Sex work: i diritti dei sex workers tra narrazione dominante e stigma sociale

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Da anni il sex work è uno dei temi caldi del dibattito sociale e politico mondiale.
Un dibattito che si è ampliato soprattutto in questo anno di pandemia, in cui molti sex workers si sono trovati in seria difficoltà economica ed è cresciuto lo stigma sociale e la marginalizzazione nei loro confronti.
Ad oggi queste persone chiedono che il loro lavoro venga riconosciuto come tale e che, come in tutti gli altri lavori, siano definiti diritti e tutele per coloro che lo esercitano. 

 

Perché usare la parola “sex work”?

Il termine sex work è relativamente recente, forse addirittura meno recente di quello che si possa pensare. È stato coniato nel 1978 dall’attivista Carol Leight, la quale, nel corso della prima conferenza stampa a San Francisco del collettivo femminista Women Against Violence in Pornography and Media, propose di sostituire il panel Sex Use Industry con il titolo Sex Work Industry.
Il termine è diventato di uso comune nel 1987, quando Frédérique Delacoste e Priscilla Alexander pubblicarono il testo Sex Work: Writings by Women in the Industry.
In Italia la parola sex work è arrivata decisamente dopo: nel 1994. È stata utilizzata per la prima volta dalle fondatrici del Comitato per i diritti civili delle prostitute Pia Covre e Carla Corso, dopo una riunione con vecchie amiche sex workers*.

 

Perché è importante utilizzare questo termine?

Perché ribadisce il concetto che il sex work è un vero e proprio lavoro, evitando ogni forma di stigmatizzazione e l’uso di termini dispregiativi. In più, è inclusivo: si riferisce a tutti i sex worker senza distinzione di genere o sesso.

 

Come gli Stati mondiali si approcciano al sex work

Ad oggi, sono diversi gli approcci legislativi che i Paesi di tutto il mondo hanno nei confronti del sex work.
In gran parte dei Paesi scandinavi (Svezia, Norvegia e Islanda) è in vigore un modello legislativo neo-abolizionista che punisce i clienti, con l’obiettivo – quasi utopico – di disincentivare ed eliminare nel tempo il lavoro sessuale. Questo approccio è stato adottato anche in Canada e in Francia.

Germania, Svizzera e Olanda hanno adottato un modello neo-regolamentarista. La prostituzione è regolamentata e riconosciuta come un’attività con un profilo legale e sono riconosciuti alcuni diritti dei sex workers. Tra cui– almeno in via teorica – la loro dignità, il loro riconoscimento come lavoratori e lavoratrici, e il diritto alla sanità.

La Nuova Zelanda, insieme al Nuovo Galles del Sud e al Northern Territory, ha adottato il modello della decriminalizzazione. Il lavoro sessuale è riconosciuto come un lavoro qualsiasi, senza essere regolamentato da leggi speciali, e può essere esercitato sia in luoghi al chiuso sia in luoghi all’aperto. 

L’Italia, invece, come anche l’Inghilterra e la Spagna, è regolamentata da un modello abolizionista. In questi paesi la prostituzione è legale, ma non è riconosciuta come lavoro ed esistono alcuni reati legati all’esercizio della professione (come, ad esempio, il reato di sfruttamento della prostituzione).
Nel caso specifico, nel nostro Paese è ancora in vigore la legge Merlin del 1958, ovvero la legge di Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui. Secondo molti sex worker e secondo una buona fetta di opinione pubblica, la grande problematicità di questa legge sta nel non riconoscere la prostituzione come un lavoro e non prevedere, quindi, né diritti né tutele per coloro che lo esercitano. In più, oltre a non essere inclusiva (poiché fa esclusivamente riferimento alle donne e ad un solo tipo di prostituzione), esprime il concetto morale secondo il quale le prostitute sono unicamente delle vittime. Escludendo così tutte le persone che invece decidono autonomamente di intraprendere questo mestiere.

