Donne e editoria: una stanza tutta per noi

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A Virginia Woolf fu chiesto, quasi un secolo fa, di parlare delle donne e il romanzo. 

Per iniziare il suo saggio, avrebbe potuto parlare di Jane Austen, le sorelle Brönte, o George Eliot, senza troppi sforzi. Come se oggi alla stessa richiesta, parlassimo di Elena Ferrante o Susanna Tamaro, ignorando tutte le altre che con molte difficoltà tentano ogni giorno, di farsi largo nel panorama letterario italiano.

E è allora che nel suo saggio Virginia Woolf, fa la sola cosa che poteva fare, ovvero offrire un’opinione su un aspetto minore di questo argomento: “Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé”.

Una Stanza tutta per Sé, rappresenta la pietra angolare della seconda ondata del femminismo, che si diffonde in Italia a partire dal 1968. Si parla di seconda ondata per differenziarla dalle rivendicazioni delle prime femministe durante l’Ottocento, le quali richiedevano uguaglianza e assimilazione al mondo maschile.

La seconda ondata pone l’attenzione invece, proprio sulle differenze tra uomo e donna, per la costruzione di una società che tenga conto delle peculiarità femminili, garantendo allo stesso tempo l’uguaglianza dei diritti.

Virginia Woolf osservava il movimento delle donne per la conquista del diritto di voto dalla sua stanza privilegiata ottenuta grazie ad una eredità a vita, di cinquecento sterline l’anno, ricevuta da una zia. La notizia la ebbe proprio la sera in cui veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne. (1918)

Consapevole della sua posizione, descrive la condizione di quelle che invece non potevano permettersela, pur avendo anche loro una passione per la scrittura o un talento inespresso.

In Una Stanza tutta per Sé l’autrice descrive questa esclusione delle donne dalla Storia e dalla Letteratura. Lei ne parla da protagonista di questa esclusione, narrando di un pranzo culturale immaginario con dovizia di particolari, nei salotti delle Università, alle quali lei stessa non vi potè accedere, in quanto donna.

L’acume della Woolf si evidenzia nel modo in cui decide di affrontare questa annosa questione relativa ad un sesso, le donne e un genere letterario, il romanzo e si sa, quando c’è di mezzo il sesso, nulla è mai semplice. Per questo V.Woolf decide di offrire al proprio pubblico la possibilità di trarre delle conclusioni man mano che gli si vengono fatti notare i limiti, i pregiudizi e le idiosincrasie di colui che ne parla. Lo fa in particolare quando decide di andare ad interrogare i suoi dubbi, consultando chi altro se non “i sapienti e coloro che erano liberi da pregiudizi, quelli che hanno saputo porsi al di sopra dei conflitti verbali e dalla confusione del corpo e hanno reso pubblici risultati dei loro ragionamenti e delle loro ricerche in libri che si possono trovare al British Museum”. Per scoprire poi che non soltanto le donne “sono l’animale più discusso dell’universo”, ma anche che “le donne non scrivono libri sugli uomini”.

Due verità, basate sui fatti, frutto delle sue ricerche, che tuttavia hanno portato ad ancora più confusione sulla natura delle donne: “Goethe le stimava; Mussolini le disprezzava”.

Secondo l’autrice la vita è ardua per ambedue i sessi e richiede coraggio, forza e una grande fiducia in sé stessi ma nota anche come da questo “coraggio” derivi l’importanza per molti uomini, i patriarchi per l’esattezza -che sono stati costretti negli anni a conquistare-, di dover considerare metà della razza umana, (le donne per l’appunto) per natura inferiore a loro stessi.

Nella sua ricerca, un’affermazione più di tutte la colpisce, è quella pronunciata da un anziano gentiluomo, forse un vescovo, che dichiarò che le donne non sono in grado di scrivere i drammi di Shakespeare.  Partendo da questa infelice affermazione, parte da V.W una delle riflessioni più coraggiose: “che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata”?

Il viaggio di V.W nella vita immaginaria di “Judith”, si scontra con la realtà delle donne del sedicesimo secolo, a cui non era permesso studiare, né cenare nelle taverne o andarsene in giro di notte, che ad un certo punto incontrano la compassione di uomo che le metterà incinta ma che comunque, per l’enorme dispiacere di non poter soddisfare un cuore di poeta intrappolato nel corpo di una donna, finiscano per uccidersi o per diventare pazze o essere considerate tali.

V.W spiega che è proprio in virtù di questo destino, che le donne hanno iniziato a preferire la via dell’anonimato. Solo con Jane Austen, Virginia Woolf riesce a vedere in lei, lo stesso spirito e lo stesso approccio disteso alla scrittura di Shakespeare, nel suo modo di scrivere senza odio, senza paura, senza polemica, perché contenta di vivere nelle condizioni in cui viveva; J.A. non avrebbe mai viaggiato né sarebbe andata in giro di notte per locande anche se fosse stato concesso.

V.W quasi un secolo fa diceva: “[…] fra cento anni, le donne non saranno più il sesso protetto. È ovvio che parteciperanno a tutte le attività e a tutti i lavori che un tempo erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La commerciante guiderà una locomotiva. 

Tutto potrà accadere quando la femminilità non sarà più un’occupazione protetta.”

Oggi, tra le polemiche social sulle direttrici d’orchestra e le arbitre, la Fondazione Bellonci, https://www.fondazionebellonci.it/premio-strega/, mette a disposizione i dati relativi alle candidature, ai finalisti e ai vincitori del Premio Strega, confermandone la disparità di genere. Il premio infatti, ormai alla sua 74 edizione, vede soltanto 11 donne come vincitrici. Il Premio Strega è un riconoscimento letterario a cui molte ambiscono, per questioni di prestigio ma anche di notorietà, considerando il numero di incontri a cui i vincitori sono invitati a partecipare promuovendo i loro libri in tutta Italia.  Sicuramente è più facile essere scrittrici oggi che cento anni fa e passi in avanti nella narrativa sono stati fatti, ma decisamente ancora non abbastanza.