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Social Media Trends 2021

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Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo in quest’ultimo anno, il COVID ha stravolto le vite di tutti e ha cambiato anche il nostro modo di comunicare e usare i social.

Il confino nelle nostre case ha portato un rinnovata necessità di contatto con gli altri; improvvisamente privati delle nostre vite, abbiamo dovuto ricreare complicati meccanismi interpersonali dentro “rettangoli luminosi”. All’inizio la cosa poteva essere anche interessante, ma dopo un anno, manca tutto quello che ci infastidiva prima. 

Vengono a mancare umanità, calore, comprensione, supporto, e genuinità

Abbiamo esaminato i trend emersi tra il 2020 e il 2021, e di questi ne abbiamo selezionati 6 che riteniamo i più importanti:

1. LE 3 C: CONSISTENCY + CONVERSATION + COMMUNITY

Parole chiave: consistenza, conversazione e community

C: Oggi il consumer è sempre più esperto. In rete si può confrontare con gli altri e capire se le esperienze promesse da un brand sono state mantenute. Può scegliere in modo sempre più consapevole e i brand non possono più mentire. 

C: Per fidelizzare un cliente è importante parlarci, aprirci un dialogo e farlo sentire incluso. Il conversational marketing è utile anche alle aziende perché permette loro di raccogliere dati.

C: Costruire una community, realmente coesa ed in grado di supportarsi è il primo passo per la costruzione di un progetto con basi solide.

2. BRAND = VALORI

Il 2020 ha visto un’esplosione di contenuti. A marzo 2020 con lo scoppio della pandemia, improvvisamente anche l’azienda più piccola ha scelto i social. Eppure in molti hanno mancato il bersaglio, scegliendo di parlare troppo presto. O lo hanno fatto con un tono inappropriato. 

I brand più intelligenti hanno scelto di ascoltare. Hanno aspettato. 

I pochi che sono emersi lo hanno fatto grazie a creatività e originalità Hanno lanciato messaggi, non venduto semplici prodotti. 

Oggi si sceglie un brand per i suoi valori, non solo per quello che vende.

3. Generazione Baby Boomers

Discriminati per l’età e per il loro modo (talvolta CRINGE) di utilizzare i social, con la pandemia si riversano in massa su Facebook, Instagram e addirittura TikTok. 

I marketer hanno sottovalutato e sottorappresentato una generazione che oggi è digitalmente sempre più esperta e molto redditizia: i cosiddetti “baby boomers”. 

La generazione in questo momento con la possibilità di spesa più alta e quindi molto interessante per qualunque brand in grado di parlarci.

4. Il ROI rimane molto importante 

Le imprese sono in crisi e i marketer devono essere capaci di generare profitto in tempi brevi e al contempo fidelizzare i clienti.

Come? La tendenza è quella di creare esperienze digitali sempre più innovative e ingaggianti, costruendo intorno alla customer experience uno storytelling in grado di creare scoperta, connessione e divertimento grazie anche alla tecnologia.

L’esperienziale tanto in voga negli eventi fisici si traduce anche in digitale.

5. Old Marketing is the new Marketing!

Stiamo assistendo a un ritorno del “marketing old school”, in un mondo con sempre meno contatto fisico, i brand stanno cercando modi più umani per coinvolgere i consumatori.

Durante la crisi del COVID-19, la gente desiderava informazioni più rilevanti. Le tattiche del marketing vecchia scuola, come le newsletter e i podcast, possono mancare della finezza dei metodi più recenti ma sono facili da mettere in piedi per i marketer e di facile fruizione. Podcast e newsletter sono strumenti che nella loro diversità hanno lo stesso scopo: danno informazioni desiderate e scegliamo attivamente di riceverle. 

Un’altra tendenza interessante è il grande ritorno della voce: si registra un aumento dei metodi di comunicazione “old school” da parte degli utenti, con il ritorno per esempio non alle chiamate ma ai messaggi vocali, in grande ascesa tra i più giovani. La ricerca vocale, le note vocali, ed ora i Tweet vocali. La rete sta chiedendo di avere una voce.

6. “Da consumer a Prosumer”

Già quindici anni fa nei libri di psicologia della comunicazione si parlava di Prosumer

L’utente non e’ piu passivo, anzi, partecipa attivamente nel disegnare l’oggetto che acquisterà. Il cliente detta legge. Forse mai come oggi quest’espressione risulta essere più vera. Per poter emergere bisogna imparare ad ascoltare, a raccogliere dati e affinare la propria comunicazione per poter ingaggiare un dialogo tanto onesto quanto profittevole.

Il dilagare incontrollato di notizie false ha portato le persone a cercare nuovi punti di riferimento, porti sicuri in un mare magnum di informazioni in cui è facile perdersi.

In questo le community giocano un ruolo fondamentale: le persone hanno bisogno di riconoscersi, e cercano la propria tribù, avendo sempre più bisogno di certezze, di voci amiche, e di leggerezza. Come suggerisce anche un altro trend in grande crescita, quello del gaming; anche qui piano piano i numeri delle donne si fanno sempre più interessanti. 

Il mondo sta cambiando velocemente. “Viviamo in tempi interessanti”, tempi di grande cambiamento. In un solo anno sono molti anche gli equilibri sociali rotti, le tensioni che ribollivano, sono esplose in tutta la loro forza.

L’attivismo è diventato virale. La rete ci sta dando lo spazio per reclamare i diritti di tutti, per cambiare le regole, da voce a chi prima non ne aveva. Se usati nella maniera giusta, i social possono essere un potente veicolo di messaggi, non solo un luogo dove vendere prodotti. Uno strumento utile per provare a cambiare le cose. E in tutto il male che la rete sappiamo e’ capace di fare, che ‘essere giusti” sia una diventato quasi una moda, non ci è andata poi male.