 

Cosa chiedono oggi i sex workers

Nel 2005, l’International Committee on the Rights of Sex Workers in Europe (ICRSE) ha organizzato a Bruxelles la Conferenza sul sex work, alla quale hanno aderito all’incirca 200 sex workers. Al termine della conferenza sono stati redatti due documenti che, ad oggi, sono un punto di riferimento per tutti i lavoratori sessuali: Il manifesto dei/delle Sex Workers in Europa e La Dichiarazione dei diritti dei/delle Sex Workers in Europa. Entrambi chiedono il riconoscimento di diversi diritti come, ad esempio, il diritto sui loro corpi (“Il sex work è per definizione sesso consensuale. Il sesso non consensuale non è sex work; è violenza sessuale o schiavitù). Tra le varie richieste, chiedono inoltre ai governi di disincentivare la stigmatizzazione nei loro confronti, di riconoscere come un crimine le violenze perpetrate contro di loro e di condannarle pubblicamente.
Durante la pandemia, sono aumentate la stigmatizzazione e la marginalizzazione sociale nei confronti dei sex workers. Si sono poi aggiunte una serie di difficoltà economiche strettamente collegate all’emergenza sanitaria.
In questo periodo, molti sex workers non hanno avuto la possibilità di lavorare, altri si sono approcciati al lavoro online, altri hanno visto aumentare la violenza nei loro confronti. Da qui, è diventata quindi ancora più pressante l’esigenza di vedere rivendicati i propri diritti, soprattutto da parte delle istituzioni e dalla società pubblica.
Nel suo libro Sex work is work, Giulia Zollino sintetizza perfettamente quali sono le richieste dei sex workers. Si tratta di richieste di diritti essenziali, troppo importanti da poter parafrasare.
Per questo le riportiamo così come le ha scritte:

“Vogliamo il riconoscimento e la decriminalizzazione del lavoro sessuale.
Vogliamo diritti, tutele e doveri in quanto persone lavoratrici.
Vogliamo associarci, unirci, organizzarci.
Vogliamo il diritto alla salute e l’accesso ai servizi sociosanitari.
Vogliamo la libertà di movimento, diritto di asilo e permessi di soggiorno per lavoro sessuale.
Vogliamo alternative lavorative, perché il lavoro sessuale non deve essere l’unica opzione.
Vogliamo non essere più vittime di discriminazioni, violenze e stigma.
Vogliamo essere ascoltat* e interpellat*.
Vogliamo essere visibili”. 

 

Lo scontro contro la narrazione dominante

Oltre a combattere per il riconoscimento dei propri diritti, i sex workers stanno lottando per modificare la narrazione dominante dei media e della società sul proprio lavoro.
Attualmente, nel dibattito pubblico c’è una sorta di dicotomia di pensiero sulla rappresentazione delle persone che lavorano nel mondo del sesso: o sono vittime o sono persone che hanno messo su un vero e proprio business.

Si presenta quindi un duplice problema: 

  • Nella narrazione –molto spesso pietistica –  della rappresentazione delle sex workers come vittime, si tralascia completamente il concetto di autodeterminazione. Infatti, non viene minimamente preso in considerazione il fatto che il lavoro sessuale possa essere una scelta.
    Da qui nasce anche in parte lo scontro con alcuni movimenti femministi i quali, invece, credono fermamente che il lavoro sessuale non possa essere una scelta completamente libera, ma condizionata da diversi fattori.

  • La narrazione del sex work come business, invece, è estremamente fuorviante. Poiché spesso non si considera il privilegio di partenza di chi lo pratica. Comunemente, si tratta di persone bianche, di ceto medio-alto, di bell’aspetto e non migranti. Quindi si tratta di una narrazione di una realtà parziale, molto poco rappresentativa e poco inclusiva.

Per questo, i sex workers credono sia necessario non solo abbattere questa dicotomia, ma ampliare la narrazione che li riguarda. Come? Abbandonando lo stigma violento “della puttana” e imparando ad ampliare lo sguardo alla complessità delle diverse realtà che compongono il mondo del sex work.

Soltanto raccontando le storie dei singoli, le loro scelte, i loro vissuto, si può ricostruire una narrazione più ampia e inclusiva che possa dare valore e dignità a chi, in tutto questo tempo e non per sua colpa, non se le è mai viste riconoscere.

