una seconda nomination all’Oscar, cosa che auguriamo vivamente sia a loro che alle nuove leve Zhao e Fennell. La strada è ancora lunga, ma almeno abbiamo iniziato a percorrerla.

 

I PREMI: UNA VITTORIA ANNUNCIATA E QUALCHE SORPRESA

Per quanto riguarda i premi più ambiti, in questa 93esima edizione non ci sono state grandi sorprese: miglior film e miglior regia hanno visto il trionfo del superfavorito: ‘Nomadland’ (vincitore anche ai Golden Globe e Leone d’oro 2020 alla Mostra del cinema di Venezia) e della regista Chloé Zhao. Guadagna inoltre l’ambita statuetta di miglior attrice la protagonista di questa pellicola, a metà fra il documentario on the road e il film neorealista, Frances McDormand (al suo terzo Oscar). La McDormand, che non era tra le favorite (in pole position c’erano Carey Mulligan e Viola Davis), interpreta una vedova rimasta senza lavoro che, da sola, si mette in viaggio a bordo di un camper unendosi a dei veri nomadi americani, attraverso i meravigliosi e sconfinati paesaggi dell’Ovest del Paese. Nomadland è sicuramente un film che rispecchia il sentimento di questi tempi e la precarietà del nostro presente, raccontando in modo intimo le conseguenze della crisi economica, che diviene anche crisi esistenziale. Ha conquistato la critica mondiale e il giudizio dell’Academy, convincerà anche il grande pubblico che ancora non è riuscito a vederlo? Lo scopriremo dal 30 aprile, quando sarà diffuso in streaming su Star (Disney+).

Molti si aspettavano che Nomadland si aggiudicasse anche la categoria “miglior sceneggiatura non originale”, per la quale invece ha vinto, a sorpresa, The Father, del regista esordiente Florian Zeller, che firma la sceneggiatura in coppia con Christopher Hampton.

A questo film, struggente, che racconta l’Alzheimer tramite gli occhi di un uomo che lo vive sulla propria pelle va, sempre a sorpresa, anche il premio per il “miglior attore protagonista”, al fuoriclasse Sir Anthony Hopkins. Il favorito per questa categoria era Chadwick Boseman, l’attore prematuramente scomparso nel 2020, protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom, e invece, con una delle sue migliori ultime interpretazioni, Hopkins, a 83 anni, ha portato a casa il suo secondo Oscar dopo quello conquistato per Il silenzio degli innocenti nel 1992.

I premi ai migliori attore e attrice non protagonisti hanno seguito i pronostici: Daniel Kaluuya ha trionfato nei panni di un intenso e combattivo Fred Hampton, il leader delle Pantere Nere in Judas and the Black Messiah, e Youn Yuh-Jung ha vinto per l’interpretazione dell’iconico personaggio della nonna coreana in Minari, film che parla di affetti familiari e radici: un piccolo gioiello che scalda il cuore e commuove.

Anche quest’anno il premio per il miglior film d’animazione è andato alla Pixar con Soul, un film intelligente e poetico sul jazz e sul senso della vita, mentre il premio per il migliore documentario è andato a My Octopus Teacher, toccante storia dell’amicizia tra un uomo e un polpo. Il meraviglioso polpo femmina che abita il bosco di alghe di fronte alla casa del protagonista meritava di vincere, ma in gara nella stessa categoria c’erano anche due documentari che vi consigliamo vivamente di vedere: Time (della regista Garret Bradley, miglior documentarista al Sundance Festival) un film intimo e sorprendente che racconta la lotta di una donna, Fox Rich, per ottenere la scarcerazione del marito ingiustamente condannato a 60 anni di carcere (si trova su Amazon Prime Video) e Crip Camp, il film sui diritti dei disabili prodotto da Michelle e Barack Obama (si trova su Netflix).

