Vuoi risolvere i tuoi problemi di soldi? Il segreto non è contarli ma…

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Se ti chiedessimo qual è la tua maggiore difficoltà rispetto ai soldi, cosa risponderesti? 

Sappi che quando ho fatto questa domanda a chi mi segue online,  le risposte più frequenti sono state: non guadagnare abbastanza, non sapere gestire i soldi, spendere troppo e non riuscire a risparmiare.

Ma se ti chiedessimo invece cosa pensi che ti serva per superare questa difficoltà?

Se sei  anche tu tra quelli che hanno risposto di aver bisogno di più educazione finanziaria e di più metodo, beh in questo caso sappi che non è tutto qui. 

Per gestire bene le proprie finanze non bisogna solo guardare al lato quantitativo, ma c’è anche un lato qualitativo, altrettanto importante e altrettanto determinante per raggiungere i tuoi obiettivi finanziari! 

Non solo numeri 

Quando pensiamo ai soldi pensiamo automaticamente ai numeri. L’importo del nostro stipendio, la cifra del preventivo,  Il saldo del  conto corrente, la  rata del finanziamento, il tasso d’interesse del mutuo. 

L’obiettivo è  sempre quello, fare quadrare i conti, facendo un uso razionale del nostro denaro, se siamo in grado di farlo, o delegando a chi capisce di numeri più di noi, nostro padre, nostro compagno, nostr* commercialista ecc. 

Si dice che alle donne la matematica non sia mai piaciuta, in effetti,  non conosciamo la differenza tra T.A.N. e T.A.E.G. e nessuno ci ha mai spiegato come fare un budget su Excel, probabilmente tutto vero, ma questo è appunto solo il lato quantitativo dei soldi, la gestione dei soldi non è tutta qua. Questa è una visione parziale che tra l’altro nel mio caso, non ha funzionato.. e tra poco vi racconto perchè.

Tra il dire e il fare…

Con i soldi così come in molti altri ambiti della nostra vita (lavoro, relazioni, salute ecc…), sapere cosa è meglio fare non significa assolutamente che lo faremo. 

Conosciamo l’importanza del sesso sicuro, sappiamo come proteggerci,  eppure sono sicura che anche a voi sia capitato di non prendere le dovute precauzioni perché eravate innamorate o perchè avevate gli ormoni a mille quindi non eravate nelle condizioni di pensare razionalmente. 

Con i soldi è la stessa cosa! 

Ne parlo con cognizione di causa perché ho sempre avuto le carte in regola per non avere problemi di soldi:  ho studiato economia e finanza, amo fare conti e conticini e ho tutta una serie di file excel per gestire al meglio le mie finanze ma nonostante tutto questo, non ho sempre fatto quello che sapevo essere necessario e giusto e ho combinato un sacco di  pasticci!

In alcuni casi ero perfettamente consapevole che stavo facendo un’enorme cavolata come quella volta che ho prestato dei soldi, che invece mi servivano!

Di cosa stiamo parlando? Del lato qualitativo dei soldi, l’altra faccia della stessa moneta!

Il lato qualitativo dei soldi, l’altra faccia della stessa moneta.  

I nostri errori e i nostri problemi con i soldi non dipendono  quindi solo dalla nostra scarsa educazione finanziaria ma anche dai nostri comportamenti e dal sistema  in cui viviamo. 

Il sistema nel quale viviamo

È importante essere consapevoli della parte sistemica del problema per non darci colpe che non abbiamo. In quanto donne dobbiamo fare  i conti con il peso del lavoro domestico non pagato  e con il divario di genere nelle retribuzioni per non parlare della  cosiddetta generazione 1000€ dalla quale siamo tutti usciti con paghe basse, contratti precari e pensioni incerte.  

Di fronte a queste cause esterne abbiamo comunque la possibilità di rispondere e decidere come vogliamo comportarci al riguardo, ma il comportamento anche quello finanziario è spesso ingannato da alcuni trabocchetti della mente.

I trabocchetti della nostra mente

Mentre l’economia classica parte dal presupposto che agiamo in maniera razionale nel nostro miglior interesse, la finanza comportamentale studia come ci comportiamo realmente. Il nostro cervello non può processare tutte le informazioni disponibili quando prendiamo decisioni. Per ovviare a questo problema adotta delle scorciatoie mentali. Purtroppo queste scorciatoie ci portano a commettere errori, i cosiddetti bias cognitivi. Ne esistono 5 tipi:

  • Rappresentatività quando ci basiamo sulle informazioni più rappresentative e disponibili anziché seguire le regole di probabilità. 
  • Desiderio quando siamo influenzate da quello che desideriamo. 
  • Costi quando modifichiamo il valore dei costi e delle perdite. 
  • Framing quando siamo influenzate dal contesto della decisione.
  • Ancoraggio quando siamo influenzate da un punto di riferimento (la cosiddetta ancora).

Conoscere i bias cognitivi è essenziale per poterli riconoscere e gestire in maniera strategica.

Partire dal perché

Le nostre azioni sono anche influenzate dalle nostre emozioni che sono influenzate dai nostri pensieri che sono influenzati dalle nostre credenze sui soldi.

Il dott. Brad Klontz, psicologo finanziario statunitense, chiama “copioni” le nostre credenze legate ai soldi. Sono dei percorsi che seguiamo spesso in maniera inconsapevole e li trattiamo come verità assolute mentre sono vere solo in parte. 

Vi do qualche esempio: I ricchi sono egoisti,  non si fanno debiti, bisogna risparmiare, bisogna sempre fare bella figura….

Questi copioni o queste regole, le impariamo da quando siamo bambini e le assorbiamo dall’ambiente nel quale cresciamo: genitori, famiglia allargata, religione, società ecc. Alcuni copioni ci vengono insegnati in maniera esplicita mentre deduciamo gli altri da quello che vediamo, sentiamo e viviamo. 

Hai le mani bucate e non riesci a risparmiare? Potrebbe essere che ti abbiano detto che non si portano i soldi nella tomba e che la vita va goduta ora. Vuoi sempre offrire anche se non hai soldi? Forse l’hai visto fare ai tuoi genitori che però erano molto più ricchi di te e se lo potevano permettere al contrario tuo.

Arrivando al dunque, se vuoi risolvere il tuo problema con i soldi,  dovrai  creare un piano su misura per te che tenga in considerazione sia il lato quantitativo che  quello qualitativo dei soldi, quindi contare sì ma anche non dimenticare mai da dove vieni e cosa ti hanno insegnato, certe cose sono  possono essere giuste ma altre possono essere non giuste per te!


Margaret Bourke-White: la prima donna da copertina

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23 novembre del 1936, Life quella che diventerà la rivista illustrata più famosa al mondo, vede la luce. In copertina c’è una foto in bianco e nero della diga di Fort Peck, in Montana. Quella foto è uno scatto di donna di primati, Margaret Bourke-White. La prima donna a firmare la copertina di un giornale. Ma non solo. Anche la prima donna corrispondente di guerra, la prima donna autorizzata a volare in missione di combattimento, come anche la prima fotoreporter a immortalare i volti dei prigionieri del campo di concentramento di Buchenwald dopo l’arrivo del generale americano Patton e anche l’ultima a fotografare Gandhi, poche ore prima della sua morte.

Determinata, audace, coraggiosa, così è l’opera di Bourke-White., così è stata la sua vita. 

Nasce a New York il 14 giugno del 1904 da una famiglia borghese, il padre ingegnere progettista, la porta con sé fin da bambina, a visitare le fabbriche dove lavora. Saranno proprio le fabbriche i suoi primi soggetti, lamine metalliche, enormi bulloni, enormi città della produzione. 

“Per me, appena uscita dal College con la macchina fotografica al collo, le fabbriche, con le ciminiere all’orizzonte erano i giganti di un mondo inesplorato, guardiani dei segreti e delle meraviglie delle acciaierie”.

Dopo aver visto alcune delle immagini pubblicitarie scattate dalla donna di primati, Margaret Bourke-White, per la compagnia Otis Steel, Henri Luce, editore di Time non esita ad ingaggiarla prima per la rivista Fortune e poi la coinvolgerà in un’altra avventura editoriale, appunto Life.

Il successo della copertina di Life la gratifica ma non l’appaga completamente e la rivista la mette in contatto con un mondo completamente diverso da quello del progresso e dell’industria: quello della vita reale, della povertà e della gente comune.