Cosa significa essere donne nella ristorazione oggi?

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Quante sono le donne che lavorano nella ristorazione? Oggi gli uomini continuano ad essere in maggioranza, almeno in fatto di numeri, ma qualcosa negli ultimi anni è cambiato: le donne che lavorano in questo settore sono sempre di più e continuano a crescere. 

In questo articolo vi racconteremo le storie di cinque donne che lavorano nella ristorazione e attraverso le loro stesse parole entreremo nelle cucina, nelle sale dei ristoranti e nelle cantine  di alcune realtà italiane.

Silvia Alberti, 28 anni Sommelier AIS e Cameriera di sala 

“Sono Silvia, ho 28 anni e lavoro nel settore da quasi 15 anni. Sono sommelier Ais e da gennaio studentessa per il Diploma Wset, un’organizzazione con sede a Londra che è diventata un punto di riferimento a livello mondiale per i professionisti che lavorano con il vino. 

Lavoro nella ristorazione come cameriera di sala, questo mi permette di restare vicina al mondo del vino mettendo in pratica quello per cui continuo a studiare.

Ho iniziato questa carriera grazie a mio nonno che prima di iniziare le superiori mi ha dato la possibilità di lavorare un’estate intera per un ristorante ai tempi molto prestigioso. Da lì ho capito quale potesse essere la mia strada e soprattutto che esiste una grande differenza tra l’essere una porta piatti (come si dice nell’ambiente) e una vera cameriera. Per fare questo lavoro, bene e ad alti livelli, è necessaria una grandissima preparazione in tantissimi ambiti. Serve competenza. Dalla cucina al vino, passando per la psicologia. Un bravo cameriere dev’essere in grado di raccontare un piatto, creare una vera e propria narrazione intorno a quello che viene servito, saper consigliare il vino e creare un legame con il cliente. Finito l’alberghiero, dove inizialmente avevo scelto un indirizzo più turistico (ricevimento), mi sono trasferita a Londra dove ho lavorato in sala in un fine dining vicino a Buckingham Palace. Lì  ho cominciato a sentire sempre più forte la mia vocazione al mondo del vino, iniziando anche il mio percorso come sommelier. Sono un animo curioso e molto tenace per cui volendo migliorare ancora le mie competenze (e la lingua inglese), poi è arrivato il trasferimento in Australia. All’estero mi sono fatta molto le ossa e ho potuto notare, una volta tornata in Italia, come vi sia generalmente una mentalità più aperta e meritocratica (indipendentemente dal sesso). In Italia purtroppo non è ancora così scontato come donna avere ruoli che prevedano più responsabilità. Spesso si pensa che le donne non siano in grado di reggere le fatiche che questo lavoro spesso comporta. Essere donna in questo settore purtroppo credo sia equiparabile a qualsiasi altro settore lavorativo, per una donna e’ sempre più difficile emergere ma le soddisfazioni che si ricavano quando ci si mette in gioco davvero, e io penso di averlo sempre fatto, sono grandi.” 

Sara Scaramella, 37 anni, Proprietaria e chef del ristorante “Fondo”

“Sono Sara e sono chef e proprietaria insieme a mia moglie Sabina del ristorante Fondo in Val d’Orcia. Non mi sono mai chiesta perché mi piacesse fare il mio lavoro, mi viene naturale, siamo due persone accoglienti. Il cibo deve avere il giusto ruolo e il suo effetto si potenzia se intorno c’è una condizione di rilassatezza e condivisione. Ed è quello che facciamo nel nostro ristorante: creare un contenitore che includa tutto questo. Tutti sanno che il settore della ristorazione è per lo più maschile, sicuramente per le donne c’è qualche difficoltà in più soprattutto in cucina anche per l’aspetto della resistenza fisica, ma penso che il carattere sia determinante nello stare alla guida di una brigata e il carattere – come molte altre cose indispensabili a questo lavoro – non ha sesso.”

Silvia Manni, 24 anni, Chef de Rang e Sommelier presso Cocun Cellar Restaurant

“Sono Silvia e sono una chef de rang e sommelier, professionalità che mi sono costruita in più di un decennio. Solitamente preferisco non darmi etichette, non le amo in genere, e sono solita descrivermi come una grandissima appassionata di vino e cibo con la grande fortuna di poterlo fare come lavoro. Inizialmente, prima di scegliere la scuola superiore, il mio sogno era quello di diventare una pasticcera, sono sempre stata appassionata di cucina e mi sembrava che quella potesse essere la mia strada, negli anni però ho capito che ero arrivata a quella scelta principalmente perché mi permetteva di non aver un contatto diretto con il cliente e, strano a dirsi con il lavoro che faccio oggi ma la timidezza era davvero un mio grande punto debole. Inaspettatamente infatti, grazie a insegnanti meravigliosi, durante gli anni delle superiori,  ho scoperto che la sala era la mia vera vocazione. Da lì, guidata dalla passione, sono stata costretta ad uscire dalla mia comfort zone e sfidando ogni giorno me stessa, ho cominciato a fare la cameriera e il servizio di sala.

Lavoro da quando ho 14 anni in ambito ristorazione,  da sempre uno dei miei obiettivi nella vita  è l’indipendenza e il mio obiettivo oggi è diventare sempre più competente e un giorno diventare qualcuno con il ruolo che ho scelto e ricopro oggi.

