Donne e Istituzioni: dalle madri della Costituzione alle politiche di oggi

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Governo Draghi. 23 ministri, 15 uomini e 8 donne, di cui solo 3 con portafoglio. Sono questi i numeri che hanno fatto tornare alla ribalta un tema che sembrava finito nel dimenticatoio: la presenza femminile nella politica italiana. 

Additato a grande colpevole il Partito Democratico, reo di non aver candidato nessuna donna come possibile ministro. Eppure i muri che devono affrontare le donne che cercano di emergere in politica, soprattutto a sinistra, sono noti a tutti dall’alba dei tempi. E  a quanto pare, fino ad oggi, si è fatto ben poco per abbatterli. 

 

Come tutto è iniziato

In un’Italia martoriata e alla ricerca della propria strada, le donne del dopoguerra hanno lottato con forza per partecipare attivamente alla politica, per ottenere il diritto di voto e la possibilità di farsi eleggere. Nonostante le diverse posizioni politiche, l’obbiettivo delle madri della Repubblica era far sì che le donne potessero realizzarsi nella vita senza rinnegare la propria funzione materna, non omologandosi quindi agli uomini ma portando la propria differenza come valore prezioso.

“Dare alle donne il mezzo per elevarsi nella società e portarsi all’altezza dell’uomo ed a pretenderne gli stessi diritti” era questo il motto del GDD, il Gruppo di Difesa delle Donne, nato nel novembre 1943 con lo scopo di introdurre la componente femminile, da sempre confinata al ruolo di angelo del focolare, nell’arena pubblica italiana. 

Il 2 giugno 1946, grazie anche all’enorme lavoro svolto da associazioni come l’UDI, l’Unione Donne Italiane, e il CIF, il Centro Italiano Femminile, 12 milioni di donne (l’89%!) partecipano al Referendum istituzionale per decidere la forma di governo che avrebbe avuto l’Italia del dopoguerra. 

Da allora,  le donne della appena nata Repubblica Italiana, non si sono più accontentate di essere semplicemente soggetti passivi nello spazio pubblico. Nell’Assemblea Costituente, che si occuperà di scrivere la nostra Costituzione, saranno 21 le donne elette: 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e 1 dell’Uomo Qualunque. 

La Costituente era un ambiente quasi esclusivamente maschile. A dominare erano politici ed ex partigiani noti e autorevoli. Eppure le 21 giovanissime politiche non si lasciarono intimidire e contribuirono in modo determinante alla stesura della Costituzione. In particolare 7 articoli sono così come li conosciamo solo grazie all’apporto e all’impegno delle donne della Costituente: l’articolo 3 sulla concezione di uguaglianza, gli articoli 29,30 e 31 sulla famiglia, l’articolo 37 sulla parità nel mondo del lavoro, l’articolo 48 sull’uguaglianza nella partecipazione politica e l’articolo 51 sull’uguaglianza nell’accesso alle cariche pubbliche e ai pubblici uffici. 

Eppure, nonostante l’impegno di queste donne e le loro indubbie capacità politiche, si dovrà aspettare fino al  1976 per vedere la prima donna ministro: Tina Anselmi, Ministra del Lavoro nel governo Andreotti III. 

 

Le donne nella politica italiana 

Dalla I alla XVI legislatura l’Italia ha visto passare 64 governi e 28 Presidenti del Consiglio. Ben 13 governi sono stati composti solo da uomini. A fare da spartiacque il 1983, anno di nascita del Governo Fanfani V: da quel momento la presenza femminile in politica sarebbe stata una costante, anche se con percentuali molto piccole. Almeno fino al 2006, quando i numeri hanno iniziato ad aumentare considerevolmente. E non si sono più fermati.

Insomma, non possiamo di certo negare gli enormi passi avanti compiuti negli ultimi anni, grazie principalmente ad una presa di coscienza sociale più che alle tanto discusse quote di genere. Siamo passati da una presenza femminile del 3,10% nella III legislatura ad una del 30,11% nella XVII, superando addirittura la media UE del 29%. 

Il percorso è stato senza dubbio in salita: Ci sono voluti 30 anni e 7 legislature per eleggere più di 50 donne, quota 100 è stata superata nel 1987 e quota 150 nel 2006. Il 4 marzo 2018 si è superata quota 300 elette, 1/3 dei parlamentari. 

 

Campioni europei 

Siamo il paese europeo che ha realizzato la crescita più forte da questo punto di vista, con un +25,6% in 16 anni. Partiti al terzultimo posto in Europa, con solo il 10,2% delle donne in politica, anno dopo anno abbiamo registrato un aumento vertiginoso, soprattutto alle elezioni del 2013 che hanno segnato un +10% di presenza femminile. 

Oggi siamo al 44esimo posto a livello mondiale (ma nel 2006 eravamo al 76esimo)e al nono posto a livello europeo. 

 

L’irrilevanza delle politiche di sinistra 

Ma se i numeri sono così incoraggianti allora dove sta il problema? Perché le donne del PD si sono imbestialite per la mancata nomina di una donna come ministro?