E’ il 1934, il sud dell’America viene colpito da una grande siccità seguita da un periodo di alluvioni, uno dei più gravi disastri ambientali, che mise in in ginocchio migliaia di famiglie. Lo scatto più famoso è quello che ritrae un cartellone pubblicitario con una famiglia bianca molto wasp con tanto di cagnolino con la scritta “World’s highest standard living, There’s no way like the american way” e di fronte alla pubblicità una fila di poveri tutti neri, in attesa di ricevere del cibo, a Louisville. 

Da questo momento in poi lei stessa dirà  “Non avevo mai visto un paesaggio simile. Da quel momento capii che non avrei ma più lavorato in pubblicità”.

Margaret diventa così la prima donna fotografa accreditata presso l’esercito americano, viene disegnata per lei una divisa ad hoc con la sigla WX war corrispondent, e la sua fama di reporter cresce con la sua arte. Continua a lavorare per Life e al contrario degli altri fotografi, a lei non vengono assegnati i servizi ma è lei che propone e che sceglie cosa raccontare. 

Dieci anni più tardi, riesce a realizzare uno scoop giornalistico per Life in URSS, ritrae Stalin stranamente sorridente e il cielo di Mosca sotto le bombe tedesche. Dei tanti fotografi di Life, pochi hanno vissuto tante avventure belliche quanto Margaret Bourke White. Ma la logistica di una donna tra l’esercito non è semplice, condivide con i soldati, tenda, bagno, pasti, per tutti è Maggie “l’indistruttibile.”

Nel 1945 è in Germania a Buchenwald dove ritrae i volti dei prigionieri del campo di concetramento liberati dalle truppe americane. Lei stessa davanti allo strazio, racconta di aver scattato senza guardare, “l’obbiettivo mi servì da barriera tra me stessa e l’orrore che mi ritrovai di fronte”. 

Nel 1947 è in Pakistan e in India, nuovo centro di tensioni nel momento della nascita dei due Stati, intervista e ritrae Gandhi a poche ore dalla sua morte, poi vola in Sud Africa dove racconta l’apartheid e scende due miglia sotto terra per ritrarre il lavoro dei minatori d’oro. 

È sempre la prima, sempre in prima linea, sempre in guerra, ma un’altra guerra è alle porte, una guerra tutta personale la più difficile e la più dura di tutte: il morbo di Parkinson. È il 1952 riuscirà a lavorare come fotografa per Life fino al 1957.

L’ultima frontiera del suo lavoro è sé stessa. “Bisogna conoscere la sensazione di chi si trova prigioniero nel proprio corpo come fosse in un armadio, incapace di uscire”. Le immagini la mostrano mentre si muove e fa esercizio, mentre combatte per riprender il controllo del suo corpo, il reportage poi pubblicato su Life si intitola La lotta indomita di una donna famosa. Si lascia ritrarre dall’amico e collega Alfred Eisentaedt, lo stesso amico che l’aveva ritratta all’ultimo piano del Chrysel Building, sulla testa di un gargoyle, mentre impugna una fotocamera di grande formato pronta a scattare New York dall’alto, in pieno controllo di se stessa e della macchina fotografica che tiene tra le mani. 

Nel 1963, firma la sua autobiografia Portait of myself, oggi ripubblicata in Italia da Contrasto, dove scrive: “La mia vita e la mia carriera non hanno nulla di casuale, tutto è stato accuratamente progettato”. Morirà nel 1971, a soli 67 anni, nella sua casa del Connecticut, con pochi soldi messi da parte per le cure, sola ma non dimenticata. 


Toolkit: come proteggersi su internet

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Viviamo in un’epoca caratterizzata dallo sviluppo senza precedenti della tecnologia, ma quante di noi sanno muoversi in modo sicuro nella complessa architettura generata da questo grande cambiamento? Questo toolkit vuole essere un aiuto per iniziare a vivere in modo sicuro la vostra vita online e a iniziare a limitare i danni provocati da quello che Shoshana Zuboff definiva “Il capitalismo della sorveglianza”.


The Crown: chi è la vera regina?

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La serie pluripremiata di Peter Morgan ci racconta la storia della corona inglese attraverso quella della Regina Elisabetta II, protagonista di un regno lungo e indistruttibile. L’ultima stagione, dominata dalle donne, raggiunge l’apice nella serie con la Regina Elisabetta, Margaret Tatcher e Diana Spencer, eroine indiscusse.

Le prime tre serie, uscite rispettivamente nel novembre 2016, dicembre 2017 e novembre 2019, vanno dal matrimonio di Elisabetta fino agli Anni 80. Tutte le stagioni hanno riscosso un grande successo di pubblico e di critica ma l’apice della serie è stato raggiunto nella quarta stagione  indiscutibilmente la migliore, almeno fino ad oggi.

Con la terza stagione e il trascorrere dei decenni arriva il cambio di attori, che vengono riconfermati nella quarta: la regina interpretata da Clare Foy lascia il cambio a Olivia Colman e così anche il principe Filippo, la principessa Margaret e gli altri personaggi. La terza stagione sembrava non avere un fine preciso ma ora ne capiamo il perchè: ci stavano preparando all’entrata in scena di Diana Spencer.

La quarta stagione ruota attorno a un triangolo femminile: la regina Elisabetta, Diana Spencer (Emma Corrin) e Margaret Tatcher (Gillian Anderson).

La regina non aveva mai avuto delle reali nemiche prima dell’arrivo di questa stagione, ma ecco comparire due donne che avranno un peso rilevante nella vita della sovrana: Margaret e Diana.

L’intreccio tra Diana, Carlo e Camilla racconta un periodo che va dal 1977, quando il principe Carlo e Diana si conoscono e avviene l’elezione del primo ministro (nel 1979), fino al 1990, anno in cui Margaret Thatcher lascia Downing Street.

Alcuni personaggi vengono messi in secondo piano, tra cui la principessa Margaret, che ha un solo, ma importante, episodio dedicato a lei e il principe Filippo, ormai calato nel ruolo di padre di famiglia.

Il rapporto tra Carlo e Diana è ciò di cui abbiamo più memoria e allo stesso tempo più testimonianze e documenti. La loro relazione è stata sulla bocca di tutti e su tutti i giornali scandalistici per diversi anni, facendo diventare Diana una vera icona senza tempo, consegnata al ricordo eterno dalla fine tragica e dall’amore del popolo inglese. 

Diana compare la prima volta travestita da elfo del bosco, si nasconde dietro un vaso di piante, perchè la sorella maggiore non vuole che disturbi la visita tanto attesa di Carlo. La futura principessa di Galles è praticamente un’adolescente, pura e ingenua ma capace di dimostrare il suo affetto e il suo amore in modo così innocente ed esplicito che Carlo ne resterà colpito, complici le pressioni fatte dalla famiglia. 

Diana è genuina, ma ha un animo ribelle rispetto a ciò che la monarchia le impone di essere, è la principessa del Galles ma soprattutto è una donna, una madre e una moglie, e questo la differenzia dagli altri personaggi, che spesso sembrano essere completamente assimilabili al loro ruolo istituzionale.

L’incapacità di mettere da parte la propria personalità, che la caratterizza profondamente anche agli occhi dell’opinione pubblica, la rende scomoda agli occhi della monarchia, i sentimenti devono rimanere nascosti per lasciare spazio alla regole e al simbolo che la Corona rappresenta, qualcosa al di sopra di tutto ciò che può essere umano.

Diana è amata da tutti, tranne che, paradossalmente dalla famiglia di Carlo e da Carlo stesso. Il suo matrimonio è finito ancora prima di iniziare, è stata “buttata nella fossa dei leoni” senza che nessuno rispondesse al suo grido d’aiuto.

Tanto Diana è fragile quanto Margaret Tatcher è forte e combattiva. La sua postura  ricurva e il tono di voce non cambiano mai, portando con sé una sorta di freddo gelo.

La Tatcher rappresenta il tipo di donna che si fa strada in una società maschilista, ma lei per prima  considera al suo pari solamente gli uomini perché nelle donne vede debolezza, realizzando quindi il paradosso di abbattere il cosiddetto Soffitto di Cristallo “portandosi dietro la scala”.

Le “due donne che gestiscono il paese”, come le descrive Filippo, non sono immediatamente compatibili, la Regina dovrà scendere a compromessi con lei e con la sua forza.