Vince come miglior film straniero Another Round del talentuosissimo regista danese Thomas Vinterberg (uno dei fondatori di Dogma 95 e regista di Festen), che ha fatto uno dei discorsi di ringraziamento più toccanti della serata, ricordando la figlia morta poco prima dell’inizio delle riprese. Il film, che ha per protagonista Mads Mikkelsen, è una  delle pellicole rivelazione dell’anno, audace e dal messaggio rivoluzionario. Purtroppo non sappiamo ancora la data di uscita del film in Italia ma ne sentiremo ancora parlare.

Il premio per la miglior sceneggiatura originale è uno dei più importanti, è dalla scrittura infatti, che nasce un buon film: se l’è aggiudicato la regista e sceneggiatrice Emerald Fennell (che è anche un’attrice e nella serie The Crown interpreta Camilla Parker- Bowles) con uno dei film più travolgenti dell’anno, un vero colpo di fulmine: Promising Young Woman. È la storia di Cassie, interpretata da una intensa Carey Mulligan, un’ex studentessa prodigio di medicina che lascia gli studi dopo un trauma, a cui cerca di rimediare dando la caccia ai predatori sessuali, fingendosi ubriaca o drogata, prima di dar loro una lezione. Non è un film alla Lady Vendetta, infatti non è la sete di vendetta a muovere la protagonista ma amore e lealtà, il senso estremo dell’amicizia per il quale lei si mette in pericolo di proposito. È una pellicola potente, che alcuni hanno tentato di liquidare definendolo “un film per femministe arrabbiate”, in realtà ha un messaggio importantissimo, che deve arrivare forte e chiaro a tutti e per questo noi lo vorremmo proiettato in tutte le scuole superiori, per essere visto in particolare dalle nuove generazioni, che possono così comprendere ed evitare tanti orrendi errori commessi dalle generazioni precedenti (vedi alle voci: patriarcato interiorizzato, vittimizzazione secondaria e cultura dello stupro, temi che in Italia sono così tristemente attuali anche in seguito a episodi inqualificabili, come il recente video pubblicato da Beppe Grillo). 

Tra le sorprese c’è anche il grande “sconfitto” della serata: data la sua complessità molti pensavano che sarebbe stato Mank di David Fincher a tornare a casa a mani vuote, invece, forte di 10 candidature, ha vinto almeno gli Oscar tecnici alla migliore scenografia e alla miglior fotografia; è stato invece Il processo ai Chicago 7, opera seconda di Aaron Sorkin a uscire dalla serata a bocca asciutta. A fronte di 6 nomination, il film, un “courtroom drama che parla di diritti civili e vanta un cast eccezionale, in cui spiccano Sacha Baron Cohen e Eddie Redmayne, si è arreso a Nomadland e agli altri concorrenti.

Delusione infine anche per l’Italia, che torna a casa a mani vuote. Massimo Cantini Parrini non vince per i migliori costumi e Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti non vincono per il Pinocchio di Matteo Garrone: entrambi i premi vengono assegnati a Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe. Delusione anche per la categoria della miglior canzone che vedeva in nomination Laura Pausini, Niccolò Agliardi e Diane Warren per Io sì (Seen), tratta dal film La vita davanti a sé di Edoardo Ponti, ma che è andato a H.E.R. e Dernst Emile II per Fight For You per Judas and the Black Messiah.  

 

UNA NOTTE (QUASI) NORMALE

Durante il pre-show gli Oscar hanno fatto di tutto per dare una parvenza di ritorno alla normalità e per essere glamour come sempre: nessuna star è apparsa in pigiama da casa, 

Zoom e la call con la libreria (o la vetrina dei premi) alle spalle sono state abolite. I look sono stati da vero red carpet: sfavillanti e da ricordare (o dimenticare!).

Niente Kodak Theatre, ma una nuova location, allestita all’interno della Union Station di Los Angeles: la scenografia lasciava un po’ a desiderare e abbiamo quasi rimpianto le luci psichedeliche scelte da Amadeus per il Festival di Sanremo di quest’anno…Ma tutto era ridotto e non si può pretendere troppo in questo momento ancora difficile.

