Che impatto ha avuto la pandemia sulla Gen Z?

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Un anno fa la vita della popolazione mondiale è stata sconvolta. Una dopo l’altra le nostre certezze sono state portate via lasciandoci per mesi in una deriva fisica ed emotiva.

Parliamo delle vite di anziani, adulti, bambini ma soprattutto ragazzi.

La Generazione Z (persone nate dal 1995 al 2010) in particolare è stata fortemente destabilizzata durante la prima ondata del virus, lo dimostra uno studio dell’American

Psychological Association, condotto annualmente su giovani dai 13 ai 23 anni, per registrare i livelli di stress negli USA. I dati purtroppo mostrano livelli di stress, ansia e depressione nettamente superiori a quelli degli anni precedenti. Quasi la metà dei soggetti non afferma di godere di buona salute mentale e più di un soggetto su tre dichiara di essersi rivolto a uno psicoterapeuta o un altro professionista.

L’America si è fatta portavoce di una condizione globale. La GenZ ha vissuto un precoce e brutale scontro con la caducità della vita, con l’impotenza, con l’aggravarsi di problematiche sociali ed economiche già esistenti; si è abituata a una nuova socialità, un nuovo sistema scolastico e una nuova routine sempre oscillante tra il periodico e il permanente.

In un momento di piena formazione identitaria essere esposti a questo contesto ha radicalmente modificato la percezione della vita stessa.

Ma cos’ha di diverso la Generazione Z?

Parliamo di una generazione che ha mostrato di saper strumentalizzare la moderna società visuale in cui è nata (costruita su un impero di immagini trasmesse su quella rete mediatica che quotidianamente ci vibra attorno) innescando fenomeni reattivi di massa.

Parliamo della mobilitazione di strike for climate, del me too moviment, del black lives matter, esponenzialmente diffusi su scala globale informando, sensibilizzando e coinvolgendo persone da ogni parte del globo in quella che è la voce dell’ultima generazione.

Cosa è cambiato quindi nell’approccio alla vita della generazione “incapace di stare a guardare”?

I ragazzi e le ragazze della GenZ sono stati chiamati a ingegnarsi in prima linea per salvare la propria salute mentale, emotiva e relazionale. Finalmente sono state superate le barriere culturali che hanno aperto la strada nei confronti della psicoterapia. Grosso passo avanti considerando i terrificanti risultati del sondaggio condotto nel 2018 dall’azienda di sicurezza informatica a livello globale Kaspersky Lab e dalla società di ricerche Censuswide sulla popolazione britannica. Nel 2018 l’87% dei 1.003 giovani intervistati è cosciente di vivere in una condizione di ansia e la maggior parte di loro ha dichiarato di non aver cercato aiuto o supporto di alcun tipo.

È stato necessario stabilire delle priorità e ricostruire faticosamente un’esile parvenza di stabilità, perché, in questo momento storico, è solo questo a permetterci di fronteggiare gli eventi. Un mondo a parte su cui abbiamo il controllo, una routine che non è in grado di deluderci, spaventarci o ferirci, un riparo da quella precarietà che sentiamo con così tanta pressione.

Ma i numeri sono solo negativi?

Parliamo un po’ anche di numeri positivi, perché di certo quelli registrati dall’indagine condotta da Catalyst sui GenZ degli USA lo sono. La Generazione Z, che nel 2025 comporrà non meno che un terzo della forza lavoro globale, ha mostrato già di possedere i numeri del cambiamento: questa generazione infatti parla con termini forti e decisi in materia di diversità, inclusività e pari opportunità.

Insieme alle consuete definizioni di diversità, prevalentemente legate a fattori demografici, nei discorsi dei post Millennials hanno trovato spazio tolleranza, inclusività, apertura mentale, rispetto, individualità e capacità di pensare in maniera differente. La GenZ infatti ha mostrato una maggiore propensione alla fedeltà in termini lavorativi, per un’azienda che possiede una forza lavoro diversificata e inclusiva.

Ma non è finita qui, continuando a parlare del mondo lavorativo, una particolare rilevanza ha il coinvolgimento dell’azienda\datore di lavoro in termini di valori sociali. La maggioranza degli intervistati ha sancito come necessità la collaborazione con un entità che abbraccia i propri valori sociali. Primo tra tutti troviamo l’interessamento per la questione ambientale (di cui la GenZ si è fatta portavoce globale con il movimento strike for climate), con più del 70% cosciente della serietà della problematica ed un 66% fortemente convinto della necessità di un intervento repentino. Tra i dati troviamo anche una visione del genere non-binary con più di un terzo degli intervistati che afferma di conoscere personalmente qualcuno che si identifica con pronomi di genere alternativi, ed un 50% che supporta l’ampliamento dei generi all’interno di moduli e documenti.

Come si posiziona invece la GenZ per quanto riguarda il rapporto con il datore di lavoro?

Sempre nello stesso sondaggio, due terzi degli intervistati affermano che tra i fattori principali per costruire un rapporto di fiducia con un datore di lavoro, ci debbano necessariamente essere le pari opportunità in termini di stipendi e promozioni che non facciano quindi alcuna distinzione di genere. L’83% degli intervistati inoltre ha citato l’etica aziendale e del proprio manager come fattore fondamentale per costruire un rapporto di fiducia.

Un ultimo fattore che alla dinamicità di questa generazione non può mancare è l’opportunità di imparare che l’azienda offre. Giovani menti, nate e cresciute sotto il complesso assetto di stimoli che l’era digitale offre, reputa il progresso personale uno dei fattori più rilevanti in questa percezione così resiliente ed evolutiva che hanno della propria persona.

Quali sono quindi i numeri dell’ultima generazione?

Sono numeri rassicuranti, evoluti, reattivi, pronti a far sentire la propria voce nei confronti di un mondo che non approvano. Siamo tutti parte di un sistema che necessità di collaborazione per progredire e la GenZ ha dimostrato di conoscerne i meccanismi.