Per 11 anni, le due donne si scontreranno su vari fronti, la Tacher si farà tanti nemici, aumentando il disappunto nei suoi riguardi da parte del Paese, del governo e anche della regina stessa. Resta, ancora oggi, uno dei personaggi più controversi della vita pubblica inglese, responsabile di quella svolta terribilmente liberalista che in quegli anni mise in ginocchio tantissime famiglie attraverso tagli al welfare e al pubblico. 

Elisabetta dal canto suo mostra un animo più ”umano” e sensibile: l’insofferenza che prova verso questa donna così fredda e risoluta, raggiunge il suo apice nell’episodio Fegan.

Donne divise e diverse, fragili e risolute, ma in ognuna di loro si riconosce un modo nè giusto nè sbagliato, ma diverso e complesso di essere donna. 


Di cosa parliamo quando diciamo “Disturbi del comportamento alimentare” e “Diet culture”?

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Quando parliamo di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) facciamo riferimento ad una sfera di disturbi che, nei giorni nostri, colpisce sempre più donne ma anche uomini.

Un breve accenno di storia

Nel 1689, in un trattato medico pubblicato a Londra dal prof. Richard Morton, venne descritto il cosiddetto primo caso di anoressia nervosa in un ragazzo che presentava “una consunzione del corpo senza febbre, né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita dell’appetito e da cattiva digestione…” le cui cause venivano identificate in “tristezza e preoccupazioni ansiose”. La definizione di anoressia nervosa, considerata nell’accezione diagnostico-clinica che viene utilizzata ancora oggi, risale invece alla fine del 1800. 

Nel 1979, su Vogue UK venne pubblicato un articolo contenente domande riguardanti proprio il tema del comportamento alimentare. Il medico che lo aveva redatto raccolse le numerose lettere scritte dalle donne che lo contattarono dopo aver letto il questionario, domande che avevano come tema centrale comune un comportamento che, nell’agosto dello stesso anno, venne riconosciuto e classificato come bulimia nervosa, dopo essere stato approfondito con un case study pubblicato sulla rivista “Psychological Medicine”.

Negli anni successivi, comportamenti anomali collegati alla sfera alimentare come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa o il disturbo da binge-eating, sono stati inseriti all’interno del DSM (ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) assieme ad altri disturbi meno conosciuti. L’edizione 5 del Manuale, uscita nel 2013, ha poi modificato la dicitura da “disturbi del comportamento alimentare” a “disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Tuttavia la maggior parte della comunità scientifica si trova in disaccordo con questa nuova dicitura, motivo per cui, ad oggi, si sente ancora parlare di Disturbi del Comportamento Alimentare

IL DCA AI GIORNI NOSTRI

I DCA sono un problema che affligge in maniera drammatica la nostra epoca e che purtroppo colpisce donne sempre più giovani, con un’età di esordio che molte volte precede addirittura il menarca (prima mestruazione).

Se dovessimo intavolare una discussione riguardante i dati epidemiologici, non avremmo ancora a disposizione informazioni precise ed attendibili su cui poter fare affidamento per stimare il numero di persone che soffrono di DCA. 

Questa difficoltà deriva principalmente dalla tendenza delle persone a nascondere ed occultare il disturbo, atteggiamento che spesso comporta una diagnosi tardiva che non permette al professionista di intervenire in maniera tempestiva, ma anche dovuta alla carenza di strutture che si occupano di DCA a livello territoriale.

I DCA si sviluppano sulla base di tre fattori principali: quelli che vengono definiti fattori predisponenti (come la vulnerabilità al disturbo), i fattori precipitanti, che determinano il passaggio dalla vulnerabilità al disturbo vero e proprio, ed i fattori protettivi o di mantenimento, che forniscono o impediscono il cambiamento o la guarigione.

Negli ultimi anni siamo però di fronte ad un esponenziale aumento del numero di casi che va sicuramente indagato contestualizzando il fenomeno.

La diet culture

Negli anni ’70, in particolare negli Stati Uniti, si è sviluppata quella che prende il nome di “diet culture”, un vero e proprio modus vivendi che ha permeato le case non solo degli americani ma anche del resto del mondo. La diet culture affonda le sue radici nella fase di rinascita del tardo dopoguerra, periodo in cui non ci si doveva più preoccupare di sopravvivere ma si avevano invece a disposizione sia risorse economiche che tempo da dedicare al miglioramento del proprio stile di vita. Nel 1959 una compagnia assicurativa, per spiegare l’ammontare dei suoi premi, calcolava il famoso “Body Mass Index – BMI” che in Italia conosciamo come “indice di massa corporea”, indice che deriva dall’equazione massa/(altezza)2ª.

All’epoca il calcolo venne molto criticato dalla comunità scientifica per il fatto di non tener conto delle differenze individuali ma venne mantenuto perché piacque per la sua semplicità. 

Nel 1998 l’OMS si affidò ad una Task Force internazionale esperta di obesità per ridefinire le linee guida, abbassando il cut-off dell’indice di normopeso da un BMI di 27.8 a 25, portando, in una sola notte, 29 milioni di persone da essere considerate sane a rientrare nella fascia del sovrappeso. 

Tra i maggiori finanziatori di questa task force vi erano due compagnie farmaceutiche che avevano sul mercato gli unici farmaci disponibili per la perdita di peso.

Nel frattempo, negli USA, si andava configurando un’epidemia di obesità, che raggiunse il suo picco all’inizio degli anni ’80, ovvero circa 20 anni dopo la nascita della prima società, seguita poi da decine di altre, che si occupava di prodotti per il dimagramento.

Ai giorni nostri

Nell’ultimo decennio lo scenario dei disturbi alimentari è stato aggravato anche dall’avvento dei social, spesso fonte di stimoli trigger per giovani adolescenti ma anche per giovani adulti. 

La diet culture trova terreno fertile nel mondo dei prodotti che oggi, anziché essere catalogati come “weight-loss”, vengono inseriti nelle categorie healthy, proteic oppure detox, con un approccio ancor più pervasivo rispetto a quello utilizzato 20-30 anni fa.

Le aziende che producono prodotti per il controllo o la perdita del peso si moltiplicano giorno dopo giorno ed il mondo dell’influencer marketing svolge un ruolo determinante nell’aumento delle vendite e del consumo. Oggi le probabilità di cadere nel vortice dei disturbi alimentari aumentano a dismisura e lo sfondo socio-antropologico sottostante interviene in modo molto preoccupante. Tuttavia, nonostante le difficoltà generate dal contesto, è importante riconoscere il ruolo che i social hanno di mediatori e la funzione che svolgono di canali attraverso cui comunicare ed informare a 360 gradi a proposito dei rischi e delle minacce che si celano alle spalle della cultura che viviamo.


Consigli pratici per migliorare il vostro stile di leadership

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Vi è mai capitato nella vostra carriera di vedere emergere figure non particolarmente preparate e di chiedervi il perché di tali promozioni? Se la risposta è sì, probabilmente avrete anche notato che queste promozioni sono spesso motivate da alcune soft skills in particolare: come la pacatezza, la confidenza e la dinamicità. 

La verità è questi aspetti contano e anche tanto perché contribuiscono a formare quell’ottimo stile di leadership che vi farà apparire competenti anche quando non lo siete. Mentre, al contrario, in loro assenza apparirete meno preparate di quanto siete in realtà. 

Se non fate parte delle poche fortunate nate con queste preziose soft skills, non disperate. Il lato positivo di tutto ciò è che c’è un modo per modificare il proprio stile di leadership e stiamo per rivelarvelo.

Partiamo dalle basi: gli indicatori sociali 

Il primo concetto da tenere chiaro in mente è che la personalità e lo stile di una persona sono due cose diverse. La prima è l’essenza di una persona e purtroppo, o per fortuna, non si può cambiare. Quello che si può modificare invece è lo stile, ovvero cosa una persona fa, quanto spesso e in quali occasioni. 

Trent’anni fa, il socio-linguista Howard Giles ha identificato una serie di comportamenti, che tutti noi utilizziamo per esprimerci ma anche per valutare gli altri, e li ha codificati in indicatori sociali. Questi indicatori vengono espressi attraverso il linguaggio, la comunicazione non verbale e il contesto di riferimento. In ogni caso, si tratta sempre di comportamenti che già conosciamo e che impariamo man mano che cresciamo e ci relazioniamo con persone più grandi o più autorevoli di noi. 

Una guida agli indicatori di Leadership 

Tra gli indicatori sociali ce ne sono alcuni in particolare che vengono usati più frequentemente nel contesto lavorativo e che, se utilizzati, ci aiutano a comunicare agli altri il nostro status (o l’assenza di esso). 

