Margaret Bourke-White: la prima donna da copertina

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23 novembre del 1936, Life quella che diventerà la rivista illustrata più famosa al mondo, vede la luce. In copertina c’è una foto in bianco e nero della diga di Fort Peck, in Montana. Quella foto è uno scatto di donna di primati, Margaret Bourke-White. La prima donna a firmare la copertina di un giornale. Ma non solo. Anche la prima donna corrispondente di guerra, la prima donna autorizzata a volare in missione di combattimento, come anche la prima fotoreporter a immortalare i volti dei prigionieri del campo di concentramento di Buchenwald dopo l’arrivo del generale americano Patton e anche l’ultima a fotografare Gandhi, poche ore prima della sua morte.

Determinata, audace, coraggiosa, così è l’opera di Bourke-White., così è stata la sua vita. 

Nasce a New York il 14 giugno del 1904 da una famiglia borghese, il padre ingegnere progettista, la porta con sé fin da bambina, a visitare le fabbriche dove lavora. Saranno proprio le fabbriche i suoi primi soggetti, lamine metalliche, enormi bulloni, enormi città della produzione. 

“Per me, appena uscita dal College con la macchina fotografica al collo, le fabbriche, con le ciminiere all’orizzonte erano i giganti di un mondo inesplorato, guardiani dei segreti e delle meraviglie delle acciaierie”.

Dopo aver visto alcune delle immagini pubblicitarie scattate dalla donna di primati, Margaret Bourke-White, per la compagnia Otis Steel, Henri Luce, editore di Time non esita ad ingaggiarla prima per la rivista Fortune e poi la coinvolgerà in un’altra avventura editoriale, appunto Life.

Il successo della copertina di Life la gratifica ma non l’appaga completamente e la rivista la mette in contatto con un mondo completamente diverso da quello del progresso e dell’industria: quello della vita reale, della povertà e della gente comune.

E’ il 1934, il sud dell’America viene colpito da una grande siccità seguita da un periodo di alluvioni, uno dei più gravi disastri ambientali, che mise in in ginocchio migliaia di famiglie. Lo scatto più famoso è quello che ritrae un cartellone pubblicitario con una famiglia bianca molto wasp con tanto di cagnolino con la scritta “World’s highest standard living, There’s no way like the american way” e di fronte alla pubblicità una fila di poveri tutti neri, in attesa di ricevere del cibo, a Louisville. 

Da questo momento in poi lei stessa dirà  “Non avevo mai visto un paesaggio simile. Da quel momento capii che non avrei ma più lavorato in pubblicità”.

Margaret diventa così la prima donna fotografa accreditata presso l’esercito americano, viene disegnata per lei una divisa ad hoc con la sigla WX war corrispondent, e la sua fama di reporter cresce con la sua arte. Continua a lavorare per Life e al contrario degli altri fotografi, a lei non vengono assegnati i servizi ma è lei che propone e che sceglie cosa raccontare. 

Dieci anni più tardi, riesce a realizzare uno scoop giornalistico per Life in URSS, ritrae Stalin stranamente sorridente e il cielo di Mosca sotto le bombe tedesche. Dei tanti fotografi di Life, pochi hanno vissuto tante avventure belliche quanto Margaret Bourke White. Ma la logistica di una donna tra l’esercito non è semplice, condivide con i soldati, tenda, bagno, pasti, per tutti è Maggie “l’indistruttibile.”

Nel 1945 è in Germania a Buchenwald dove ritrae i volti dei prigionieri del campo di concetramento liberati dalle truppe americane. Lei stessa davanti allo strazio, racconta di aver scattato senza guardare, “l’obbiettivo mi servì da barriera tra me stessa e l’orrore che mi ritrovai di fronte”. 

Nel 1947 è in Pakistan e in India, nuovo centro di tensioni nel momento della nascita dei due Stati, intervista e ritrae Gandhi a poche ore dalla sua morte, poi vola in Sud Africa dove racconta l’apartheid e scende due miglia sotto terra per ritrarre il lavoro dei minatori d’oro. 

È sempre la prima, sempre in prima linea, sempre in guerra, ma un’altra guerra è alle porte, una guerra tutta personale la più difficile e la più dura di tutte: il morbo di Parkinson. È il 1952 riuscirà a lavorare come fotografa per Life fino al 1957.

L’ultima frontiera del suo lavoro è sé stessa. “Bisogna conoscere la sensazione di chi si trova prigioniero nel proprio corpo come fosse in un armadio, incapace di uscire”. Le immagini la mostrano mentre si muove e fa esercizio, mentre combatte per riprender il controllo del suo corpo, il reportage poi pubblicato su Life si intitola La lotta indomita di una donna famosa. Si lascia ritrarre dall’amico e collega Alfred Eisentaedt, lo stesso amico che l’aveva ritratta all’ultimo piano del Chrysel Building, sulla testa di un gargoyle, mentre impugna una fotocamera di grande formato pronta a scattare New York dall’alto, in pieno controllo di se stessa e della macchina fotografica che tiene tra le mani. 

Nel 1963, firma la sua autobiografia Portait of myself, oggi ripubblicata in Italia da Contrasto, dove scrive: “La mia vita e la mia carriera non hanno nulla di casuale, tutto è stato accuratamente progettato”. Morirà nel 1971, a soli 67 anni, nella sua casa del Connecticut, con pochi soldi messi da parte per le cure, sola ma non dimenticata.