Rispetto a quando ho iniziato, 11 anni fa, per le donne oggi il settore è sicuramente cambiato in meglio ma la strada è lunga ancora e mi fa rabbia doverne parlare ancora oggi. Inizialmente anche per me è stato molto difficile, non mi va di riportare le frasi ignobili che mi sono sentita riferire, però nel momento in cui ho dimostrato la mia competenza e mi sono fatta rispettare, le cose sono andate molto meglio. Ammetto di essere stata una di quelle fortunate, ho lavorato quasi sempre in ambienti inclusivi, dove conta la competenza e non il sesso (come dovrebbe essere) ma conosco molte storie diverse dalla mia.

Questo purtroppo capita ancora molto in ristoranti dove il management magari non è giovane e purtroppo sono ancora forti i preconcetti sulle donne.”

Valentina Chiaramonte, 40, Cuoca del Consorzio ristorante.  Al timone della cucina – prima donna nella storia del ristorante.

“Ho studiato critica e psicologia dell’arte, marketing e comunicazione, ma anche semiotica del linguaggio, in ogni sua espressione. Dal teatro al cinema, dalla pittura alla cucina.

Appassionata di psicanalisi junghiana da qualche anno. L’alchimia in psicoanalisi come in cucina. Grande legame. Bella corrispondenza. Faccio questo mestiere da 10 anni, in mezzo alle decine di centinaia di passioni e studi appena detti.

Essere donne in cucina è la stessa cosa che essere donna nel mondo. La società è la medesima. Quello che accade non si distanzia. Puoi trovarti in una micro società – brigata – illuminata o può accaderti di trovarti al fronte. Dipende. Dipende dagli incontri e dalle aperture. Ma a prescindere la cucina non è un luogo semplice e non è per tutti. Non basta la passione.

Fare la cuoca non è un mestiere semplice, richiede forza energia e determinazione.

Rinunce e struttura psichica un po’ centrata. Dipende dove vuoi arrivare e cosa vuoi fare richiede Lavoro su se stessi, conoscenza tecnica e cultura. Passione, impegno, un po’ di magia.

Ma soprattutto rispetto. Per il lavoro, per le materie prime, per i colleghi, per se stessi, per i clienti. Ci vuole testa bassa, coraggio, lungimiranza e un po’ di animo sognante”.

Cinzia De Lauri, 28 anni, Co- founder di Altatto e Caterina Perazzi, 27 anni, cuoca di Altatto

Cinzia: “Mi chiamo Cinzia sono chef di cucina ad Altatto bistrot. Mi piace cucinare perché essendo una persona introversa riesco ad esprimermi meglio cucinando. Mi piacciono molto la panificazione e la fermentazione, perché mi piace osservare la mutazione di prodotti, vederlo crescere e cambiare.  Essere una donna un cucina per me significa fare il lavoro che più mi piace, che mi fa sentire bene, fortunatamente non ho mai vissuto episodi spiacevoli dovuti al fatto di essere donna, forse sono stata fortuna o forse voglio sperare che le cose stiano cambiando e che non sia più un “problema “ voler cucinare come professione pur essendo donna.”

Caterina: “Sono figlia di un paesaggista e di una professoressa, cresciuta tra piantine e vocabolari di latino. alle superiori mi sono orientata immediatamente verso la mia più grande passione iscrivendomi all’Istituto Alberghiero “Carlo Porta” di Milano. Finiti gli studi ho cominciato a lavorare subito al Joia, ristorante vegano-vegetariano dello chef Pietro Leemann. Questa esperienza ha profondamente cambiato la mia visione di cucina e mi ha permesso di stringere relazioni d’amicizia che ancora oggi sono molto forti. Oggi lavoro presso Altatto, catering e bistrot vegetariano.  La cucina per me non è semplicemente un gesto ancestrale, l’espressione artistica del cuoco, un gesto di profondo piacere ma è anche un linguaggio che va saputo esprimere attraverso tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione. Mi  piace cucinare perché mi permette di esprimermi.  In cucina mi sento libera,  leggera e perfettamente a mio agio. Cucinare è un gesto che mi appartiene, così come è appartenuto a tutte le donne di famiglia prima me.  Mi piace molto prendermi cura degli ospiti, farli sentire coccolati e benvenuti. Per me essere donna in cucina è un atto di grande forza perché è un lavoro per cui ci vuole grande passione e determinazione… oltre a tanta pazienza e qualche muscolo.  Ma non vedo grandi distinzioni di genere: siamo semplicemente diversi nel lavoro così come lo siamo nella vita di tutti i giorni. In cucina serve determinazione, grande capacità organizzativa, flessibilità, gusto, a volte un po’ di precisione e un pizzico di follia…. non servono mica stereotipi!”


Madame Clicquot, la signora dello Champagne

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Abbiamo inaugurato questa rubrica sfatando alcuni dei cliché legati al mondo del vino, oggi proseguiamo questo percorso raccontando una storia unica nel suo genere e utile a scardinare completamente uno degli stereotipi più difficili da destituire: produrre vino e’ una faccenda da uomini. Come? Partiamo da un grande esempio, il primo (seguito però da altri altrettanto prestigiosi) raccontando la storia di una donna visionaria, audace e coraggiosa: Madame Barbe-Nicole Ponsardin, inventrice del primo Champagne rosé e della prima cuvée millesimata di sempre. 

Probabilmente il suo nome da nubile a poche di voi dirà qualcosa, ma se vi dicessi Madame Clicquot? Impossibile non conoscere uno dei marchi di Champagne più famosi al mondo, meno nota forse è la storia di chi ha reso grande questa etichetta.