Questi segnali vengono divisi in due categorie: forza e affabilità. I primi caratterizzano uno stile di leadership più forte ed esprimono confidenza, competenza, carisma, capacità di influenzare ma anche arroganza e intimidazione: in questa categoria, per esempio, ricade chi interrompe le persone mentre parlano. I secondi, invece, caratterizzano uno stile più delicato ed esprimono disponibilità, facilità di approccio e simpatia ma spesso anche diffidenza, mancanza di fiducia in sé stessi e sottomissione: ricade in questa categoria chi, per esempio, tiene sempre la porta per gli altri. 

Chi naturalmente ha uno stile di leadership forte e deciso vedrà i colleghi che ricadono nella seconda categoria come più deboli che, a loro volta, vedranno i primi come maleducati. 

Chi ha ragione quindi? La risposta è: nessuna delle due categorie. La brava leader, infatti, sarà solo colei che saprà mixare sapientemente i diversi segnali a seconda dell’occasione e della persona che ha davanti. 

Cambiare il proprio stile è difficile, ma non impossibile. Per sembrare meno arroganti, vi basterà utilizzare anche altri segnali rispetto al probabile breve set di comportamenti “forti” al quali più spesso fate riferimento. Al contrario, per sembrare meno deboli, dovrete sforzarvi di abbandonare i comportamenti più accomodanti. 

La ricetta segreta per la leader di domani 

Ognuna di noi ha un set di indicatori predefinito a cui ricorre naturalmente quando si trova in situazioni sociali neutre o non molto chiare. Questo viene chiamato stile naturale e anch’esso si modifica in base alle situazioni che viviamo. 

La natura umana, di norma, reagisce in maniera abbastanza univoca: in situazioni in cui siete le più grandi o le più competenti vi ritroverete ad assumere comportamenti di superiorità o autorità invece, in situazioni in cui siete voi le più giovani o le meno preparate, vi dimostrerete più affabili e accomodanti. 

Detto questo, lo stile di leadership può essere diviso in 5 categorie che dovete immaginare lungo uno spettro: alla prima estremità troveremo lo stile totalmente forte, poi quello leggermente forte, quello mix, quello leggermente accomodante e quello totalmente accomodante. Come detto in precedenza, lo stile vincente è quello mix che riesce ad alternare tra i due poli opposti ma, soprattutto, che aiuta a comunicare ai presenti la vostra “presenza”. 

Per riuscire a modificare il vostro stile e raggiungere anche voi un perfetto mix, quello che dovete fare in primis è riuscire a scollegarvi dai vostri sentimenti. Non importa, infatti, se siete super nervose. Finché riuscirete ad adottare comportamenti decisi e sicuri, nessuno se ne accorgerà. Questo proprio perché la vostra “presenza” viene comunicata dalle vostre azioni e non dai vostri sentimenti. 

3 step per raggiungere uno stile di leadership misto 

      1. Conoscetevi meglio.
        La base per iniziare questo percorso è la conoscenza di voi stesse come persone e come potenziali leader. Dovete capire in quali delle 5 categorie ricade il vostro stile naturale di leadership. Per aiutarvi nell’analisi, provate a ricordarvi i commenti dei vostri superiori durante la vostra carriera. Vi hanno detto più volte che avreste dovuto parlare di più o che non ascoltate?
        Se dopo l’analisi, poi, sarete ancora insicure del vostro stile, vi consigliamo vivamente di iniziare a valutarvi in autonomia: tenete di fronte a voi la tabella dei segnali la prossima volta che vi trovate in situazioni in cui dovreste esercitare la vostra leadership e prendete segno di tutti i comportamenti che adottate durante queste interazioni.
        Pro tip: provate a riprendervi o registrarvi durante un meeting.
      2. Sperimentate con diversi comportamenti/segnali.
        Una volta compreso dove vi trovate lungo lo spettro della leadership, potrete permettevi di iniziare a sperimentare utilizzando diversi comportamenti. Per iniziare, potete partire dagli indicatori verbali e non-verbali indicati nella tabella. Sceglietene due e provate a usarli durante le prossime interazioni con i vostri colleghi. All’inizio vi sembrerà un po’ strano, ma piano piano vi abituerete e sarete in grado di modificare il vostro stile.
        Ciò che bisogna considerare prima di iniziare a sperimentare è come si vuole essere percepiti in determinate situazioni, solo così potrete scegliere quegli indicatori che rinforzano lo stile che volete comunicare. Quindi, per esempio, se vorrete apparire come consigliere di fiducia optate per indicatori dell’affabilità. Se, invece, vorrete apparire avversarie di tutto rispetto, optate per indicatori di forza (senza mai esagerare!).
        Via via che procederete con questo metodo, vi renderete conto che alcuni comportamenti saranno più facili da adottare e altri meno. E questo è del tutto normale. Non fate l’errore però di colpevolizzarvi perché vi sentirete non autentiche: ricordate che non state cambiando la vostra personalità, ma il vostro modo di comunicare, presentarvi e interagire a seconda delle circostanze. Tutto al fine di migliorare la vostra vita lavorativa o il vostro status all’interno dell’azienda
      3. Leggete tra le righe. 
        La domanda più frequentemente posta riguardo questo tipo di esercizio è come fare a capire quando optare per comportamenti forti o affabili. Purtroppo per questo aspetto non abbiamo una tabella da presentarvi. L’unica cosa che possiamo dirvi a riguardo è che sta a voi e alla vostra sensibilità e/o capacità di leggere le situazioni che si manifestano intorno a voi. In generale, anche se potete farvi qualche idea prima, la cosa migliore è aspettare di ricevere i segnali dell’altra persona per agire di conseguenza e, soprattutto, non imporsi mai delle regole fisse. Per esempio, se finora vi siete comportate sempre in modo affabile con i vostri superiori e in modo forte e deciso con i vostri subordinati, probabilmente avete commesso un errore. Questo perché comportarsi in maniera più autoritaria con le figure junior le disincentiva e, al contrario, le rende meno efficienti. Mentre, essere molto affabili con i propri superiori fa passare l’idea che non sarete mai alla loro altezza. Per risolvere questo problema basta, ancora una volta, mixare gli indicatori utilizzati e invertire la rotta. 

Lo stile di leadership misto è ancora più importante per donne e minoranze

Le ricerche dimostrano che, purtroppo, anche la leadership viene influenzata da bias cognitivi (anche inconsci) e discriminazione. Basta pensare che se chiedete a un pool di persone di disegnare un leader, la maggioranza sicuramente disegnerà un uomo. 

In particolare, è stato notato che più le donne si dimostrano proattive ed efficienti, più verranno percepite come sgradevoli. Mentre i leader appartenenti a minoranze o comunità LGBTQ hanno più probabilità di non essere riconosciuti quando operano diversamente dalla cultura aziendale perché “diversi”. 

Di certo non consigliamo a donne e minoranze di non arrabbiarsi, promuovere i propri successi o di assecondare tutto ciò che gli viene proposto. Piuttosto, consigliamo vivamente di scegliere in modo accurato quali segnali utilizzare per sviluppare uno stile di leadership misto e raggiungere i propri obiettivi. Perché, inutile mentire, finché la discriminazione esisterà, donne e minoranze dovranno sempre sforzarsi più degli uomini bianchi etero. 

Un esempio che può essere fonte d’ispirazione in merito è sicuramente l’ex giudice della corte suprema degli Stati Uniti D’America, Ruth Bader Ginsburg, conosciuta da tutti per utilizzare lo stile di leadership misto al fine di ottenere i suoi obiettivi. Al posto di pressare i più restii, infatti, Ruth sceglieva con cura le sue battaglie e usava segnali di affabilità quando più le servivano. Evitando così di diminuire le sue capacità di persuasione a causa di reazioni dettate dall’emotività. 

Quindi, in conclusione, ciò che consigliamo vivamente alle nostre lettrici è di non avere paura di interrompere, di evitare di fare troppe pause mentre si parla (per esempio iniziando a mormorare versi tipo “mmm”, “ehm”) e di usare parole più intense. Contestualmente dovrete mixare il tutto con la creazione di relazioni più empatiche, con l’utilizzo di espressioni felici e tante affermazioni quante domande.

Fonte: “How to develop your leadership style by Suzanne J. Peterson, Robin Abramson e R.K Stutman – Harvard Business Review Vol.98 Is.6”.