La platea era riservata ai soli candidati e molti presentatori (tutti attori): Angela Bassett, Halle Berry, Bon Joon Ho, Don Cheadle, Bryan Cranston, Laura Dern, Harrison Ford, Regina King, Marlee Matlin, Rita Moreno, Joaquin Phoenix, Brad Pitt, Reese Witherspoon, Renée Zellweger e Zendaya,  con pochi preamboli hanno annunciato i vincitori delle varie categorie.

Tutto è andato avanti in modo abbastanza scorrevole, senza gaffe, battute o intoppi, nelle quasi 4 ore (!) della lunga notte, quasi nessuna polemica e poche sorprese. 

Ha destato qualche perplessità l’aver deciso di anticipare l’annuncio del “Miglior Film” (è sempre stato l’ultimo premio ad essere annunciato) per lasciare nel finale i migliori attori protagonisti.

Comunque, l’importante è essere arrivati (svegli) alla fine, anche se con uno spettacolo ridotto all’osso e dei ringraziamenti davvero troppo lunghi.

 

I NOSTRI COLPI DI FULMINE E DOVE VEDERLI

Quest’anno in pochi – anche fra gli addetti ai lavori – sono riusciti tutti i film candidati e così il dibattito sui film più popolari e polarizzanti, non si è creato. Di certo potrà crearsi un commento post Oscar, visto che – proprio oggi – le sale cinematografiche in Italia riaprono e alcuni dei vincitori stanno per arrivare sul grande (o piccolo) schermo.

PROMISING YOUNG WOMAN (UNA DONNA PROMETTENTE) – (Emerald Fennel) – Uscita prevista al cinema: 29 aprile 2021

MINARI – (Lee Isaac Chung) – Uscita prevista al cinema: 26 aprile 2021

NOMADLAND – (Chloé Zhao) – Dal 30 aprile su Star (Disney+)

SOUND OF METAL – (Darius Marder) – Amazon Prime Video 

IL PROCESSO AI CHICAGO 7 – (Aaron Sorkin) – Netflix

THE FATHER (NULLA è COME SEMBRA) – (Florian Zeller) prossimamente in uscita

SOUL – (Pete Docter, Kemp Power) – Disney+

MY OCTOPUS TEACHER – (Pippa Ehrlich, James Reed, Craig Foster) – Netflix

TIME – (Garret Bradley) – Amazon Prime Video

CRIP CAMP  – (James Lebrecht, Nicole Newnham) – Netflix

TUTTI GLI OSCAR 2021

Miglior film
Nomadland

Migliore regia
Chloé Zhao – Nomadland

Migliore attore protagonista
Anthony Hopkins – The Father

Migliore attrice protagonista
Frances McDormand – Nomadland

Migliore attore non protagonista
Daniel Kaluuyah – Judas and the Black Messiah

Migliore attrice non protagonista
Yuh-Jung Youn – Minari

Migliore sceneggiatura originale
Una donna promettente 

Migliore sceneggiatura non originale
The Father

Miglior film internazionale
Un altro giro (Druk), regia di Thomas Vinterberg (Danimarca)

Miglior film d’animazione
Soul

Migliore fotografia
Mank

Migliore scenografia
Mank

Miglior montaggio
Sound of Metal

Migliore colonna sonora
Trent Reznor, Atticus Ross e Jon Batiste – Soul

Migliore canzone
Judas and the Black Messiah

Migliori effetti visivi
Tenet

Miglior sonoro
Sound of Metal

Migliori costumi
Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior trucco e acconciatura
Ma Rainey’s Black Bottom

Miglior documentario
Il mio amico in fondo al mare – My Octopus Teacher

Miglior cortometraggio documentario
Colette

Miglior cortometraggio
Two Distant Strangers

Miglior cortometraggio d’animazione
If anything happens I love you