Il cattivo femminismo di Fleabag

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Essere attiviste significa sentire il bisogno di produrre un cambiamento politico o sociale, significa credere in un futuro migliore e dedicare il proprio tempo per realizzarlo.

Essere attiviste non significa invece necessariamente tendere alla perfezione e tantomeno non agire o non sentirsi più tali, per il timore di essere giudicate non brave abbastanza.

Decidere di essere delle attiviste, non deve comportare in noi alcun tipo di “ansia da prestazione”, ma al contrario, deve darci quella forza per agire ogni giorno sempre meglio.

Per cui, anche sbagliare, dire una frase con un significato scorretto, per poi correggersi subito dopo, accettare o far scivolare dalle proprie mani il “premio per la migliore donna d’affari” a cui tua sorella ti aveva chiesto di fare estrema attenzione, non ci rende meno attiviste, ma semplicemente delle “cattive attiviste” o come nel caso della protagonista di Fleabag, delle “cattive femministe”.

L’episodio del “Premio alla migliore donna d’affari” è emblematico di questa condizione.

La vincitrice non avrebbe mai voluto riceverlo perché dal suo punto di vista considerato discriminatorio, perché riduce le donne ad una sottocategoria, ma lo fa lo stesso, decide di accettarlo per non risultare “stronza” agli occhi di chi ha sostenuto l’iniziativa. Tale comportamento da “cattiva attivista” non compromette però il suo esserlo.

Lo dimostrerà infatti subito dopo, quando rivelerà a Fleabag qualcosa che la sconvolgerà ma allo stesso tempo le darà nuova forza.

Sostanzialmente la donna le dirà, che al contrario di quanto si pensi, la vita per una donna non termina affatto a trent’anni e nemmeno a cinquanta e che anzi, la vita dopo la menopausa è qualcosa di meraviglioso, perché solo allora siamo finalmente libere, libere di smettere di soffrire.

Consiglierà a Fleabag di non abbattersi e di prendere la “notte per i capezzoli” e flirtare con qualcuno, perché i trent’anni sono fatti proprio per questo.

Quello di Fleabag, la serie inglese ora disponibile su Amazon Prime, è stata considerata la “guida di sopravvivenza per la donna del XXI secolo” perché, tra la prima e la seconda stagione, segue la protagonista nel suo cammino di donna imbranata, ma brillante e autoironica, tra incomprensioni con i familiari e nel suo rapporto con diverse tipologie di uomini, dei quali non sarà mai pienamente soddisfatta, fino all’ultimo meraviglioso flirt con il prete, espediente comico molto ben riuscito e mai blasfemo, in cui si affronterà il problema che spesso affligge noi donne del 21 esimo secolo, emancipate sì ma anche con una perenne tensione verso la ricerca dell’amore romantico.

Fleabag è un testo teatrale scritto e interpretato da Phoebe Waller-Bridge e rappresenta un esperimento ben riuscito di serialità televisiva, ma anche di quella ricerca del rapporto con il pubblico, resa possibile grazie alla rottura della “quarta parete”, rottura che non tutti sono in grado di ottenere al modo della Waller-Bridge. Ci viene in mente purtroppo la prima e unica stagione non rinnovata di “High Fidelity” con Zoe Kravitz, che nonostante la buona idea di base – ovvero di rivisitare in chiave femminile il film cult del 2000 – non riesce ad infrangerla e di cui probabilmente la serie, non ne aveva bisogno, a differenza di

Fleabag, che senza lo sguardo di Phoebe non sarebbe stato lo stesso.

Il suo pubblico infatti, si sente così partecipe delle sue reazioni, tanto da sentirsi quasi chiamato in causa. Ci verrebbe quasi voglia di dire a Phoebe cose del tipo “Sei più femminista di quanto tu non creda”, o “anche io, se avessi avuto le tette più grandi, non sarei stata così tanto femminista”.

È decisamente un esperimento ben riuscito sia dal punto di vista della regia, sia dal punto di vista del messaggio importante che trasmette: sii la cattiva attivista e va avanti per la tua strada, perché è meglio essere una cattiva femminista, che non esserlo affatto.