*fonte: G. Zollino, Sex Work is Work, S. Giuliano Mil, 2021, Eris Edizioni 


La plasticità cerebrale o neuroplasticità

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Non ci è mai stato detto in questi termini, eppure noi esseri umani possediamo in super potere incredibile: la capacità di modificare e plasmare il cervello tramite l’esperienza. Si tratta di un’abilità che, se sfruttata in modo appropriato, ci dà la possibilità di apprendere una gamma infinità di nozioni, ci consente di adattarci a tutto ciò che l’ambiente offre e ci permette anche di riprenderci nei casi in cui abbiamo subito traumi o lesioni. Purtroppo però, sono ancora davvero poche le occasioni in si sente parlare di quella che in termini tecnici viene definita neuroplasticità o plasticità cerebrale.

Per questo appuntamento con la rubrica #AsktheGrls ho deciso di parlare di plasticità perché ritengo fondamentale creare consapevolezza e conoscenza attorno a questo tema così poco conosciuto. Grazie alla neuroplasticità infatti, noi esseri umani siamo in grado di riadattarci continuamente agli stimoli che l’ambiente esterno ci propone, e questo non solo durante l’età dello sviluppo come ci hanno sempre detto, ma anche nell’età adulta!

Quante volte ci è stato detto “se non impari una lingua da bambino poi non sarai più in grado di impararla allo stesso modo!”. Vero, in parte. L’apprendimento è un processo a cui il nostro cervello va incontro durante l’intero arco di vita ma in particolar modo durante gli anni della nostra infanzia ed adolescenza.

Prima di parlare di apprendimento però, è opportuno fare una breve panoramica su quelli che sono i meccanismi di rimodulazione delle componenti sinaptiche a cui il cervello va incontro dal concepimento fino ai 20 anni circa. 

Le diverse fasi 

Questo fenomeno attraversa diverse fasi, durante ognuna delle quali si verificano meccanismi diversi: durante la gravidanza, e quindi durante la fase di embriogenesi, si va incontro a quella che viene chiamata sinaptogenesi, ossia la costituzione vera e propria delle connessioni sinaptiche tra neuroni. Quando veniamo al mondo possediamo un numero elevatissimo di sinapsi, che andranno però sfoltendosi nella fase che va dalla prima infanzia all’inizio della pubertà e che prende il nome di pruning. Questo meccanismo di eliminazione spontanea dei neuroni si verifica per più ragioni, tra cui, ad esempio, migliorare le capacità di “networking” del cervello e migliorare le funzioni cerebrali per efficientizzarle. 

Una volta realizzata questa sfoltitura, il cervello andrà stabilizzando le sue connessioni e le renderà sempre più efficienti per svolgere le funzioni che dobbiamo saper svolgere per vivere.

Questa “sfoltitura” avviene soprattutto grazie ai diversi processi di apprendimento a cui andiamo incontro durante gli anni della scuola, che ci aiutano, appunto, ad efficientizzare le funzioni cerebrali. È stato però dimostrato negli ultimi anni, che la capacità plastica del nostro cervello permane durante tutto l’intero arco di vita e che ciò che cambia è solo lo sforzo richiesto per far sì che si verifichino le suddette modifiche strutturali e funzionali.

Il premio Nobel nel 2000

La plasticità cerebrale è un fenomeno di cui si è venuti a conoscenza solo dal 2000, anno in cui Eric Kandel, Arvid Carlsson e Paul Greengard vinsero il premio Nobel per la medicina con le loro scoperte riguardanti i segnali di trasduzione del sistema nervoso. 

Il meccanismo alla base della plasticità cerebrale non prevede la formazione di nuovi neuroni ma piuttosto la creazione e la nascita di nuove connessioni tra neuroni esistenti. Queste nuove connessioni hanno luogo in seguito ad una stimolazione prolungata dei neuroni interessati e possono anche andare incontro ad un processo inverso se la stimolazione cessa di esservi.

L’esempio del bilinguismo

Questo meccanismo può essere spiegato facendo l’esempio di quando vengono apprese lingue straniere.