Bridgerton: voci da un dissacrante boudoir

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Da mesi viviamo in balia della precarietà, sconvolti giorno dopo giorno da notizie su  notizie che non fanno altro che confonderci e farci sentire sempre più instabili. In questo  contesto Shondaland (casa di produzione fondata e diretta da Shonda Rhimes) come regalo di Natale, ha lanciato una nuova serie in partnership con NETFLIX: Bridgerton. La serie si basa su una collana di romanzi ad opera di Julia Quinn e segue le vicende dei figli di tre famiglie aristocratiche: i Bridgerton, i Fatherington e gli Hastings. 

Lasciamo il pallido grigiore a cui in questi giorni ci siamo abituati per catapultarci in una vibrante Inghilterra della Regency (prima metà dell’800) vissuta con un travolgente filtro pop.  

La serie si apre con l’aristocrazia, in fermento per l’inizio della stagione mondana, pronta a tutto per accaparrarsi un partito adeguato e portare in alto il nome della propria famiglia.

Perché nel 1813 il futuro non perdona, soprattutto una donna, come molte volte nella serie viene sottolineato. È fondamentale scegliere con lungimiranza, lucidità e pragmatismo benché anni di romanzi rosa ci abbiano  portato ad associarlo troppo spesso al materialismo. Gli autori invece si dissociano da questa concezione. I  protagonisti sono forti di un’innovativa spinta motrice: sanno scendere a patti con le circostanze e scegliere con la mente più che con il cuore. Questo nuovo atteggiamento che a tratti può apparire eccessivamente  calcolatore e disilluso, rischiando di ammazzare la vena romantica della storia, invece non fa che accentuarla  conferendo spessore a personaggi altrimenti piatti.

Rhimes non si è certo contenuta nella trattazione delle tematiche, abbiamo la voce caustica di Julie Andrews nei panni dell’ignota Lady Whistledown. La sua figura si muove come un uccellino che, su un giornale scandalistico, mette in vetrina ciò che il perbenismo aristocratico tenta di celare. Sarà lei a rappresentare il vero filo conduttore unendo le vicende che sconvolgono i protagonisti, ma questo è solo l’inizio. In sole otto  puntate saremo investiti da sesso, pettegolezzi, canzoni pop come Thank You Next e Bad Guy eseguite da  eleganti quartetti d’archi, balli dalle favolose scenografie e commenti tanto dissacranti quanto esilaranti… ma del resto cosa ci si può aspettare da una serie che si apre con l’inconfondibile voce di Mary Poppins che  recita: “Tre signorine sbattute sulla piazza nunziale come scrofe al macello da una madre priva di gusto e di tatto…”, se non  di rimanere piegati in due dalle risate?  

Bridgerton però non si limita al puro scopo evasivo. Nelle trame delle puntate non è difficile trovare eventi che ci riportino al women empowerment, al dibattito: pragmatismo VS idealismo, alla valenza sociale del  pettegolezzo e alla capacità di agire prendendo in mano il proprio destino, in quelle mille sfaccettature che distinguono ognuno di noi.  

Gli autori costruiscono una narrazione che, sebbene già vista, permette a tutta la corona di personaggi di  svilupparsi in modo interessante senza appesantire la storia. Ognuno si presenta alla ricerca di qualcosa, che sia la stabilità, la consapevolezza di sé, la rassicurazione o l’inafferrabile libertà. Nel corso della serie si evolverà mettendo un punto a ogni dubbio.  

Gli autori abilmente hanno portato lo spettatore ad immedesimarsi con ognuna delle tematiche legate ai  protagonisti. Abbiamo finalmente la possibilità di sviluppare una riflessione di pari passo al personaggio  giungendo insieme quindi ad una conclusione. La tematica trattata, si pone come uno spunto di riflessione ben più ampia e stimolante, perché ci pone nella condizione di chiederci continuamente: e io cosa avrei  fatto?  

Questa scelta innesca velocemente accesi dibattiti tra gli spettatori trasformando Bridgerton, da prodotto ai fini  di intrattenimento a fenomeno culturale. Il pubblico viene costantemente chiamato a formarsi un’opinione su  quello che vede, ed è proprio questa spinta verso lo sviluppo di una coscienza critica, a porre le scene al  centro di accese polemiche. 

Prima fra tutti vediamo la scelta del cast misto (risultato di un colorblind casting che non tiene conto del colore della pelle durante la scelta degli attori) in rapporto alla veridicità storica.  

La serie infatti dipinge una società ormai integrata che non rapporta il colore della pelle alla condizione sociale ed economica benché nel pieno del periodo Regency. A destare maggiore sconcerto però è la figura della regina Charlotte, moglie di re George III. La regina infatti è impersonata da Golda Rosheuvel, un’attrice britannica, ma originaria della Guyana.  

A chiarire le motivazioni della scelta è Chris Van Dusen, lo showrunner della serie che, legandosi ad alcune  teorie sul background etnico della regina collegato all’amore tra Alfonso III, sovrano portoghese, e Ouruana, la identificano come la prima regina britannica di origine mista: “Quest’idea mi ha colpito moltissimo. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se, grazie a lei, altre persone nere avessero ricevuto titoli nobiliari e terre”  ha dichiarato Van Dusen.

Tramite queste parole Van Dusen fa rientrare quindi la scelta di casting in una licenza creativa che si  permette di riscrivere la storia partendo da: “Cosa sarebbe successo se?”. 

Non è la sola questione etnica a dominare la scena polemica. Un’altra controversia lega la serie alla tematica del consenso: consenso del partner prima e durante un rapporto sessuale. 

SPOILER WARNING  

(Leggere solo dopo aver terminato la serie)  

Al centro del dibattito c’è il tentativo di intraprendere una gravidanza senza il consenso del partner.  La neosposa Daphne, per via della sua inesperienza in ambito sessuale, crede che l’avversione del marito  verso la procreazione sia dovuta ad un impedimento fisico, almeno fino a quando il dubbio non si insinua  dentro di lei. Durante un rapporto gli impedirà di praticare il coitus interruptus, come l’uomo era solito fare, nel  tentativo di portare alla luce le sue reali volontà rispetto alla paternità.  

Il dibattito vede da un lato, il consenso sempre e comunque richiesto e la possibilità di un ripensamento in  qualunque momento e dall’altro, la disinformazione e la presunta mancata coscienza di compiere un atto  violento e coercitivo.  

Mentre nel romanzo la scena è trattata più esplicitamente, nella serie si presenta come un rapporto che inizia  in maniera consenziente ma che non asseconda la richiesta di fermarsi espressa dal Duca prima del termine  dell’amplesso.  

I dibattiti si accendono schierando il pubblico sempre di più.  Quale sarà il verdetto di una giuria ormai informata e forte di una nuova coscienza critica?


Abbiamo incontrato Chiara Cascella, Founder di Espressoh

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Un trucco naturale, leggero, super glow: Espressoh è tutto quello che cercavamo negli anni degli ombretti glitterati e dei rossetti troppo carichi.

Così, da un’idea di branding forte e unica, dalla scelta di creare un prodotto indie e cruelty free e con un aroma inconfondibile inizia la storia di Espressoh, e della sua Founder Chiara Cascella, che abbiamo deciso di raccontarvi oggi. 

Come? Chiedendo direttamente a lei come si è sviluppata questa storia di intuizioni e scelte coraggiose. 

1. Raccontaci qualcosa di te: quanti anni hai, dove hai studiato e dove vivi?

Ho trent’anni, ho studiato a Milano in Bocconi e fatto sei mesi di Exchange Program a Singapore. Attualmente vivo tra Milano e Pescara, che è la mia città d’origine.

2. Qual è stata la tua prima esperienza di lavoro? 

La mia primissima esperienza di lavoro è stato uno stage in un fondo di private equity, dove ho capito che la finanza non era il mio mondo. Invece, dopo uno stage di sei mesi, la prima esperienza lavoro con un contratto è stata come Marketing Product Manager in L’Oréal Italia.

3. Cosa ne sapevi di trucchi quando hai iniziato a lavorare per L’Oréal? 

Nulla, 0! A parte aver ricevuto delle trousse di Pupa quando avevo dai dodici ai quindici anni… questo era il mio knowledge sul mondo del make-up.

4. Come è andato il tuo primo colloquio ? Ce lo racconti?

Il mio primo colloquio in L’Oréal è andato bene. Quella che poi sarebbe diventata la mia prima capa, Elena, mi chiese di nominare i principali player del mercato italiano nel mondo del make-up e io risposi “Revlon” perché avevo questa idea in testa… allora dopo due minuti mi mise davanti le quote di mercato e Revlon era l’ultimo, non compariva quasi, aveva una market share bassissima. Però credo che poi sia andata a sintonia! 

