Ethos, tutta un’altra serie

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Abituati ai binge watching e ai ritmi forsennati delle serie mordi e fuggi, con Ethos riscopriamo il piacere di guardare, con la dovuta attenzione e i giusti tempi: il ritmo del racconto, volutamente lento, qui non è affatto un difetto, ma un valore aggiunto, che forse dovremmo riscoprire.

Persi fra gli accattivanti labirinti pop dei prodotti di Shondaland e il buio delle solite serie di cui siamo pronti a fare l’ennesimo rewatch, ecco che una luce ci appare in fondo al tunnel di Netflix… Sì perché Ethos, questo nuovo drama corale in otto episodi, non ha nulla in comune con quello che siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni. In questa serie tutto è diverso, un po’ come ci anticipa il suo titolo originale: Bir Başkadır, un’espressione – tratta dal testo di una canzone del 1972 della cantante Ayten Alpman – che letteralmente non si può tradurre, ma il cui senso è: “qualcosa di diverso…tutta un’altra cosa”. 

Ecco, Ethos è proprio tutta un’altra cosa: per la regia e la fotografia, per lo stile narrativo e il montaggio e per il modo di affrontare temi che abbiamo già visto in altri prodotti, come lo scontro fra passato e presente, la società patriarcale, i conflitti sociali, gli scontri culturali, il pregiudizio e i problemi psicologici in una maniera nuova, originale, senza nessuna retorica. 

Siamo nella Turchia moderna, una società vitale e piena di contraddizioni, in continua evoluzione dove la “supremazia” laica cede il passo all’ascesa della borghesia islamica: questo passaggio genera molte tensioni interne al Paese, non dimentichiamo infatti che la Turchia ufficialmente è uno stato laico, ma il 98% della popolazione è composta da musulmani, e la politica del presidente Erdoğan non è certo un esempio di apertura e inclusione.

Nel primo episodio di Ethos ci colpisce subito il sottile equilibrio che c’è tra l’arretratezza e la febbrile modernità di una città come Instanbul: dalle prime inquadrature infatti seguiamo la protagonista, Meryem – la bravissima e magnetica Öykü Karayel  nel suo tragitto dalle zone di campagna dove vive, a Beyoglu, il quartiere benestante della città, che affaccia sul Bosforo.

Meryem è un personaggio potente, intenso, dallo sguardo sognante e quasi ipnotizzante ed è proprio lei il magnete relazionale attorno alla quale gravitano tutti gli altri personaggi. È una giovane domestica che proviene da una famiglia umile e conservatrice, composta dal fratello Yasin, dalla cognata Ruhiye e dai due nipoti; è cresciuta con una educazione di stampo fortemente patriarcale e si affida in tutto agli insegnamenti del suo hodja (una figura religiosa simile all’imam, che dispensa saggi consigli ispirati da Allah).

Meryem è affetta da un disturbo psicosomatico che la fa svenire improvvisamente ogni volta che si trova in particolari situazioni, legate a fidanzamenti o matrimoni; questo particolare disturbo la porta a incontrare la psicologa Peri, interpretata dall’apparentemente algida e perfetta Dafne Kayalar.

Peri è esattamente l’opposto di Meryem: donna ricca e sofisticata, laica, che ha studiato all’estero, ha modi occidentali ed è figlia della ricca borghesia turca.

Il rapporto fra queste due donne, apparentemente così agli antipodi, è uno dei focus narrativi più affascinanti della serie: fra Meryem e Peri si crea una sorta di doppio transfert, sono entrambe affascinate l’una dall’altra ma non riescono davvero a comprendersi, in particolare Peri non riesce a superare il pregiudizio e il sentimento di superiorità che prova nei confronti di Meryem e la repulsione nei confronti del velo che la ragazza porta, che agli occhi di Peri è simbolo della sua ristrettezza mentale e del suo cieco affidarsi alla religione.

Ma chi fra le due è mentalmente più chiusa? Chi è davvero in gabbia? La linea che le divide è molto sottile: “Lei ha un velo in testa, tu sul cervello.”, queste sono le parole che un’amica rivolge alla psicologa nel corso della serie.

Ethos però non esprime giudizi: come in una seduta psicanalitica, invita i protagonisti – e il pubblico – a scavare dentro di sé, per lasciare emergere il proprio subconscio, anche rischiando di soffrire, pur di arrivare a una catarsi che li porterà a stare meglio con sé stessi e con gli altri.

Attorno alla coppia terapeuta e paziente, gravitano: Gülbin, l’analista di Peri, Synan il playboy per cui lavora Meryem e che una storia con Gülbin, la famiglia di Meryem, la famiglia dell’hodja e altri personaggi. Le loro esistenze si incrociano e la soluzione narrativa scelta è quella del “dramma delle relazioni” ma ai toni tipici di questo genere si mescolano anche quelli della commedia, così ci si emoziona per la tenera e struggente storia d’amore fra Yasin e Ruhiye, ci si commuove per la storia dell’hodja e di sua figlia e si ride per i goffi tentativi di corteggiamento indirizzati a Maryem dal suo spasimante.

Nonostante la forte coralità della serie, ogni personaggio viene approfondito con i giusti tempi e con una strabiliante sensibilità da parte dello sceneggiatore e regista Berkun Oya, che ha scritto i copioni in collaborazione con Ali Farkhonde.

La regia è visivamente sorprendente: i lunghi piani delle silhouette della città ci mostrano una Istanbul che va oltre la cartolina e ci fanno scoprire la bellezza dei non luoghi, viali fatti di palazzi popolari, le campagne isolate, gli appartamenti fatti di dettagli abbandonati e – a loro modo – magnifici. La fotografia ha un look dal sapore nostalgico, fortemente anni ’70, che la rende ancora più affascinante. Altro elemento fondamentale della narrazione è sicuramente la musica, che accompagna perfettamente la narrazione introspettiva, in particolare a catturare l’attenzione è il finale di ogni episodio che si conclude con le immagini delle esibizioni dal vivo dei primi anni ‘80 di Ferdi Ozbegen, famoso cantante turco, autore di canzoni arabesk.

Il risultato di tutti questi ingredienti, perfettamente dosati, fa sì che Ethos sia un mosaico impeccabile, diviso in otto frammenti di forma e contenuto straordinari. 

Nel giorno del debutto su Netflix, Ethos è subito finita al primo posto tra le serie più viste in 

Turchia ed è diventata trending topic sui social media; naturalmente, insieme al successo sono arrivate anche le polemiche, la parte più conservatrice del pubblico infatti ha gridato allo scandalo per una scena che vedrebbe l’uso del velo islamico (l’hijab) come oggetto sessuale (alla fine del secondo episodio, Sinan è in bagno e annusa il velo indossato da Meryem mentre puliva casa.) 

Insomma Ethos farà sicuramene ancora parlare di sé e sicuramente anche in Italia è destinata a far a ottenere il successo che merita. Noi di GRLS vi raccomandiamo di non perderla e consigliamo la versione in lingua originale, per apprezzare di più tutta la musicalità della lingua turca.