Maternità e parità di genere

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Perché i congedi di paternità aiuterebbero tutti.

Sebbene negli ultimi decenni il tasso di occupazione femminile sia notevolmente aumentato è innegabile che ad oggi si presentino ancora importanti divari di genere nel mercato del lavoro. Se ci concentriamo solo sulla situazione in Europa salta subito all’occhio come questa sia complessa ed eterogenea.

È noto, ad esempio, come l’Italia sia indietro rispetto ai paesi scandinavi, che invece rappresentano una sorta di best practice, relativamente ai parametri che misurano le dinamiche di genere.

E se in generale le donne nel mercato del lavoro fanno ancora fatica ad affermarsi, c’è un gruppo ancora più penalizzato: le madri.

 

La maternità nel mercato del lavoro

Non giriamoci intorno, nel mercato del lavoro avere un figlio per una donna è una penalizzazione: i dati ci dicono che i tassi di occupazione femminile diminuiscono con la presenza di un bambino (e questo vale per tutti i paesi europei). In alcuni casi, le madri abbandonano definitivamente il mercato del lavoro dopo la nascita dei bambini, mentre per quelle che decidono di rimanere all’interno del mercato del lavoro, la situazione si complica e tendenzialmente non ha risvolti positivi.  Spesso le madri hanno una retribuzione inferiore alle non-madri, o scelgono impieghi che permettono di conciliare più facilmente il lavoro e la gestione dei figli (ad esempio optando per contratti part time, che ancora una volta confermano il dato sulla minore retribuzione). E ancora, ci sono degli studi che si concentrano sulla child penalty, ovvero “l’impatto di un bambino sui risultati del mercato del lavoro delle donne rispetto agli uomini” (P.Profeta, 2020): in diversi paesi europei effettivamente si riscontrano divari di genere in termini di occupazione, ore lavorative e retribuzione oraria dopo la nascita di un figlio. 

In più, oltre a i dati oggettivi che possiamo trovare relativamente all’impatto della maternità sul lavoro, quante volte noi donne siamo penalizzate perché potenzialmente potremmo avere un figlio durante la nostra carriera? 

La maternità è una determinante delle discriminazioni di genere e, dal momento che non vi sono fattori “naturali” che implichino che le madri non possano essere comparate a tutti gli altri lavoratori, si possono attuare delle politiche tali per ridurre le penalizzazioni.

Eppure, a partire dagli anni ’80,  negli stati con alti tassi di natalità  si sono sviluppati anche alti tassi di occupazione. In questi paesi sono state portate avanti politiche che permettono alle donne di lavorare e guadagnare anche con figli a carico: parliamo di servizi di assistenza all’infanzia, organizzazioni flessibili e bilanciamento in famiglia di lavoro domestico e di cura. 

L’ultimo punto è forse il più importante, dal momento che sottolinea l’importanza degli uomini nella questione della parità di genere. Nei paesi in cui le famiglie suddividono equamente il lavoro di cura, le probabilità che le donne abbiano migliori risultati nel lavoro sono più alte e allo stesso tempo è verosimile che la famiglia abbia un secondo figlio mentre la madre lavora (si può quindi pensare a quello che succede in Italia per confermare negativamente queste statiche).

 

Il congedo di paternità: che cos’è 

C’è un tema su cui ci vogliamo soffermare perché ad oggi è forse un po’ sottovalutato: il congedo di paternità.

Molto banalmente: al momento della nascita di un figlio, una delle politiche familiari in atto è quella che prevede un congedo, ovvero un periodo di astensione dal lavoro, i cui termini vengono regolamentati dalla legge per quanto riguarda modalità, tempistiche e retribuzione. I congedi possibili sono tre: parentali (destinato a un genitore a scelta all’interno della coppia), di maternità, di paternità.

I congedi parentali e di maternità hanno l’obiettivo di sostenere l’occupazione femminile, quello di paternità invece nasce con lo scopo di riequilibrare il lavoro di cura all’interno della famiglia.

I dati europei ci suggeriscono che in generale i congedi di paternità sono poco diffusi, tendenzialmente brevi (spesso parliamo di pochi giorni), ma ben ricompensati, mentre i congedi di maternità sono molto più generosi in termini di tempo ma più penalizzati in termini salariali.

Il congedo di paternità, oltre ad essere già per legge uno strumento limitato, è ancora molto poco utilizzato, e anche all’interno dell’Unione Europea vediamo che non sono molti coloro che decidono effettivamente di usufruirne ( il paese dove è meno utilizzato è la Grecia, 0,02%, contro il 44% della Svezia).

In Italia esiste il congedo di paternità e il congedo di paternità obbligatorio:

  • Il primo consente al padre di astenersi dal lavoro durante tutta la durata del congedo di maternità, ma è subordinato a diversi presupposti (affidamento esclusivo del bambino, abbandono, infermità della madre, morte della madre).
  • Il secondo è una misura introdotta con la Legge Fornero (L.92/2012), che ad oggi prevede l’astensione obbligatoria dei padri per 10 giorni (oltre al congedo di maternità), con la possibilità di usufruire di un ulteriore giorno facoltativo in alternativa alla madre.

 

Il congedo di paternità: i vantaggi

Nonostante le attuali limitazioni, questo tipo di congedo avrebbe dei risvolti positivi in termini economici e sociali

Dal punto di vista economico, il congedo di paternità potrebbe comportare delle riduzioni in termini di:

  • Disuguaglianze nel mercato del lavoro: un supporto da parte del padre consentirebbe alle neo-madri di riprendere a lavorare dopo il parto (riducendo così nel lungo termine il divario occupazionale di genere e il child penalty di cui sopra),
  • Gender pay gap (GPG), ovvero quel differenziale retributivo di genere che sorge perché spesso le madri per rientrare nel mercato del lavoro accettano impieghi con contratti svantaggiosi, spesso part time, che implicano anche minori opzioni di avanzamento di carriera, 
  • Female pension gap: diminuire le cause di discriminazione in termini previdenziali, come le interruzioni di carriera, i contratti part time, il GPG, implica che anche le pensioni siano più eque. 

Dal punto di vista sociale, la gestione congiunta del congedo implica diversi vantaggi, tra cui:

  • Una distribuzione più equa del lavoro retribuito e del lavoro di cura,
  • Effetti positivi sulla crescita dei figli dovuti ad un maggiore coinvolgimento della figura paterna,
  • Effetti positivi sulla fertilità: negli stati dove il congedo di paternità è più diffuso, il numero di figli per nucleo famigliare è più elevato.

Ora, i vantaggi sono molteplici, così come lo sono gli ostacoli alla diffusione dei congedi. Alcuni esempi:

  • Reddito familiare: solitamente il reddito maggiore è quello del padre, i congedi dovrebbero quindi garantire che il livello finale di compensazione economica della famiglia sia ottimizzato,
  • Flessibilità in termini di distribuzione temporale, scelta di part time/full time, periodo di crescita del figlio, etc,
  • Barriere culturali: è difficile cambiare lo status quo, sia a livello aziendale che culturale ad ampio spettro.

Ciò detto, nonostante sia un cambiamento forse non facile, le prime sperimentazioni ci dicono che sembra perlomeno un cambiamento utile, se non necessario, ai fini dell’agevolazione del miglioramento del mercato del lavoro delle donne. Ci sono dei passi avanti, si è già fatto molto, ma serve un’accelerata per fare effettivamente la differenza e creare un mercato del lavoro senza disuguaglianze.