Nata a Reims nel 1777, Barbe-Nicole Ponsardin diventa Madame Clicquot sposando, nel 1798, François Clicquot, figlio del fondatore dell’omonima Maison. François le trasmette tutta la passione, le competenze sulla produzione e sulla commercializzazione dello Champagne. Ed è proprio grazie al tempo trascorso insieme nelle vigne e in cantina che Madame Clicquot si appassiona alla materia e acquisisce soprattutto la maturità necessaria per decidere di prendere le redini dell’attività di famiglia quando, nel 1805, François tristemente si suicida.

In un periodo storico in cui parlare di Gender gap avrebbe fatto ridere chiunque e le donne erano considerate semplici accessori del maschile, Barbe-Nicole a soli 27 anni sfodera tutta la sua determinazione decidendo di guidare lei in prima persona l’azienda del suocero.

Oltre ad aver inventato il primo Champagne rosée e la prima cuvée millesimata, Madame Clicquot s’industria nelle tecniche di produzione, inventando il meccanismo per ruotare le bottiglie in cantina e purificare lo Champagne dai sedimenti, la table de remuage, interviene in modo significativo nella gestione delle vigne e da vita a una vera e propria strategia di comunicazione e pr.

Barbe-Nicole infatti, con enorme lungimiranza e genio, attua le prime strategie di branding applicando per la prima volta una vera e propria etichetta alle bottiglie con il nome dell’azienda. Ma il vero “colpo grosso” arriva nel 1814: nonostante l’embargo Napoleonico, Madame Clicquot riesce a contrabbandare in Russia di 10.000 bottiglie facendole arrivare allo Zar che se ne innamora perdutamente diventando così, non solo un cliente affezionato, ma uno dei suoi più grandi alleati. 

In pochi anni, il suo nome diventa sinonimo di eccellenza raggiungendo le corti di tutto il mondo grazie alle sue doti innate di pr ma soprattutto grazie al credo che l’ha sempre guidata: “Una sola qualità: la migliore” Audace e profondamente intelligente, questa è Barbe-Nicole Ponsardin Clicquot. La capostipite di una serie di donne che negli anni, e oggi più che mai, hanno saputo rivoluzionare il mondo del vino grazie alla loro passione e capacità di visione. Prove “viventi” che no, produrre vino non e’ una faccenda solo da uomini.


Capire l’AI in 10 film

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A partire dagli anni 50, in pochi decenni, grazie all’incredibile evoluzione della tecnologia elettronica, si assiste ad una trasformazione epocale: nascono macchine in grado di pensare, di elaborare dati e trasformarli in ragionamenti. Nasce il computer, quello che a partire dagli anni 80’ entra nelle case di ogni famiglia borghese,  una macchina capace di ragionamento logico e non solo,  di calcoli matematici capaci di inferenze e non solo di deduzioni, capaci insomma di emulare la mente umana nel suo funzionamento non strettamente calcolante. Qualcosa di affascinante e irresistibile, dalle potenzialità infinite e quindi anche infinitamente spaventosa per la fantasia della massa.

Più di mezzo secolo ci separa dalla nascita del primo Computer e mai come oggi l’AI e’ parte integrante delle nostre vite e sempre più, ci troviamo di fronte a nuovi interrogativi di stampo etico, politico, sociale ed economico. 

Dai primi del ‘900 sino ai giorni nostri, Il cinema ha messo in scena i nostri più terribili timori nei confronti dell’Intelligenza Artificiale, un mondo incontrollato dove basta davvero un attimo perché la situazione sfugga di mano e poi, tornare indietro diventa impossibile. Se amate le distopie e avete voglia di farvi un’idea indicativa di cosa il futuro potrebbe riservarci, eccovi una lista di 10 film imperdibili per capire qualcosa di più sull’ A.I. e trovare conferma a tutte le vostre paure.

1. Metropolis (1927)

Partiamo dal primo film, dal capostipite del genere: Metropolis, capolavoro del 1927 a firma Fritz Lang. Il film racconta di futuro distopico in cui la tecnologia ha contribuito ad allargare enormemente il divario tra ricchi e poveri. Un vero e proprio viaggio lisergico di impressionante modernità, tra l’inquietante il retrofuturistico, con cui il regista si iscrive tra i massimi rappresentanti dell’espressionismo tedesco nonché principale ispiratore di opere successive come Blade Runner o Guerre stellari.

2. 2001: Odissea nello spazio (1958)

A oltre cinquant’anni dall’uscita, il capolavoro di Stanley Kubrick rimane una pietra miliare della fantascienza e soprattutto dei rapporti tra umani e intelligenze artificiali. Con una trama ricca di rimandi e riflessioni filosofiche, il film ha un qualcosa di profetico e visionario anticipando un dispositivo simile all’iPad e gli assistenti vocali che usiamo oggi come Siri, Alexa e Cortana.

3. Westworld (1973)

Molte di voi avranno pensato alla serie e invece qui vi suggeriamo il film da cui prende spunto la serie. Westworld (tradotto come ‘Il mondo dei robot’) è un thriller firmato dal maestro del genere, Michael Crichton. Dipinge un futuro molto vicino al nostro in cui i più ricchi si divertono in un parco a tema popolato da androidi. Diciamo che alla fine qualcosina non va proprio per il verso giusto. Oltre che per la trama originale e avvincente, Westworld è divenuto un cult per altri due motivi: è il primo film a far uso della computer grafica per gli effetti speciali e in cui si usa il termine virus per un malfunzionamento in un sistema informatico.

4. Blade Runner (1982)

Non potevo non metterlo ovviamente, un altro grande e imprescindibile classico. 

Tratto da ‘Do Androids Dream of Electric Sheep?’ di Philip K. Dick, è ambientato in una distopica Los Angeles del 2019. Qui dei replicanti identici agli umani vengono costruiti e spediti come forza lavoro nelle colonie extra-terrestri ma qualcosa sfugge nel sistema di controllo. Del film sono state realizzate sette versioni in cui perfino il finale cambia dando tutto un altro senso alla pellicola. 