Quello che manca alle politiche italiane è l’autorevolezza, l’indipendenza di pensiero e, alla fine dei conti, la possibilità di gestire davvero il potere. Le donne che militano nella politica italiana, soprattutto a sinistra, sono a tutti gli effetti vittime di tokenism da parte dei dirigenti di partito. Rappresentano la quota femminile necessaria per ripulirsi l’immagine, l’emblema sbiadito di inclusività e larghezza di vedute che serve alla (quasi) defunta sinistra italiana per mantenersi in vita e darsi una parvenza progressista. 

Soppiantati i poveri operai (maschi), ormai non più necessari ad un Partito Democratico tutto teso verso i diritti civili, le donne sono diventate le vittime perfette di un mondo politico clientelare, vecchio e maschio. Avere molte donne nel partito ripulisce la coscienza della dirigenza partitica e porta voti femminili ma non risolve quella che è la colpa originaria delle politiche (principalmente di sinistra): essere irrilevanti. 

Se il mondo della sinistra è stato travolto dalle polemiche, i partiti di destra sembrano invece averci guadagnato: Con due nomi come Carfagna e Gelmini tra i ministri del nuovo Governo Draghi, la destra italiana ha subito ribadito l’importanza delle donne per la propria area politica. In realtà la rilevanza femminile a destra, più che ad una larghezza di vedute della classe dirigente, è legata alla mancanza di un unico centro decisionale. I vari partiti che rappresentano la destra italiana (FdI,FI,Lega) sono partiti nuovi, o comunque rinnovati, in cui è più facile emergere per una donna ambiziosa. 

Il problema fondamentale della sinistra italiana, quello che mantiene sugli scranni i soliti noti da trent’anni, è sempre lo stesso: un intellighenzia tutta al maschile che detiene il potere e il controllo su quello che succede nel partito, compreso chi deve emergere e chi deve affondare. 

Insomma il rispetto delle quote di genere e della superficiale parità numerica non risponde alle esigenze reali delle donne in questo Paese, quello di avere potere. Se per prime le potenti politiche progressiste non credono in se stesse e continuano a farsi semplici portavoce di una dirigenza di uomini vecchi come si potrà dare rilevanza alle donne comuni?

 

Mai in posizioni dirigenziali

Donne militanti ma mai dirigenti. Se guardiamo ai dati sembra proprio che nella politica italiana sia questa la normalità. I ruoli considerati più rilevanti e autorevoli sono sempre stati saldamente nelle mani di uomini, nonostante ci avessero promesso che le quota rosa avrebbero cambiato le cose: nessuna donna è mai stata Presidente del Consiglio, nessuna donna ha mai presieduto una commissione di economia e finanza, nessuna donna è mai stata Ministro dell’Economia o delle Infrastrutture e Trasporti. Ma soprattutto nessuna donna è mai stata Presidente della Repubblica.

La penuria di figure politiche femminili rilevanti a livello nazionale ha avuto un enorme impatto anche a livello regionale e locale. In tutta la storia d’Italia le donne Presidenti di Regione sono state solo il 3% del totale. Ad oggi 13 regioni su 20 non sono mai state guidate da una donna.

Se scendiamo a livello locale le donne sindaco sono il 14,4% del totale contro la media europea del 17,2%. C’è però un dato almeno parzialmente positivo: Dal 1986 al 2016 le sindache sono aumentate di 7 volte, passando da 145 a 1097. Un passo nella direzione giusta ma non abbastanza da esserne felici. 

Stando ai dati, le donne non sembrerebbero interessate alla politica a nessun livello o almeno non quanto gli uomini. 

Ma è davvero così? Secondo uno studio di Western Society le donne sono effettivamente meno interessate alla politica e il disinteresse aumenta con l’aumentare dell’età. Eppure l’Economist ha messo in luce un dato importante: Nei Paesi con maggiore uguaglianza le donne affermano di essere molto più interessate alla politica rispetto ai Paesi in cui vi è più disuguaglianza di genere. Questo cosa significa? Che le donne che vivono maggiormente lo spazio pubblico, lavorando e facendo vita sociale, tendono ad essere più interessate anche alla politica cioè al modo in cui viene gestito quello stesso spazio pubblico.

È chiara allora l’importanza della presenza femminile nel mondo politico: solo avendo donne nelle dirigenze dei partiti sarà possibile dare voce alle altre donne, mettendo in luce problematiche che le riguardano come gruppo sociale, ad esempio il congedo parentale, il lavoro di cura non retribuito o la presenza di asili statali sul territorio. È nostro dovere, allora, far sentire le donne del futuro sicure delle proprie capacità e in grado di prendere la parole come leader, anche politici.

FONTI:

 http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/AC0340.pdf

https://www.youtrend.it/2019/12/03/donne-e-politica-a-che-punto-siamo-con-la-parita-di-genere-2/

https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a28095999/le-donne-sono-meno-interessate-degli-uomini-alla-politica/