5. Che cosa facevi in L’Oreal? Su quale prodotto hai lavorato?

In L’Oréal Italia lavoravo nel team marketing come Product Manager per la categoria make-up, poi sono stata trasferita a Parigi dove mi sono occupata del marketing internazionale, sullo sviluppo prodotto sempre nella categoria make up, in particolare sui mascara e gli ombretti. L’ultimo progetto a cui ho lavorato è stato lo sviluppo del mascara Lash Paradise.

6. Da due anni hai fondato Espressoh, una linea di make up che…

… Vuole riportate semplicità nel mondo del make-up con prodotti smart, ovvero facili, rapidi da utilizzare e multifunzione per un look che è sempre autentico e anche di carattere.

7. Da dove nasce l’idea di Espressoh?

L’idea di Espressoh è ispirata a un caffè espresso che, appunto, è semplice, rapido e super powerful. Una routine facile, veloce, ma con un risultato di impatto. 

8. Ma imprenditrici si nasce o si diventa?

Un po’ tutte e due le cose. Secondo me si nasce con il carattere da imprenditrice, per esempio la propensione al rischio, quindi al non aver paura di buttarsi, di rischiare. Ci si diventa, anche, perché comunque è un percorso di consapevolezza, di esperienza pratica, quindi diciamo che è un mix delle due.

9. Chi ha creduto per primo in te e in Espressoh? Com’è lavorare con tuo marito?

Allor,a il primo che ha creduto in me e nel progetto è stato proprio mio marito, allora mio fidanzato, che mi ha detto “Si, lascia tutto: go!”. Lui all’epoca lavorava in un fondo di investimenti e conosceva il mercato del beauty perché studiava degli investimenti in questo ambito. E com’è lavorare con mio marito? Easy. Siamo allineati su quella che è la strategia dell’azienda e poi abbiamo compiti diversi: io mi occupo del marketing, dello sviluppo prodotto, della comunicazione, lui si occupa di tutta la parte più di numeri, quindi di conto economico, amministrazione e finance.

10. Con quali fondi sei partita? Cercare e farsi dare i finaziamenti è stata la parte più difficile del business?

Siamo partiti con un mix di fondi personali e un finanziamento da parte di Invitalia, che è un ente che garantisce finanziamenti alle startup e alle giovani imprese. Non è stato complicatissimo arrivare al finanziamento, però tutta la parte burocratica non è stata semplice. E spiegare ad un ente del genere e raccontare questo progetto, insolito rispetto a quelli a cui sono abituati, quindi farlo accettare e passare è stato abbastanza challenging. 

11. Sei un’amante dei tatuaggi, ce n’è uno che racconta l’avventura di Espressoh?

Si, sono un’amante dei tatuaggi. Non ce n’è uno che racconta tutta l’avventura di Espressoh mane ho uno che ho fatto quando ho lasciato il mio lavoro in L’Oréal: un ferro di cavallo porta-fortuna con scritto “Ride”, l’ho fatto a Parigi. 

12. Qual è lo sbaglio più grande che hai fatto finora? E quello che hai paura di fare?

Lo sbaglio più grande che ho fatto finora è stato non aver avuto la completa fiducia in me stessa in alcuni ambiti e occasioni, quindi essermi fidata totalmente di altri che pensavo avessero più conoscenze di me, per poi rendermi conto che le nostre conoscenze erano al pari o addirittura ne sapevo più io. Quindi ok essere umili, ma siccome il business è mio devo avere più fiducia in me stessa anche in quelle aree in cui non sono super specializzata. Lo sbaglio che ho paura di fare domani… non lo so, di sbagli ce ne sono sempre, ma non ho paura di sbagliare. Quel che sarà, sarà.

13. Ti trucchi sempre? Che trucco porti ora?

Si, mi trucco sempre, non esco mai senza: ABC, sulle occhiaie, sui brufoletti e sulle macchie e Glassy. In questo momento ho anche il mascara e Spritzy della palette SWEETandSour. E ho anche due prodotti che sono top secret perché usciranno l’anno prossimo.

14. Stai per lanciare qualche nuovo prodotto?

Si, sono previsti dei nuovi prodotti, però la prossima uscita è per marzo 2021: non posso rivelarla, ma posso dire che è il prodotto da me più usato in assoluto.

15. Cosa ne pensi dell’influencer marketing?

L’influencer marketing lo trovo utilissimo per i brand, sia per fare awareness, che per fare advocacy, che per convertire. Trovo che sia cambiato negli ultimi anni, quindi fare la foto con il prodotto e dire “Questo è il blush di Espressoh” non funziona più e non serve a nulla. Sono da valorizzare quegli influencer che creano dei contenuti di sostanza, unici, autentici, con il proprio stile, che creino valore aggiunto al brand e lo sappiano raccontare alle proprie community. 

16. E delle community, invece?

Le community sono sicuramente lo strumento di marketing più solido, più forte, più potente che c’è. Non si possono controllare più di tanto, quindi quando un brand riesce ad avere una community solida, affezionata, leale ha un bel vantaggio. 

17. Come e dove vedi il futuro di Espressoh?

Il futuro di Espressoh… spero di vedere il brand conosciuto anche all’estero e di portare questa italianità, questo Made in Italy giovane, fresco, cool all’estero. Spero negli Stati Uniti come next step. 

18. E quello di Chiara, invece?

Il futuro di Chiara sicuramente in Italia, nel dettaglio non so perché non mi piace fare piani né a medio né a lungo termine. 

19. Un desiderio per il 2021?

Ricominciare a viaggiare. Sicuramente mete calde, perché io amo il mare, il caldo. Vorrei tornare in Messico a surfare, vorrei andare per la prima volta in Sri Lanka, mi piacerebbe tornare negli Stati Uniti, NY e LA, e poi in nei miei posti del cuore in Europa. Nel sud del Portogallo, a Sagres, alle Canarie e a Fuerteventura.

Abbiamo chiesto a Chiara di consigliarci cinque persone che la ispirano su Instagram, scopritele su GRLS.it


Avril Haines, l’arma segreta delle spie americane.

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Per la prima volta nella storia dei servizi segreti americani, sulla poltrona più alta che coordina tutte le agenzie di Intelligence, siede una donna. Avril Haines, la regina delle spie, è stata nominata lo scorso novembre dal neo eletto presidente americano Joe Biden, a capo di CIA, FBI, Homeland Security, NSA e altre 13 sigle di società per la sicurezza nazionale. 

Un primato assoluto in un mondo che prima di lei è sempre stato diretto e coordinato da soli uomini. Ma ad essere la prima in qualcosa, Haines è piuttosto abituata, la sua è una vita ricca di primati.

Nata a New York, 51 anni fa, in 15 anni, dal 1998 al 2013, è passata da essere proprietaria di una libreria indipendente a Baltimora, alla laurea in legge, passando per diventare pilota di aerei fino all’esperienza legale presso il Congresso degli Stati Uniti e infine alla nomina come vice direttrice della CIA. Aggiungiamo altri sette anni e arriviamo a quest’ ultima nomina arrivata a capo di tutti i servizi con la presidenza Biden.

Figlia di uno scienziato e di una pittrice, si iscrive a Fisica teorica all’Università di Chicago. Per mantenersi durante gli studi, comincia a lavorare in un’autofficina come riparatrice di vetture, negli anni dell’università prende anche la licenza da pilota e sposa il suo istruttore, David Davighi, che ancora oggi è suo marito.

Crede nella cordialità e la considera un valore irrinunciabile in qualunque relazione umana. Merito del padre che ogni sera fin da piccola le chiedeva “Oggi hai fatto qualcosa di gentile per un’altra persona?” E si faceva così raccontare la buona azione quotidiana.

Ma non solo il padre partecipa alla creazione di una donna diversa, anche la lezione della madre resterà impressa come caposaldo nella vita di Haines. È da lei infatti che arriva un altro comandamento fondamentale: “Ogni giorno devi affrontare qualcosa che ti spaventi.” Avirl, ne ha fatto una massima di vita e uno strumento di emancipazione femminile. 

