Startup in Italia 2020: Il Covid, un acceleratore per l’innovazione del paese?

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Il titolo di questo articolo potrebbe sembrare una provocazione ma non lo è. Tutti noi avremmo fatto volentieri a meno di questo ‘annus horribilis’ ma come sempre ogni crisi può trasformarsi in opportunità se sfruttata nel modo giusto e in Italia sembra sia andata proprio così.

Il numero di startup nate nel 2020, nel nostro paese, sfiora le 1438, un esercito di imprese innovative che non solo è stato in grado di stare dietro a questo cambiamento, ma lo ha  guidato fornendo nuovi servizi e soluzioni digitali  per far fronte a questa nostra nuova esistenza non sempre facile.

Se nel 2019 infatti le startup sono state 10.630, oggi ne contiamo 12.068 (dato aggiornato al 5 dicembre 2020, dati del Ministero dello Sviluppo Economico). Le startup quindi, nonostante il nostro paese sia stato così pesantemente ferito dalla emergenza sanitaria, hanno continuato a crescere in termini di numeri (e fatturati!).

Per tante piccole imprese, ovviamente, è stato un anno nero, così come per i settori in cui il contatto con il pubblico fa la differenza: quelle impegnate nel turismo, nella ristorazione e negli eventi. 

Allo stesso tempo, però, il 2020 ha realizzato un vero e proprio scatto in avanti nella digitalizzazione. È stato l’anno del boom degli e-commerce, del consolidamento dello smartworking (che nella fase più acuta dell’emergenza ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni e il 58% delle PMI, per un totale di 6.58 milioni di lavoratori agili). Come evidenziano i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano oggi circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, quindi dieci volte di più dei 570mila censiti nel 2019, hanno la possibilità di lavorare a distanza. 

Insomma volenti o nolenti, anche in italia grazie, o forse sarebbe meglio dire a causa della Pandemia, abbiamo dato una grossa spinta a quella necessaria trasformazione verso l’innovazione e il digitale già’ in corso in molti altri paesi europei. 

Un dato sicuramente positivo – e piuttosto impressionante – sono i 700 i milioni circa investiti in aziende innovative italiane o startup fondate da imprenditori italiani nel 2020. 

Certo, il confronto con il 2019 vede una leggera flessione in negativo, una differenza di poco più di 30 milioni, ma possiamo ritenere questo bilancio piu’ che positivo se pensiamo alla straordinaria, inaspettata e enorme crisi che abbiamo dovuto gestire. 700 milioni di investimenti significano anche qualcosa di molto importante per le startup italiane.  Realtà nuove e spesso piccole,  in grado di attirare capitali e interessi di grandi imprese aiutandole a scalare il loro business, con una strategia di collaborazione proattiva in cui alle startup rimane la libertà di operare e decidere per se stesse con l’obiettivo di  continuare a crescere e evolversi.

Ma parliamo di noi! Come si collocano le donne in questo panorama? 

Nel terzo trimestre 2020 le startup innovative con una prevalenza femminile sono 1.598, il 13,2% del totale delle imprese innovative: questi i dati che emergono dal report trimestrale di Mise, Unioncamere e Infocamere pubblicato il 13 novembre 2020. Pochi passi avanti, dunque rispetto a quanto rilevato da StartupItalia nella sua indagine del 2018, quando le startup a prevalenza femminile erano il 13% del totale. 

Se si parla di startup innovative in cui invece è presente almeno una donna nella compagine sociale sono invece 5.146, il 42,6% del totale. Bene? Sì ma non troppo, perchè questo dato indica che nella gestione di 6 startup su 10 non è presente nemmeno una donna! Insomma le cose sono migliorabili. 

Una buona notizia arriva invece dalle neo-società di capitali, dove le aziende a dirigenza completamente femminile sono oggi il 21,6% del totale.

Interessante il divario che c’è tra Nord e Sud d’italia, dove le imprese innovative femminili sono particolarmente importanti all’interno dell’imprenditoria meridionale. 

Il Sud presenta la quota più alta di quelle femminili rispetto al Centro-Nord (il 15,5% delle imprese meridionali nel 2019 è femminile, per un totale di 407 imprese, contro il 11,9% nel centro-nord). 

Le due regioni con il più alto tasso di startup innovative femminili sono la Basilicata e il Molise (rispettivamente 26 e 23,8%), segue la Sicilia (18,9%), mentre la a Valle d’Aosta (18,2%) e’ la prima regione centro-settentrionale seguita dal centro Italia con l’Umbria (17,5%). 

Purtroppo però secondo i dati raccolti dallo European Startups Monitor 2019-10, la stragrande maggioranza delle startup è stata fondata da team di soli uomini, mentre solo l’8% è stato fondato da team di sole donne. Il restante 25% è stato fondato da un team misti composti da almeno un uomo e una donna. 

Rispetto al resto d’Europa, l’Italia non se la cava benissimo quanto a percentuale di startupper donne. 