Quando apprendiamo un nuovo idioma, le aree cerebrali coinvolte nell’apprendimento del nuovo lessico e delle nuove regole grammaticali subiscono delle modifiche sia in termini di connettività sia di conseguente struttura. Nel momento in cui noi cessiamo di stimolare queste nuove connessioni tramite, ad esempio, l’esercitazione di quella nuova lingua, le terminazioni sinaptiche andranno pian piano ritirandosi e quella che era la nuova connessione stabilita, non esisterà più.

Questo meccanismo è stato approfondito ed osservato da numerosi gruppi di ricercatori tramite studi di neuroimaging proprio per dare una spiegazione osservabile a quello che accade dentro il nostro cervello quando impariamo e disimpariamo una nuova lingua. 

La riserva cognitiva, l’invecchiamento

Per questo motivo è fondamentale tenere sempre il nostro cervello allenato, senza mai smettere di stimolarlo con compiti, richieste, sfide e novità. Lui ci ripagherà attraverso quella che viene chiamata “riserva cognitiva” che sarà una sorta di bagaglio cognitivo che ci porteremo dietro fino alla vecchiaia e che ci permetterà di possedere per un tempo maggiore l’autonomia necessaria a vivere ma soprattutto ci aiuterà a proteggerci da tutte quelle malattie neurodegenerative che provocano un invecchiamento precoce.

La plasticità e la psicoterapia

Last, but not least, è importante sapere che anche il principio di ristrutturazione cognitiva che vi è alla base della psicoterapia ad orientamento cognitivo comportamentale sfrutta proprio i principi e le dinamiche della plasticità cerebrale, il che fornisce una ragione in più per fare affidamento sia alla nostra capacità intrinseca di modificazione plastica degli schemi interni che riproponiamo nel nostro funzionamento quotidiano che al potere che la psicoterapia ha di aiutarci a modificare le nostre credenze o i nostri comportamenti disfunzionali.


Cosa sta succedendo nel mondo della moda?

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Tutte le novità dalla Milano Fashion Week

La Milan fashion week ha chiuso il sipario poco più di una settimana fa, per la prima volta presentata interamente in versione digitale. Le diverse maison hanno dovuto puntare sul formato video sfilata e fashion film e lo hanno fatto attraverso progetti strategici e sorprendenti, creando anche nuovi modelli di comunicazione originali e inattesi. La settimana si è aperta con un tributo digitale al compianto Beppe Modenese, padre fondatore della kermesse meneghina scomparso lo scorso novembre, e in seguito si sono alternati nomi noti e new entry.

Kim Jones, alla sua prima sfilata ha saputo rivisitare alcuni capisaldi della maison delle celebri sorelle Fendi mantenendo i principi della famiglia, delle connessioni e dei valori tramandati, insistendo sull’idea di un guardaroba lussuoso sì, ma soprattutto funzionale. Sulla stessa linea anche Tod’s, dove Walter Chiapponi prosegue nella definizione degli abiti giusti per accompagnare accessori che della sofisticatezza sussurrata hanno fatto il loro marchio di fabbrica. Alberta Ferretti ha scelto invece atmosfere tinte dall’immaginario noir. E nel sinonimo di italianità Giorgio Armani ha portato sulla passerella (digitale) abiti fluidi e dall’animo romantico mentre la maison Salvatore Ferragamo ha ambientato il video nel futuro, vestendo la donna di pelle colorata, con tute utilitaristiche e rete metallica. 

La settimana della moda rimane comunque un evento pieno di esplorazione e scoperte, e se un anno fa molti brand nuovi ed emergenti rimanevano nell’ombra, oggi, l’obbligo di guardare le sfilate da uno schermo ha permesso che i riflettori illuminassero anche le nuove generazioni: e vorrei citare Manifesto paradisiaco, il titolo del video di presentazione della collezione Marco Rambaldi. Giubbotti patchwork, maglia dai colori accesi, top all’uncinetto e gioielli dal sapore pop. È questa la nuova divisa dei giovani che non hanno paura di esprimere la loro vera identità. Operazione che compie anche Alessandro Vigilante con una collezione in cui il corpo, scoperto ad arte, è protagonista e l’essenzialità dell’abito lo accoglie, come una seconda pelle, estetica che nasce dalla passione per la danza contemporanea e dall’influenza di due maestri come Pina Bausch e Merce Cunningham che fa da fil rouge e che prende forma nella collezione Atto I – Talking body. L’assenza di continuità tra maschile e femminile ha invece caratterizzato la prima collezione di Christian Boaro per il suo brand CHB ma anche Salvo Rizza creative director del brand Des Phemmes con una collezione che è un inno all’emisfero femminile, con le sue complessità e le rivoluzioni, uscendo dall’aura del brand di abbigliamento per costituirsi come mezzo per supportare le donne: “La mia più grande soddisfazione è vedere una donna che si sente bella quando indossa un mio vestito” – ha affermato il direttore creativo.