Noi non riusciamo a renderci conto delle nostre capacità e spesso abbiamo una stima di noi stesse inferiore al reale” – così ha spiegato durante una lezione universitaria – “Metterci in gioco, misurarci con una situazione in cui sappiamo di rischiare è la maniera migliore per prendere coscienza di cosa siamo in grado di fare. Certo non posso applicare il consiglio di mia madre ogni giorno ma ogni qualvolta vedo l’occasione per questa sfida, l’affronto”.

Insieme al marito affronta qualcosa che fa veramente paura: superare l’Atlantico con un bimotore. Comprano un vecchio aereo, lo riparano insieme, lo modificano e spiccano il volo. Dopo un centinaio di chilometri, i pistoni li mollano in mezzo all’oceano e si salvano con un atterraggio di fortuna su una piccola isola. 

È il 1992, i due si trasferiscono a Baltimora, dove aprono un caffè-libreria, comprando l’attività all’asta dopo che era stata sequestrata dalla polizia in un raid antidroga.  Nasce così L’Adrian, un caffè letterario dove artisti e clienti leggono libri ad alta voce. Haines, sceglie in particolare alcuni testi di letteratura erotica. 

L’Adrian diventa presto un caso, la banca propone di farne il prototipo di una catena e si offre di finanziarla. La proposta non le interessa, inizia invece ad interessarsi a varie cause sociali e all’attivismo locale. In più di un’intervista ha detto che in quel periodo notò che le persone più attrezzate per cambiare le cose a livello sociale erano gli avvocati, e decise così di diventarne uno.

Si iscrive alla scuola di legge della Georgetown University nel 1998, dove sviluppa una passione per la legge internazionale e soprattutto per i trattati. Dopo la laurea, diventa assistente di un giudice di Corte d’appello e nel 2003 entra nel team legale del dipartimento di Stato, nell’ufficio che si occupa dei trattati internazionali. 

È il periodo della guerra al terrore di George W. Bush, e uno dei  suoi primi lavori riguarda una disputa tra la Casa Bianca e il Congresso, quando quest’ultimo scopre che l’amministrazione Bush aveva stipulato alcuni accordi segreti con paesi dell’Est Europa e del Medio Oriente per consentire alla CIA di condurre detenzioni e interrogatori extralegali di sospetti terroristi. Nel caso in cui il Governo americano stipuli un trattato o un accordo internazionale, secondo la legge deve renderlo noto al Congresso. Haines e i suoi vengono scelti per rendere conto al Congresso di questi accordi, ma scoprono che gli accordi segreti sono circa 600 e risalivano anche a molti anni addietro. 

In quegli anni è anche l’avvocata del Dipartimento di Stato assegnata alla commissione Affari esteri del Senato, il cui presidente è l’allora senatore Joe Biden. È così che i due iniziano a lavorare insieme. 

Dopo un breve periodo da capo dell’Ufficio trattati, nel 2011viene chiamata dalla Casa Bianca di Barack Obama come vice-consigliera legale, per poi diventare consigliera legale sui temi della sicurezza nazionale nel giro di pochi mesi. Le viene affidato un lavoro di considerevole importanza: guidare il team di avvocati ed esperti di terrorismo che devono revisionare, e limitare il più possibile, la “guerra chirurgica” che nei primi anni di amministrazione Obama aveva avuto un discreto successo, coinvolgendo un gran numero di civili indifesi. 

Haines lavora per limitare il più possibile l’utilizzo dei droni. Nel 2013 Newsweek scrive che veniva svegliata nel cuore della notte per sapere se un sospetto terrorista poteva essere «Incenerito legalmente da un attacco con droni». Harold Koh, un suo collega nel team legale della Casa Bianca, ha detto al Daily Beast: “Molte persone si autodefiniscono come una voce di moderazione. Lei lo era veramente.” 

Nel 2013, viene premiata con un incarico incredibile: numero due della CIA, ed è la prima donna ad occupare questa poltrona.

“Bisogna portare al tavolo la diversità. Nelle trattative di qualunque genere anche quelle internazionali al massimo livello, conta chi tace e sa ascoltare non chi parla di più o fa la voce grossa. E noi donne, questo lo sappiamo fare meglio”, ha dichiarato dopo aver ricevuto l’incarico. 

I media americani la definiscono come una «liberal pragmatica», che crede fermamente nel ruolo della legge e della diplomazia per contenere e moderare l’utilizzo della violenza. 

Certo, una figura non priva di ombre, che riapre il dibattito: “Supportiamo le donne a prescindere da quello che fanno, anche se il loro lavoro riguarda la sorveglianza “ad ogni mezzo, con ogni costo” propugnata dalla CIA e dalle altre agenzie di sicurezza?”, le stesse agenzie finite spesso sotto accusa negli ultimi anni a causa dei metodi tutt’altro che legali portati saliti fortunatamente agli onori delle cronache solo grazie al lavoro di personaggi come Daniel Jones, che lavorò proprio sui documenti segreti della CIA in merito alla cosiddetta “Guerra al terrore”. 

Lei tira dritto e ripete il suo mantra “Più donne significa più sicurezza” ed ora più che mai la sicurezza del paese sembra essere in pericolo, a causa di chi non ascolta ma alza la voce e attacca con toni e modi aggressivi e minacciosi.


Lo smart-working è qui per restare? Pregi e difetti di un modo di lavorare che ha caratterizzato il 2020

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Se prima del 2020 qualcuno aveva già messo in dubbio la necessità di radunare tutti gli impiegati di un’azienda sotto lo stesso tetto, dopo quest’anno abbiamo la certezza che – almeno per i “lavoratori della conoscenza” – ciò non sia per forza vero. 

Tante di noi, infatti, che lavorano nello sviluppo di prodotti e servizi grazie alla propria conoscenza teoretica e analitica, hanno avuto la conferma che non c’è alcun bisogno di recarsi in un ufficio ed essere sedute a meno di un metro dai propri colleghi per fare bene il proprio lavoro. 

Per questa presa di coscienza, difficile da digerire soprattutto ai piani alti, dobbiamo ringraziare la crisi dovuta alla pandemia da Covid-19 iniziata a Marzo 2020 che ha fatto cambiare idea anche ai più restii mettendoli forzatamente davanti alle evidenze. 

Brevi cenni storici sullo smart-working o lavoro da remoto 

Il primo grande passo verso l’accettazione dello smart-working è avvenuto prima di quanto immaginiamo: non con la diffusione di Internet, quindi, ma negli anni ’70 del ‘900 a seguito di un aumento del prezzo del petrolio negli Stati Uniti causato dall’embargo imposto dai paesi associati all’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) nel 1973

L’aumento dei prezzi, infatti, avevo reso lo spostarsi per lavoro troppo costoso, così furono adottate delle politiche volte ad arginare il problema. Queste politiche principalmente permettevano agli impiegati aziendali di evitare gli uffici canonici e andare a lavorare, invece, presso altri tipi di luoghi: dalle abitazioni private, alle biblioteche per finire con coworking e bar. L’unica richiesta era quella di recarsi in ufficio periodicamente per un check organizzativo. 

Ovviamente la vera svolta in merito è arrivata solo grazie all’avvento di Internet, che ha permesso la vera diffusione dello smart-working all’inizio degli anni 2000. 

Nel 2015 lo studioso Nicholas Bloom e i suoi collaboratori hanno studiato il fenomeno e quello che è apparso, in estrema sintesi, è che chi ha la possibilità di scegliere dove lavorare aumenta la sua produttività fino al 22%. 

Nei tempi più recenti – fino a prima dell’arrivo del Covid-19 – le aziende si sono un po’ divise a riguardo: alcune, come Yahoo e IBM, hanno addirittura ignorato il trend e deciso di invertire rotta riavvicinando gli impiegati agli uffici fisici, mentre altre si sono lanciate nella nuova avventura proponendo sia forme di smart-working totali che parziali. 

Oggi, a quasi un anno dallo smart-working forzato di più del 50% delle risorse prima collocate negli uffici, viene naturale porsi una domanda: questo modo di lavorare è fatto per restare o appena potremo torneremo a riempire gli uffici? 

Per rispondere a questa domanda abbiamo analizzato i principali benefici e problematiche dello smart-working.

I comprovati benefici dello smart-working 

Analizziamo i benefici dello smart-working da tre punti di vista: degli individui, delle aziende e della società.