I dati per paese si riferiscono al 2018: peggio di noi troviamo solo Danimarca, Austria, Belgio Repubblica Ceca e Portogallo. “Il tipico startupper italiano – scrive il rapporto – è un uomo (84,8%) e laureato (76,4%). Il gruppo di neo imprenditori italiani mostra inoltre un’alta percentuale persone con un PhD rispetto alla media UE, il 21,2%, rispetto al 12,6% medio” a predominanza maschile: il 3,9% a fronte dell’1,9%.

Il IV Rapporto nazionale Impresa di genere pre e post COVID19 dipinge uno scenario ancora complesso e sicuramente in salita. A fine 2019 si contano 1.340.134 imprese femminili in Italia, il 22% del totale delle imprese, oltre 38 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di aziende tendenzialmente più piccole di dimensione, e dove la prevalenza di ditte individuali è maggiore. Il 49,4% delle imprese femminili oggi attive sono state fondate negli ultimi 10 anni. La buona notizia è che dal 2014 al 2019, le imprese femminili sono aumentate maggiormente rispetto a quelle maschili: +2,9% vs +0,3%, e in particolare è stato maggiore l’aumento delle società di capitali femminili rispetto a quelle a predominanza maschile (+28,1% vs +16,7%). Nel complesso le imprese femminili hanno contribuito al 75% dell’incremento complessivo di tutte le imprese in Italia.

Altro dato interessante e da non sottovalutare è l’età delle imprenditrici: l’imprenditoria femminile è “più giovane” di quella maschile. Le imprese femminili gestite da persone con meno di 35 anni registrate al 31-12-2019 sono oltre 161 mila. Rappresentano il 12% di quelle femminili complessivamente registrate mentre all’interno dell’imprenditoria maschile, le imprese giovanili sono l’8,4%. 

Oggi i settori a maggior presenza di donne sono quelli legati a Wellness, Sanità e assistenza sociale, manifattura, Istruzione, Turismo e Cultura.  C’è però un’inversione di rotta, perché tra i settori che maggiormente assorbono le imprese femminili più giovani si distingue quello manifatturiero con oltre 40mila imprese, in particolare il sistema moda, in cui la metà delle imprese femminili sono di recente fondazione. 

Lo stesso si riscontra nell’ambito del terziario, in particolare nel turismo e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, che rappresentano oltre la metà delle imprese guidate da donne.

Un altro elemento tanto interessante quanto triste che emerge dall’analisi di Unioncamere è che le donne imprenditrici lamentano maggiormente difficoltà nell’accedere al credito bancario. Solo il 20% delle imprese femminili a fine 2019 dichiarava di ricorrere al credito bancario. Inoltre, tra le imprese che hanno richiesto un credito, fra le imprese femminili è maggiore la percentuale in cui il credito erogato non è stato adeguato oppure la richiesta non è stata accolta.  Le banche sembrano meno predisposte a dare fiducia a una donna imprenditrice. Altre difficoltà evidenziate dalle imprenditrici sono il fisco (dichiarata dal 49% delle imprese femminili) e l’eccessiva burocrazia (37%). 

Ad aggravare una situazione già di per sé complicata, la crisi determinata dal  COVID19 si è fatta sentire maggiormente sulle donne. Nel semestre aprile-settembre 2020, rispetto allo stesso semestre del 2019 le registrazioni delle imprese femminili si sono ridotte di quasi 7 punti percentuali in più rispetto a quelle non femminili, registrando un calo del 26,6%, (pari a -11.543 imprese in valori assoluti, contro il -20% registrato fra le imprese non femminili). Focalizzandosi sul terzo trimestre 2020 (dati Unioncamere), la situazione appare ancora più grave. Le iscrizioni delle nuove imprese femminili si sono ridotte maggiormente rispetto a quelle delle imprese non femminili (-42,3% contro -35,2%; contro una media generale di 37,1%), specie nelle regioni del Nord, maggiormente colpite dalla pandemia. Una motivazione può essere – scrivono gli autori – il fatto che le donne sono maggiormente coinvolte in professioni più esposte al rischio di contagio. Secondo elaborazioni sui dati Istat del 2019, il livello di rischiosità delle professioni che svolgono le donne è di 0,4 (su un range da 0 a 1) mentre quello degli uomini è di 0,2. 

L’Italia è il Paese dell’Unione europea  con il tasso di occupazione femminile più basso: lavora solo il 56% delle 15-64 enni  e siamo al terzo posto (peggio di noi Malta e Romania) per quanto riguarda il divario tra i tassi di occupazione dei due generi: -18,5 punti percentuali a sfavore delle donne.

Certo i dati non sono ancora così incoraggianti ma le uniche a poter cambiare la situazione sono le donne stesse. 

Covid o non Covid ci auguriamo che questo 2021 sia un anno di grande crescita per l’imprenditoria femminile e veda nascere nuove realtà e startup “in rosa”.

FONTI:

  • Paper 2020 STARTUP ITALIA: STARTUP & TECHNOLOGY TRENDS
  • IV Rapporto nazionale Impresa di genere 
  • Report trimestrale di Mise, Unioncamere e Infocamere
  • Dati European Startups Monitor