Di cosa parliamo quando diciamo “Disturbi del comportamento alimentare” e “Diet culture”?

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Quando parliamo di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) facciamo riferimento ad una sfera di disturbi che, nei giorni nostri, colpisce sempre più donne ma anche uomini.

Un breve accenno di storia

Nel 1689, in un trattato medico pubblicato a Londra dal prof. Richard Morton, venne descritto il cosiddetto primo caso di anoressia nervosa in un ragazzo che presentava “una consunzione del corpo senza febbre, né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita dell’appetito e da cattiva digestione…” le cui cause venivano identificate in “tristezza e preoccupazioni ansiose”. La definizione di anoressia nervosa, considerata nell’accezione diagnostico-clinica che viene utilizzata ancora oggi, risale invece alla fine del 1800. 

Nel 1979, su Vogue UK venne pubblicato un articolo contenente domande riguardanti proprio il tema del comportamento alimentare. Il medico che lo aveva redatto raccolse le numerose lettere scritte dalle donne che lo contattarono dopo aver letto il questionario, domande che avevano come tema centrale comune un comportamento che, nell’agosto dello stesso anno, venne riconosciuto e classificato come bulimia nervosa, dopo essere stato approfondito con un case study pubblicato sulla rivista “Psychological Medicine”.

Negli anni successivi, comportamenti anomali collegati alla sfera alimentare come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa o il disturbo da binge-eating, sono stati inseriti all’interno del DSM (ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) assieme ad altri disturbi meno conosciuti. L’edizione 5 del Manuale, uscita nel 2013, ha poi modificato la dicitura da “disturbi del comportamento alimentare” a “disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Tuttavia la maggior parte della comunità scientifica si trova in disaccordo con questa nuova dicitura, motivo per cui, ad oggi, si sente ancora parlare di Disturbi del Comportamento Alimentare

IL DCA AI GIORNI NOSTRI

I DCA sono un problema che affligge in maniera drammatica la nostra epoca e che purtroppo colpisce donne sempre più giovani, con un’età di esordio che molte volte precede addirittura il menarca (prima mestruazione).

Se dovessimo intavolare una discussione riguardante i dati epidemiologici, non avremmo ancora a disposizione informazioni precise ed attendibili su cui poter fare affidamento per stimare il numero di persone che soffrono di DCA. 

Questa difficoltà deriva principalmente dalla tendenza delle persone a nascondere ed occultare il disturbo, atteggiamento che spesso comporta una diagnosi tardiva che non permette al professionista di intervenire in maniera tempestiva, ma anche dovuta alla carenza di strutture che si occupano di DCA a livello territoriale.

I DCA si sviluppano sulla base di tre fattori principali: quelli che vengono definiti fattori predisponenti (come la vulnerabilità al disturbo), i fattori precipitanti, che determinano il passaggio dalla vulnerabilità al disturbo vero e proprio, ed i fattori protettivi o di mantenimento, che forniscono o impediscono il cambiamento o la guarigione.

Negli ultimi anni siamo però di fronte ad un esponenziale aumento del numero di casi che va sicuramente indagato contestualizzando il fenomeno.

La diet culture

Negli anni ’70, in particolare negli Stati Uniti, si è sviluppata quella che prende il nome di “diet culture”, un vero e proprio modus vivendi che ha permeato le case non solo degli americani ma anche del resto del mondo. La diet culture affonda le sue radici nella fase di rinascita del tardo dopoguerra, periodo in cui non ci si doveva più preoccupare di sopravvivere ma si avevano invece a disposizione sia risorse economiche che tempo da dedicare al miglioramento del proprio stile di vita. Nel 1959 una compagnia assicurativa, per spiegare l’ammontare dei suoi premi, calcolava il famoso “Body Mass Index – BMI” che in Italia conosciamo come “indice di massa corporea”, indice che deriva dall’equazione massa/(altezza)2ª.

All’epoca il calcolo venne molto criticato dalla comunità scientifica per il fatto di non tener conto delle differenze individuali ma venne mantenuto perché piacque per la sua semplicità. 

Nel 1998 l’OMS si affidò ad una Task Force internazionale esperta di obesità per ridefinire le linee guida, abbassando il cut-off dell’indice di normopeso da un BMI di 27.8 a 25, portando, in una sola notte, 29 milioni di persone da essere considerate sane a rientrare nella fascia del sovrappeso. 

Tra i maggiori finanziatori di questa task force vi erano due compagnie farmaceutiche che avevano sul mercato gli unici farmaci disponibili per la perdita di peso.

Nel frattempo, negli USA, si andava configurando un’epidemia di obesità, che raggiunse il suo picco all’inizio degli anni ’80, ovvero circa 20 anni dopo la nascita della prima società, seguita poi da decine di altre, che si occupava di prodotti per il dimagramento.

Ai giorni nostri

Nell’ultimo decennio lo scenario dei disturbi alimentari è stato aggravato anche dall’avvento dei social, spesso fonte di stimoli trigger per giovani adolescenti ma anche per giovani adulti. 

La diet culture trova terreno fertile nel mondo dei prodotti che oggi, anziché essere catalogati come “weight-loss”, vengono inseriti nelle categorie healthy, proteic oppure detox, con un approccio ancor più pervasivo rispetto a quello utilizzato 20-30 anni fa.

Le aziende che producono prodotti per il controllo o la perdita del peso si moltiplicano giorno dopo giorno ed il mondo dell’influencer marketing svolge un ruolo determinante nell’aumento delle vendite e del consumo. Oggi le probabilità di cadere nel vortice dei disturbi alimentari aumentano a dismisura e lo sfondo socio-antropologico sottostante interviene in modo molto preoccupante. Tuttavia, nonostante le difficoltà generate dal contesto, è importante riconoscere il ruolo che i social hanno di mediatori e la funzione che svolgono di canali attraverso cui comunicare ed informare a 360 gradi a proposito dei rischi e delle minacce che si celano alle spalle della cultura che viviamo.