    • Per gli individui. I benefici dello smart-working per i singoli individui sono più che evidenti. La maggior parte delle persone riconosce tra i plus più importanti la libertà di poter scegliere dove vivere. I Millennials, in particolare, sono i più attratti da questa opportunità per il sogno di diventare “nomadi digitali”, ovvero di avere la possibilità di lavorare e girare il mondo contemporaneamente. Altra motivazione meno romantica ma altrettanto importante del perché questo plus piace tanto a tutti, è la possibilità di scegliere di vivere in un luogo dove il costo della vita è decisamente inferiore alla media. Infine, tra i plus più citati c’è anche una miglior qualità di vita e il ritrovato equilibrio tra sfera privata e lavorativa. Ovviamente questo non vale per tutti, perchésoprattutto tra le generazioni più vecchie – c’è ancora qualcuno che fatica ad abituarsi. Ma, in linea di massima, è stato riconosciuto come lo smart-working permetta alle persone di organizzarsi meglio per poter dividere in modo più equilibrato il proprio tempo. 
    • Per le aziende. Il beneficio primario per le aziende che adottano politiche di smart-working è un riscontrato aumento del coinvolgimento degli impiegati verso l’azienda. E questo – è risaputo – è forse la metrica di successo più importante per chi vuole fare business: senza un team affiatato, non si va da nessuna parte! Come se non bastasse, le risorse non sono solo più felici ma anche più efficienti: aumentando la propria produttività fino al 4,4%. Tra gli altri benefici riscontrati, ce n’è uno più ovvio ma non per questo meno importante: con meno persone negli uffici, c’è meno bisogno di grandi immobili in affitto. Le aziende possono così permettersi di risparmiare grandi somme da investire in altri modi.
    • Per la società. Se più aziende adottassero politiche di smart-working, la società stessa in cui viviamo potrebbe giovare di due grandi benefici. Il primo è il rallentamento delle fughe di cervelli dalle aree meno fortunate di ogni paese; grazie alla possibilità di lavorare da remoto e accedere comunque a opportunità interessanti si ridurrebbe di lunga il fascino del cambiare residenza per pagarsi da vivere. Il secondo, infine, riguarda l’ambiente: nel 2018 ogni americano ha impiegato in media 4 ore e mezza a settimana per andare a lavoro, probabilmente spostandosi in auto. Se la maggior parte delle persone non devono più prendere la macchina per andare in ufficio, viene da sé che le emissioni si possono ridurre significativamente. 

Le principali problematiche dello smart-working

Sebbene le speranze siano alte, ci sono ancora alcuni aspetti dello smart-working che preoccupano le aziende e impediscono di prendere decisioni a riguardo. Tuttavia, le aziende più illuminate – durante i lockdown imposti dalla pandemia di Covid-19 – hanno imparato che con tanta organizzazione, pazienza e attenzione, tutto può essere risolto. Ma vediamo nello specifico le problematiche principali e le relative best practice:

    • Comunicazione, brainstorming e problem-solving. Quando i collaboratori sono sparsi per il mondo, o semplicemente ognuno a casa propria, diventa un po’ complicato mantenere la comunicazione dal vivo tra colleghi e il passaggio immediato di informazioni. Certo, ci sono tantissimi strumenti diversi a cui possiamo ricorrere, Skype, GoogleMeet, Zoom, Face-time, ecc. ma comunque non è facilissimo coordinarsi ed è difficile dar vita allo stesso scambio di idee che normalmente avviene in ufficio. La soluzione a tutto questo potrebbe essere abituarsi a una comunicazione più fluida e soprattutto non immediata, per esempio attraverso un canale Slack sempre attivo dove le risorse possono scrivere quando vogliono e il resto del team risponde appena possibile. O, più semplicemente, attraverso un foglio di Google Drive lasciato aperto per Q&A varie ed eventuali. Il lato positivo di questo tipo di approccio è l’abbattimento di eventuali barriere nei confronti delle risorse junior che si sentono così più propense nel condividere idee e suggerimenti.
    • Condivisione della conoscenza interna. Normalmente quando siamo seduti alla nostra scrivania in ufficio abbiamo intorno a noi un sistema di supporto fatto dai nostri colleghi che, più o meno simpatici che siano, possono aiutarci a risolvere un dubbio o una problematica lavorativa. Quando lavoriamo nelle nostre case, invece, tutto ciò viene meno e non tutti sono disposti ad alzare il telefono per chiedere aiuto. Tutto questo si potrebbe risolvere condividendo a livello aziendale quella conoscenza che è nella testa delle risorse chiave attraverso una codificazione delle prassi e delle strategie adottate e/o adottabili. In questo modo, chi è in difficoltà può trovare la soluzione ai suoi drammi in autonomia e in perfetta linea con le norme aziendali.
    • Socializzazione, spirito di squadra, e mentoring. Un’altra delle preoccupazioni principali relative allo smart-working è la possibilità che le persone si sentano isolate sia a livello sociale che professionale. Soprattutto nei casi in cui parte del team è a casa e l’altra parte è in ufficio, può capitare che gli individui soffrano di alienazione dai propri colleghi e dall’azienda stessa. Con l’assenza di interazioni dal vivo, spesso si rischia di tagliare fuori qualcuno dai flussi di comunicazione o, peggio ancora, di non accorgersi che qualcuno sia sovraccarico e stia soffrendo per questo. Infine, nonostante i software di videoconferenza, permettano di “incontrarsi” e leggere i reciproci linguaggi facciali, è ancora molto complicato riuscire a socializzare a distanza con i propri colleghi. Per ovviare a questi problemi alcuni hanno optato per Intelligenza Artificiale e Realtà Virtuale, ma l’opzione migliore resta quella di organizzare periodicamente dei momenti di incontro di più giorni durante i quali le persone possono creare dei veri e propri legami tra di loro.
    • Valutazione delle performance e compensi. Preoccupazione che riguarda soprattutto le generazioni più grandi (e i maniaci del controllo) è l’impossibilità di poter valutare al 100% come e quanto lavorano i propri impiegati che lavorano da casa e, in particolar modo,  l’impossibilità di valutare le competenze interpersonali. Alcune aziende, oltre a valutare le proprie risorse in base alla qualità del loro lavoro e alle interazioni virtuali, hanno optato per un controllo più ferreo e all’utilizzo di software che tengono traccia della produttività di ognuno. Grazie a questi software le aziende sono riuscite ad aumentare la produttività dei propri impiegati? Nemmeno un po’, quindi la strategia principale in merito resta la fiducia. Per quanto riguarda i compensi, invece, il dibattito si apre su un’altra questione: è giusto pagare tutti allo stesso modo o bisogna adeguare i salari alle regioni in cui vivono e operano gli impiegati? Anche in merito non c’è ancora una best practice assoluta.
    • Sicurezza e legislazioni. Anche questa è una preoccupazione che riguarda soprattutto le generazioni più grandi e tutti coloro che non sono molto ferrati con le nuove tecnologie. Tra le prime cose che vengono in mente a queste persone, infatti, quando si parla di smart-working c’è la possibilità che qualcuno (anche tra i loro stessi impiegati) possa condividere informazioni preziose con i competitor oppure che un qualche hacker possa forzare i sistemi di sicurezza delle infrastrutture digitali e creare danni più o meno gravi. In questo caso però sono a disposizione un gran numero di soluzioni atte ad arginare notevolmente problemi del genere. Preoccupazioni ben più grosse, invece, sono quelle legate alle leggi dei vari paesi che a volte sono contrarie a determinati modi di lavorare. Per esempio, la società indiana TCS leader in servizi IT allo scoppio della pandemia ha dovuto collaborare insieme alle autorità e all’Associazione Indiana delle Aziende di Software e Servizi per cambiare le leggi da un giorno all’altro e permettere a tutti i dipendenti impiegati nella attività di call center di lavorare da casa. 

Smart-working, moda passeggera o nuova normalità? 

Sicuramente non tutte le aziende e non in poco tempo riusciranno in questa manovra, ma con la giusta strategia, organizzazione, tecnologia e leadership molte più realtà riusciranno a convertirsi e ad approfittare dei benefici dello smart-working ed entrare in quello che – secondo noi – sarà il futuro del lavoro della conoscenza.

Preso atto di questo, il passo successivo non diventa più capire se questo sarà o meno il futuro, quanto piuttosto capire cosa serve per adeguarsi correttamente a ciò che verrà e cavalcare l’onda. E la risposta è molto semplice: un buon management che si occupi di supportare il cambiamento e tutte le best practice che abbiamo menzionato fino a ora.

Fonte: 

“Our Work-from-anywhere Future. Best Practices for all-remote organizations by Prithwiraj (Raj) Choudhury – Harvard Business Review Vol.98 Is.6”.