5. WarGames (1983)

Una commedia dall’ irresistibile look anni 80 in cui un giovane hacker riesce a penetrare nel sistema informatico della difesa statunitense rischiando di innescare la guerra nucleare. In quegli anni i primi Personal Computer entravano nelle case e non era ancora chiaro quali fossero le reali potenziali di quelle macchine, allora, fece scalpore perché considerato verosimile.

6. Matrix (1999)

Citatissimo, più che un film un vero e proprio manifesto. Un film che ha cambiato il modo di pensare del nuovo millennio, ne ha contagiato l’estetica e il modo di fare film, di rappresentare il futuro e noi stessi. L’umanità che vive senza saperlo in una realtà alternativa, virtuale e la macchina che si serve di corpi per trarne energia. È  un incubo a occhi aperti difficile da dimenticare

7. AI Intelligenza Artificiale (2001)

Basato su un progetto di Stanley Kubrick (che dopo 2001 Odissea nello spazio voleva realizzare un altro film sull’Intelligenza Artificiale ma purtroppo morì prima di riuscirci), il film diretto da Steven Spielberg (che si dice abbia seguito tutte le indicazioni dell’iniziale progetto di Kubrick), AI Intelligenza Artificiale, uscito nel 2001, è forse uno dei film sull’Intelligenza Artificiale più commoventi perché intreccia la robotica e l’AI con sentimenti profondi come l’amore e il senso di abbandono.

8. Wall-E (2008)

Non poteva mancare in questa lista un altro capolavoro, questa volta di animazione e firmato Pixar. 

Avventura romantica, racconta la storia d’amore tra due robottini, lo scalcagnato Wall-E, l’unico abitante del pianeta Terra che compatta rifiuti tutto il giorno, e E.V.E., un automa altamente tecnologico comparso per caso scendendo dal cielo. Preparate i fazzoletti, anche qui si piange tanto tantissimo.

9. Her (2013)

Nel 2013 gli assistenti vocali sono già una realtà, Siri è già disponibile sull’iPhone, e Spike Yonze coglie la palla al balzo per esplorarne le capacità future, ovvero studiare quanto un’intelligenza artificiale possa penetrare nella vita dell’uomo. Non ci va poi tanto distante con una pellicola esteticamente bellissima dai toni delicati, toni insolitamente rosa all’interno di un mondo contrassegnato spesso da battaglie galattiche, azione e thriller.

10. Ex Machina (2015)

Thriller filosofico, esplora con ritmo e facendo divertire chi ama il genere thriller, il rapporto tra uomini e robot, La trama e’ tanto semplice quanto efficace: un programmatore che deve testare le capacità di un automa di simulare un umano ma soprattutto di avere una coscienza. Come andrà a finire? Un film che è una buona riflessione sul mondo contemporaneo e le sue derive.


The Social Dilemma: perchè non ci è piaciuto

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Il titolo mi richiama alla mente il classico dilemma shakespeariano e lascia presagire lunghe e dotte analisi morali conseguenti all’esposizione di una tesi principalmente che in questo documentario non vede mai nessun contraddittorio: i social network sono brutti e cattivi. Come suggerisce Johan l però, un titolo migliore e forse più accattivante sarebbe potuto essere “Tech Bros Almost Realise How Capitalism Works”.

Dopo aver concluso la visione con diverse pause, il documentario mi ha lasciato addosso una sensazione strana. Ha aperto in me lo spazio per un vero e proprio dilemma:

Ma questi ci sono o ci fanno?

La modalità espositiva del documentario è semplice: narrazione dell’epica fondazione, assunzione di colpa dei padri (e madri) fondatori, monito a tutti (a chi governa la rete e agli users): redimetevi finche siete in tempo. Scappate, mettetevi in salvo!

Mi suona tanto come il colpevole oramai è alle strette e fa un mea culpa da cui era impossibile fuggire . Un’accorata confessione di un manipolo di persone in cerca di una redenzione che non trova però soluzione. 

The Social Dilemma è un docufilm, diviso in parti eque fra interviste a chi ha progettato e costruito i social network e  una parte di fiction, dedicata invece alle vicende di una famiglia americana tipo (con ragazzino dipendente dai social) e la Centrale Operativa del “male” dei social network.

Sembra impossibile ma per rendere al meglio  l’idea di come agisca sommariamente un social, gli autori hanno deciso di rimettere in scena -malissimo- un trittico di personaggi -insopportabili- per rappresentare il maligno algoritmo di cui tutti noi siamo schiavi, ispirandosi più  che liberamente al pannello di controllo del cervello di Inside Out, famoso cartone animato PIxar. Una pantomima al limite del paradossale che porta un unico risultato: ti chiedi se quello che stai guardando non sia semplicemente un’idiozia totale. 

L’inserimento della storiella credo per gli autori abbia due funzioni: allungare il brodo e fungere da didascalia visiva per le interviste, tipo figure di un libro per bambini. Questo la dice lunga sul target per cui e’ pensato questo prodotto. O forse racconta molto del modo di pensare degli autori stessi?

Un altro degli aspetti più fastidiosi del documentario, oltre alla già citata bruttezza della parte fiction, sta proprio nel tono paternalistico e salvifico usato dai redenti tech intervistati, tutti protagonisti della rivoluzione operata dalla Silicon Valley. 

Testimoni arrivati fuori tempo massimo che, con eloquio drammatico, ti spiegano cose ovvie e risapute:  i social sono strumenti commerciali, costano e devono rendere, per farlo hanno bisogno della tua attenzione e sono disposti a usare qualsiasi mezzo per ottenerla, fin anche alla manipolazione della tua stessa mente. Continuano sottolineando  l’influenza che esercitano sulla politica e la loro capacità di suggestione sulle scelte di acquisto. 