E in chiusura un omaggio alla cultura con la sfilata di Valentino in diretta streaming dal Piccolo Teatro di Milano, che ha messo in scena uno spettacolo pieno di geometrie e contrasti. Quasi un racconto in bianco e nero: luci e ombre, così come nella vita di un essere umano. La riapertura dei teatri, un omaggio alla cultura e alla città lombarda che ha sofferto più che mai questa pandemia ancora in corso.

Un nuovo business digitale

Bottega Veneta lascia Instagram: apre la strada ad un nuovo trend? 

Nel rovescio della medaglia ci sono scelte che all’impatto potrebbero risultare anacronistiche. E imboccando questo sentiero Bottega Veneta ha cancellato contemporaneamente i suoi account di Instagram, Facebook e Twitter. 

L’azienda veneta non ha espresso i motivi della suddetta azione e il tutto è successo in modo improvviso sotto lo sguardo incredulo dei suoi followers. E seppur questa potrebbe essere un’azione temporanea, la decisione di chiudere tutti i suoi profili social viene da tanti interpretata come parte di una strategia all’insegna del low profile, intrapresa dal direttore creativo Daniel Lee che ha più volte esternato i suoi dubbi sul digitale. Infatti, sull’onda opposta a quella di molti direttori creativi, Lee non possiede nessun account sui social media. Lo stesso ha dichiarato in merito alla questione social che: “Bottega è un brand che parla di sofisticata eleganza. Si tratta quasi di stare zitti. Rappresenta il silenzio in mezzo a tutto il rumore. Per me, la vita significa davvero vivere il momento. Ecco perché non ho i social media. Cerco di usare il mio cellulare il meno possibile. Preferisco l’interazione umana al 100%”. E senza scomodare più di tanto citazioni letterarie shakespeariane, lo stilista belga Martin Margiela ci ha insegnato senza troppi schemi, come il mistero aumenta considerevolmente il valore di un brand. E seppur fosse un addio o un arrivederci, questa scelta potrebbe essere vincente.

Un caffè con Prada 

La campagna primavera estate 2021 di Prada, annunciata a febbraio e poi debuttata a settembre, sotto la co direzione creativa di Miuccia Prada e Raf Simons è stato uno degli eventi più commentati della moda del  2020. Una presentazione fuori dagli schemi, non solo in termini di design, ma anche dal punto di vista della  comunicazione: infatti, subito dopo la trasmissione in diretta streaming sul sito e attraverso gli account social  i due direttori creativi hanno rilasciato un’intervista video, rispondendo alle domande inviate dagli utenti nei  giorni precedenti, invitati a interagire dallo stesso brand. 

Questo percorso strategico era stato già confermato dalla release della campagna primavera estate 2021, sotto  la sigla dell’art director Ferdinando Verderi. Una serie di immagini a sfondo bianco, accompagnate da alcune  domande in grafica: “Il futuro è un’idea romantica?”, “Può qualcosa essere veramente nuovo?”, “La natura è  

là fuori o qui dentro?”, “Dovremmo rallentare o accelerare?”. Proponendo agli utenti di rispondere sul sito e  prospettando la realizzazione di un libro con le risposte di chi avrebbe interagito. 

Dopo il successo del primo talk organizzato online lo scorso settembre, subito dopo la sfilata donna (che  segnò il debutto del duo creativo al timone della griffe), Miuccia Prada e Raf Simons ripetono l’esperimento  interattivo in occasione della presentazione del menswear e tornano infatti a confrontarsi e a dialogare con un  gruppo selezionato di studenti, connessi da remoto.

Un meme per ogni bag di Balenciaga

Succede anche che Balenciaga si trasformi in un produttore di meme. Questo proprio nelle ultime  settimane, cercando così di sconfinare dal ruolo di account istituzionale per proiettarsi invece tra i  favoriti nel feed dei suoi follower, senza caption e con immagini divertenti. 

Sarà questo il tipo di trasformazione visiva e comunicativa di cui abbiamo bisogno?

Givenchy like a star!

Dopo il debutto di Matthew Williams come direttore creativo, Givenchy prova a imboccare una strada diversa, portando l’influencer marketing alla sua massima potenza, che ha inizio dalle  costosissime Kardashian e si conclude tra le super star asiatiche. Sicuramente una strada che punta  in alto e che vuole stupire con corpi e volti mozzafiato.

Mi scusi per mini flap bag Chanel? Prego 51 Avenue Montaigne, Paris 

Chanel conferma la scelta di non vendere attraverso l’e-commerce anche dopo un anno in cui i  negozi sono stati per la maggior parte del tempo chiusi.  

È la tattica dell’assenza che crea mistero, quindi lusso e desiderio inarrivabile?

Ma la nuova collezione di Loewe? Un messaggio di nostalgia e fuga dalla realtà 

Loewe x My Neighbor Totoro, la capsule collection firmata dalla maison spagnola e diretta dal  direttore creativo Jonathan Anderson in collaborazione lo Studio Ghibli che presenta i personaggi  iconici e i paesaggi fantasiosi ispirati al cartone Totoro. 

“In questo periodo abbiamo bisogno di sentimenti che ci scaldino il cuore”, ha dichiarato il  designer. “Quando penso ad un film che offra questo tipo di conforto, sia ai bambini che agli adulti,  quel film è “My Neighbor Totoro” (“Il mio vicino Totoro”). Nessuno potrà dimenticare il  capolavoro del 1988 di Hayao Miyazaki. 

Il personaggio di Totoro diventa icona e simbolo di una realtà soprannaturale ma senza mai perdere  il passo del credibile, come se, alla fine di tutto qualcosa ci riporti alla normalità. Impresso su abiti e  accessori, è un messaggio di amore per la natura che per tutto ciò che circonda.

Moda & gaming: un duo inseparabile 

Virgil Abloh cerca di moltiplicare le occasioni per interagire e incontrare la propria community,  grazie al progetto “Walk in The Park”, che propone nel mese di gennaio, in un mix tra fisico e  virtuale, una serie di eventi dedicati alla collezione uomo di Louis Vuitton, di cui Abloh è direttore  artistico 

Durante questo mese, dall’8 al 31 gennaio una residenza temporanea in rue du Pont Neuf a Parigi  invita i visitatori a scoprire le sneaker e gli accessori delle collezioni maschili, a partire dalla  (primavera-estate 2019) con la quale il designer ha debuttato con la sua prima sfilata per la griffe,  per poi arrivare alla calda stagione del 2021. 

Dal 15 gennaio, presso la Maison Vendôme Louis Vuitton, sarà possibile vivere un’esperienza di  realtà aumentata sviluppata per l’app Louis Vuitton, che consentirà di interagire con Zoom with  friends, le mascotte animate immaginate da Virgil Abloh per la sfilata della Spring-Summer 2021,  che rappresentano i simboli della diversità e della positività. 

Attraverso lo schermo di un computer i visitatori potranno vedere i colorati personaggi prendere  vita e animare la facciata dell’edificio. La stessa applicazione propone un filtro che permetterà di  riprodurre una serie di animazioni e contenuti fotografici, accanto ai personaggi cartoon, per mezzo  di un tracciamento facciale avanzato. 

La nuova collezione Autunno/ Inverno 2021 2022 presentata attraverso un fashion film è una vera  performance artistica dalla durata di 13 minuti, trasmessa in occasione della Paris Fashion Week Mens ha  come tema una nuova normalità libera da pregiudizi. 