Insomma, i buoni tecnomiliardari vogliono metterci in guardia dalle loro stesse creature. 

A guardarlo bene questo non è un docufilm sui social network,  ma è un involontario documentario sulla megalomania di una generazione, il racconto di un sogno trasformato in un incubo da cui non ci si può più svegliare. «Nessuno sa come funziona davvero l’algoritmo e come operi certe scelte, nemmeno chi l’ha scritto» racconta con sguardo smarrito uno degli intervistati. Un messaggio che non lascia presagire nulla di buono. 

Su 21 testimonianze solo quattro sono voci di scienziate sociali: Shoshana Zuboff (economista autrice del concetto di capitalismo della sorveglianza), Cinthia Wong (ex Human Rights Watch), Rashida Richardson (Rutgers Law School), Renèe Diresta (Stanford Internet Observatory). A loro viene lasciato il compito di delineare il framing:  le conseguenze politiche dei social media in mano a dittatori e populisti, le dinamiche sociali delle fake news diffuse dalle piattaforme, la nuova forma di capitalismo informazionale basata sulla sorveglianza degli utenti. Tutti gli altri, i creatori del sistema, loro poverini, mica sapevano niente.

La domanda sorge spontanea: davvero non avevano realizzato che quello che stavano costruendo era -non solo il mezzo- ma anche il più fine prodotto del sistema capitalistico stesso? Davvero non avevano immaginato quale sarebbe stata la deriva?  

Probabilmente no, o forse fingono bene. L’impressione che se ne trae ascoltando le interviste è che buona parte della tecnologia sia nelle mani di chi non ha idea di cosa sta facendo. Geni assoluti che creano strutture complicate e altamente funzionali ma di cui ignorano completamente gli effetti che poi queste avranno sulla realtà. Una generazione totalmente deresponsabilizzata rispetto alle implicazioni socio-culturali di ciò che hanno progettato. Un gruppo di persone intelligentissime che però  sembra -all’occorrenza forse- non accorgersi del cosiddetto “elefante nella stanza”, come direbbero gli inglesi. Io invece torno all’unico vero interrogativo che mi ha stimolato la visione di  questo documentario: ma questi ci sono o ci fanno? Questo è il vero dilemma.


Donne e vino: iniziamo demolendo i cliché

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Quanto conta essere donna nel mondo del vino? Esistono dei vini femminili e dei vini maschili, oppure è solo uno stereotipo? Non si contano i clichè riferiti al binomio donne e vino, proprio per questo abbiamo deciso di sceglierne 9 e di partire proprio da qui per questa rubrica, demolendoli uno dopo l’altro.

1. “Gli uomini comprano più vino delle donne.”

Assunto per nulla corretto: le donne sono le più grandi acquirenti di vino in quasi tutto il mondo. Al primo posto le fanciulle americane con l’83%, seguono Inghilterra con una percentuale di poco inferiore 80%, Francia 70%, Svizzera 60% e Australia con il 57%.

2. “Le donne bevono solo vini bianchi o dolci.”

Siamo delicate e fragili e non adatte ai sapori forti giusto? Sbagliato di nuovo. In Europa e America il 57% preferisce un buon rosso, il 30% un bianco e il 13% il rosè. Se invece parliamo di Oriente le percentuali salgono fino al 70%.

3. “Gli uomini bevono, le donne sciacquano i bicchieri.”

Frase sessista contro dati realistici? Le donne bevono più degli uomini. Più del 51% dei bevitori di vino nel mondo sono donna e l’85% di loro pensa che il vino sia un momento di insostituibile piacere e condivisione. 

4. “Non sanno come scegliere una buona bottiglia.”

In realtà le donne sono le più grandi consumer grazie anche alla loro abilità di ‘pairing’ ovvero associare ad un cibo il vino più indicato. Le loro scelte sono guidate dall’uvaggio, dalla regione di origine, dal brand e dal match con il menu pensato. Gli uomini invece spesso scelgono il vino guidati puramente dallo status, scegliendo brand prestigiosi o particolarmente costosi.

A capello di questi dati da notare che più di 1/5 delle donne si ritengono altamente coinvolte nel mondo vino e si considerano collezioniste.

5. “Produrre vino è roba da uomini.”

Sicuramente fino ad oggi il settore è stato a prevalenza maschile ma i dati stanno cambiando, molto velocemente e in particolare in alcuni paesi. In Francia e in Spagna per esempio, rispettivamente con il 33% e il 50% degli enologi, è donna. Per quanto riguarda i sommelier, in Giappone, Svezia e Russia superiamo l’80%, in Italia il 40% e in Francia 25%. Per le vignaiole i dati sono leggermente inferiori ma Francia e Italia cominciano a vedere numeri molto interessanti, con il 28% per i primi e il 30% nel nostro bel paese.

6. “Il vino fatto da donne è per donne.”

Mamma mia che sciocchezza iperbolica. Non esistono vini specifici per donne ed è impossibile riconoscere il sesso del produttore annusando o assaggiando un bicchiere. Esemplificativo il caso della competizione Feminalise World Wine, il 100% della giuria non è riuscita ad identificare oggettivamente se le bottiglie assaggiate fossero di donne o uomini. Qui non è una questione di genere, semplicemente di gusto!

7. “Le donne non osano mai in fatto di scelta.”

Falso anche qui (d’altronde abbiamo aperto questo pezzo preannunciandovi la distruzione di ogni clichè). Le donne sono più propense a provare vini mai assaggiati prima. Nelle loro scelte di acquisto pesano i consigli di amici e famigliari e la storia dell’etichetta. Le donne scelgono un vino cercando piacere e emozioni e soprattutto una vera e propria esperienza. Gli uomini invece tendenzialmente scelgono una bottiglia per il brand e dettagli più tecnici.

8. “Le donne acquistano guidate dall’impulso e sono superficiali nella scelta.”

Il 66% degli acquisti di vino vengono pianificati e gestiti su base razionale, solo il 22% avviene come impulso. Le donne generalmente scelgono semplicemente il vino che preferiscono. Per esempio il 40% delle acquirenti del mercato USA dichiara di non avere nessun interesse nell’acquistare un prodotto dichiaratamente dedicato al mondo femminile o in base all’estetica dell’etichetta.

9. “Le donne che bevono vino sono presuntuose e saccenti.”

Spesso l’ubriachezza può portare in quella direzione ma ancora una volta i dati dicono qualcosa di molto diverso. Solo il 12% delle bevitrici si ritiene esperta in materia, contro il 18% degli uomini. Idem se si parla di capacità olfattive: solo il 17% sostiene di avere “buon naso” contro il 30% degli uomini. Che ci manchi un pochino di sicurezza in noi stesse?


Startup in Italia 2020: Il Covid, un acceleratore per l’innovazione del paese?

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Il titolo di questo articolo potrebbe sembrare una provocazione ma non lo è. Tutti noi avremmo fatto volentieri a meno di questo ‘annus horribilis’ ma come sempre ogni crisi può trasformarsi in opportunità se sfruttata nel modo giusto e in Italia sembra sia andata proprio così.

Il numero di startup nate nel 2020, nel nostro paese, sfiora le 1438, un esercito di imprese innovative che non solo è stato in grado di stare dietro a questo cambiamento, ma lo ha  guidato fornendo nuovi servizi e soluzioni digitali  per far fronte a questa nostra nuova esistenza non sempre facile.

Se nel 2019 infatti le startup sono state 10.630, oggi ne contiamo 12.068 (dato aggiornato al 5 dicembre 2020, dati del Ministero dello Sviluppo Economico). Le startup quindi, nonostante il nostro paese sia stato così pesantemente ferito dalla emergenza sanitaria, hanno continuato a crescere in termini di numeri (e fatturati!).

Per tante piccole imprese, ovviamente, è stato un anno nero, così come per i settori in cui il contatto con il pubblico fa la differenza: quelle impegnate nel turismo, nella ristorazione e negli eventi. 

Allo stesso tempo, però, il 2020 ha realizzato un vero e proprio scatto in avanti nella digitalizzazione. È stato l’anno del boom degli e-commerce, del consolidamento dello smartworking (che nella fase più acuta dell’emergenza ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni e il 58% delle PMI, per un totale di 6.58 milioni di lavoratori agili). Come evidenziano i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano oggi circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, quindi dieci volte di più dei 570mila censiti nel 2019, hanno la possibilità di lavorare a distanza. 

Insomma volenti o nolenti, anche in italia grazie, o forse sarebbe meglio dire a causa della Pandemia, abbiamo dato una grossa spinta a quella necessaria trasformazione verso l’innovazione e il digitale già’ in corso in molti altri paesi europei. 

Un dato sicuramente positivo – e piuttosto impressionante – sono i 700 i milioni circa investiti in aziende innovative italiane o startup fondate da imprenditori italiani nel 2020. 

Certo, il confronto con il 2019 vede una leggera flessione in negativo, una differenza di poco più di 30 milioni, ma possiamo ritenere questo bilancio piu’ che positivo se pensiamo alla straordinaria, inaspettata e enorme crisi che abbiamo dovuto gestire. 700 milioni di investimenti significano anche qualcosa di molto importante per le startup italiane.  Realtà nuove e spesso piccole,  in grado di attirare capitali e interessi di grandi imprese aiutandole a scalare il loro business, con una strategia di collaborazione proattiva in cui alle startup rimane la libertà di operare e decidere per se stesse con l’obiettivo di  continuare a crescere e evolversi.

Ma parliamo di noi! Come si collocano le donne in questo panorama? 

Nel terzo trimestre 2020 le startup innovative con una prevalenza femminile sono 1.598, il 13,2% del totale delle imprese innovative: questi i dati che emergono dal report trimestrale di Mise, Unioncamere e Infocamere pubblicato il 13 novembre 2020. Pochi passi avanti, dunque rispetto a quanto rilevato da StartupItalia nella sua indagine del 2018, quando le startup a prevalenza femminile erano il 13% del totale. 

Se si parla di startup innovative in cui invece è presente almeno una donna nella compagine sociale sono invece 5.146, il 42,6% del totale. Bene? Sì ma non troppo, perchè questo dato indica che nella gestione di 6 startup su 10 non è presente nemmeno una donna! Insomma le cose sono migliorabili. 

Una buona notizia arriva invece dalle neo-società di capitali, dove le aziende a dirigenza completamente femminile sono oggi il 21,6% del totale.

Interessante il divario che c’è tra Nord e Sud d’italia, dove le imprese innovative femminili sono particolarmente importanti all’interno dell’imprenditoria meridionale. 

Il Sud presenta la quota più alta di quelle femminili rispetto al Centro-Nord (il 15,5% delle imprese meridionali nel 2019 è femminile, per un totale di 407 imprese, contro il 11,9% nel centro-nord). 

Le due regioni con il più alto tasso di startup innovative femminili sono la Basilicata e il Molise (rispettivamente 26 e 23,8%), segue la Sicilia (18,9%), mentre la a Valle d’Aosta (18,2%) e’ la prima regione centro-settentrionale seguita dal centro Italia con l’Umbria (17,5%). 