Una scenografia moderna ed essenziale, allestita al Tennis Club de Paris, prende l’aspetto di una stazione  immaginaria o di una sala di aspetto dove c’è chi arriva, chi aspetta e chi va, insomma, una sorta di viavai  di caratteri di ogni estrazione culturale e sociale, che portano avanti l’ideale del viaggio, ormai simbolo nella storia della Maison Vuitton. Gli attori sono loro e la loro quotidianità: l’artista, il venditore, l’architetto e il  vagabondo. Definendo i personaggi “normali” della società, Virgil Abloh indaga sulle opinioni che ci  creiamo sulle persone in base al modo in cui si vestono: il loro background culturale, la loro identità di  genere e sessualità. Ma la cosa più accattivante è l’invito alla sfilata, un modellino di aereo fai-da-te, un  simbolo dell’adolescenza che nessun artista ha inventato. La collezione pone le domande: chi può rivendicare  l’arte? cosa definisce basso vs alto? chi può fare arte? chi può consumarla? 


Madame Clicquot, la signora dello Champagne

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Abbiamo inaugurato questa rubrica sfatando alcuni dei cliché legati al mondo del vino, oggi proseguiamo questo percorso raccontando una storia unica nel suo genere e utile a scardinare completamente uno degli stereotipi più difficili da destituire: produrre vino e’ una faccenda da uomini. Come? Partiamo da un grande esempio, il primo (seguito però da altri altrettanto prestigiosi) raccontando la storia di una donna visionaria, audace e coraggiosa: Madame Barbe-Nicole Ponsardin, inventrice del primo Champagne rosé e della prima cuvée millesimata di sempre. 

Probabilmente il suo nome da nubile a poche di voi dirà qualcosa, ma se vi dicessi Madame Clicquot? Impossibile non conoscere uno dei marchi di Champagne più famosi al mondo, meno nota forse è la storia di chi ha reso grande questa etichetta.

Nata a Reims nel 1777, Barbe-Nicole Ponsardin diventa Madame Clicquot sposando, nel 1798, François Clicquot, figlio del fondatore dell’omonima Maison. François le trasmette tutta la passione, le competenze sulla produzione e sulla commercializzazione dello Champagne. Ed è proprio grazie al tempo trascorso insieme nelle vigne e in cantina che Madame Clicquot si appassiona alla materia e acquisisce soprattutto la maturità necessaria per decidere di prendere le redini dell’attività di famiglia quando, nel 1805, François tristemente si suicida.

In un periodo storico in cui parlare di Gender gap avrebbe fatto ridere chiunque e le donne erano considerate semplici accessori del maschile, Barbe-Nicole a soli 27 anni sfodera tutta la sua determinazione decidendo di guidare lei in prima persona l’azienda del suocero.

Oltre ad aver inventato il primo Champagne rosée e la prima cuvée millesimata, Madame Clicquot s’industria nelle tecniche di produzione, inventando il meccanismo per ruotare le bottiglie in cantina e purificare lo Champagne dai sedimenti, la table de remuage, interviene in modo significativo nella gestione delle vigne e da vita a una vera e propria strategia di comunicazione e pr.

Barbe-Nicole infatti, con enorme lungimiranza e genio, attua le prime strategie di branding applicando per la prima volta una vera e propria etichetta alle bottiglie con il nome dell’azienda. Ma il vero “colpo grosso” arriva nel 1814: nonostante l’embargo Napoleonico, Madame Clicquot riesce a contrabbandare in Russia di 10.000 bottiglie facendole arrivare allo Zar che se ne innamora perdutamente diventando così, non solo un cliente affezionato, ma uno dei suoi più grandi alleati. 

In pochi anni, il suo nome diventa sinonimo di eccellenza raggiungendo le corti di tutto il mondo grazie alle sue doti innate di pr ma soprattutto grazie al credo che l’ha sempre guidata: “Una sola qualità: la migliore” Audace e profondamente intelligente, questa è Barbe-Nicole Ponsardin Clicquot. La capostipite di una serie di donne che negli anni, e oggi più che mai, hanno saputo rivoluzionare il mondo del vino grazie alla loro passione e capacità di visione. Prove “viventi” che no, produrre vino non e’ una faccenda solo da uomini.