Purtroppo però secondo i dati raccolti dallo European Startups Monitor 2019-10, la stragrande maggioranza delle startup è stata fondata da team di soli uomini, mentre solo l’8% è stato fondato da team di sole donne. Il restante 25% è stato fondato da un team misti composti da almeno un uomo e una donna. 

Rispetto al resto d’Europa, l’Italia non se la cava benissimo quanto a percentuale di startupper donne. 

I dati per paese si riferiscono al 2018: peggio di noi troviamo solo Danimarca, Austria, Belgio Repubblica Ceca e Portogallo. “Il tipico startupper italiano – scrive il rapporto – è un uomo (84,8%) e laureato (76,4%). Il gruppo di neo imprenditori italiani mostra inoltre un’alta percentuale persone con un PhD rispetto alla media UE, il 21,2%, rispetto al 12,6% medio” a predominanza maschile: il 3,9% a fronte dell’1,9%.

Il IV Rapporto nazionale Impresa di genere pre e post COVID19 dipinge uno scenario ancora complesso e sicuramente in salita. A fine 2019 si contano 1.340.134 imprese femminili in Italia, il 22% del totale delle imprese, oltre 38 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di aziende tendenzialmente più piccole di dimensione, e dove la prevalenza di ditte individuali è maggiore. Il 49,4% delle imprese femminili oggi attive sono state fondate negli ultimi 10 anni. La buona notizia è che dal 2014 al 2019, le imprese femminili sono aumentate maggiormente rispetto a quelle maschili: +2,9% vs +0,3%, e in particolare è stato maggiore l’aumento delle società di capitali femminili rispetto a quelle a predominanza maschile (+28,1% vs +16,7%). Nel complesso le imprese femminili hanno contribuito al 75% dell’incremento complessivo di tutte le imprese in Italia.

Altro dato interessante e da non sottovalutare è l’età delle imprenditrici: l’imprenditoria femminile è “più giovane” di quella maschile. Le imprese femminili gestite da persone con meno di 35 anni registrate al 31-12-2019 sono oltre 161 mila. Rappresentano il 12% di quelle femminili complessivamente registrate mentre all’interno dell’imprenditoria maschile, le imprese giovanili sono l’8,4%. 

Oggi i settori a maggior presenza di donne sono quelli legati a Wellness, Sanità e assistenza sociale, manifattura, Istruzione, Turismo e Cultura.  C’è però un’inversione di rotta, perché tra i settori che maggiormente assorbono le imprese femminili più giovani si distingue quello manifatturiero con oltre 40mila imprese, in particolare il sistema moda, in cui la metà delle imprese femminili sono di recente fondazione. 

Lo stesso si riscontra nell’ambito del terziario, in particolare nel turismo e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, che rappresentano oltre la metà delle imprese guidate da donne.

Un altro elemento tanto interessante quanto triste che emerge dall’analisi di Unioncamere è che le donne imprenditrici lamentano maggiormente difficoltà nell’accedere al credito bancario. Solo il 20% delle imprese femminili a fine 2019 dichiarava di ricorrere al credito bancario. Inoltre, tra le imprese che hanno richiesto un credito, fra le imprese femminili è maggiore la percentuale in cui il credito erogato non è stato adeguato oppure la richiesta non è stata accolta.  Le banche sembrano meno predisposte a dare fiducia a una donna imprenditrice. Altre difficoltà evidenziate dalle imprenditrici sono il fisco (dichiarata dal 49% delle imprese femminili) e l’eccessiva burocrazia (37%). 

Ad aggravare una situazione già di per sé complicata, la crisi determinata dal  COVID19 si è fatta sentire maggiormente sulle donne. Nel semestre aprile-settembre 2020, rispetto allo stesso semestre del 2019 le registrazioni delle imprese femminili si sono ridotte di quasi 7 punti percentuali in più rispetto a quelle non femminili, registrando un calo del 26,6%, (pari a -11.543 imprese in valori assoluti, contro il -20% registrato fra le imprese non femminili). Focalizzandosi sul terzo trimestre 2020 (dati Unioncamere), la situazione appare ancora più grave. Le iscrizioni delle nuove imprese femminili si sono ridotte maggiormente rispetto a quelle delle imprese non femminili (-42,3% contro -35,2%; contro una media generale di 37,1%), specie nelle regioni del Nord, maggiormente colpite dalla pandemia. Una motivazione può essere – scrivono gli autori – il fatto che le donne sono maggiormente coinvolte in professioni più esposte al rischio di contagio. Secondo elaborazioni sui dati Istat del 2019, il livello di rischiosità delle professioni che svolgono le donne è di 0,4 (su un range da 0 a 1) mentre quello degli uomini è di 0,2. 

L’Italia è il Paese dell’Unione europea  con il tasso di occupazione femminile più basso: lavora solo il 56% delle 15-64 enni  e siamo al terzo posto (peggio di noi Malta e Romania) per quanto riguarda il divario tra i tassi di occupazione dei due generi: -18,5 punti percentuali a sfavore delle donne.

Certo i dati non sono ancora così incoraggianti ma le uniche a poter cambiare la situazione sono le donne stesse. 

Covid o non Covid ci auguriamo che questo 2021 sia un anno di grande crescita per l’imprenditoria femminile e veda nascere nuove realtà e startup “in rosa”.

FONTI:

  • Paper 2020 STARTUP ITALIA: STARTUP & TECHNOLOGY TRENDS
  • IV Rapporto nazionale Impresa di genere 
  • Report trimestrale di Mise, Unioncamere e Infocamere
  • Dati European Startups Monitor