Consigli pratici per migliorare il vostro stile di leadership

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Vi è mai capitato nella vostra carriera di vedere emergere figure non particolarmente preparate e di chiedervi il perché di tali promozioni? Se la risposta è sì, probabilmente avrete anche notato che queste promozioni sono spesso motivate da alcune soft skills in particolare: come la pacatezza, la confidenza e la dinamicità. 

La verità è questi aspetti contano e anche tanto perché contribuiscono a formare quell’ottimo stile di leadership che vi farà apparire competenti anche quando non lo siete. Mentre, al contrario, in loro assenza apparirete meno preparate di quanto siete in realtà. 

Se non fate parte delle poche fortunate nate con queste preziose soft skills, non disperate. Il lato positivo di tutto ciò è che c’è un modo per modificare il proprio stile di leadership e stiamo per rivelarvelo.

Partiamo dalle basi: gli indicatori sociali 

Il primo concetto da tenere chiaro in mente è che la personalità e lo stile di una persona sono due cose diverse. La prima è l’essenza di una persona e purtroppo, o per fortuna, non si può cambiare. Quello che si può modificare invece è lo stile, ovvero cosa una persona fa, quanto spesso e in quali occasioni. 

Trent’anni fa, il socio-linguista Howard Giles ha identificato una serie di comportamenti, che tutti noi utilizziamo per esprimerci ma anche per valutare gli altri, e li ha codificati in indicatori sociali. Questi indicatori vengono espressi attraverso il linguaggio, la comunicazione non verbale e il contesto di riferimento. In ogni caso, si tratta sempre di comportamenti che già conosciamo e che impariamo man mano che cresciamo e ci relazioniamo con persone più grandi o più autorevoli di noi. 

Una guida agli indicatori di Leadership 

Tra gli indicatori sociali ce ne sono alcuni in particolare che vengono usati più frequentemente nel contesto lavorativo e che, se utilizzati, ci aiutano a comunicare agli altri il nostro status (o l’assenza di esso). 

Questi segnali vengono divisi in due categorie: forza e affabilità. I primi caratterizzano uno stile di leadership più forte ed esprimono confidenza, competenza, carisma, capacità di influenzare ma anche arroganza e intimidazione: in questa categoria, per esempio, ricade chi interrompe le persone mentre parlano. I secondi, invece, caratterizzano uno stile più delicato ed esprimono disponibilità, facilità di approccio e simpatia ma spesso anche diffidenza, mancanza di fiducia in sé stessi e sottomissione: ricade in questa categoria chi, per esempio, tiene sempre la porta per gli altri. 

Chi naturalmente ha uno stile di leadership forte e deciso vedrà i colleghi che ricadono nella seconda categoria come più deboli che, a loro volta, vedranno i primi come maleducati. 

Chi ha ragione quindi? La risposta è: nessuna delle due categorie. La brava leader, infatti, sarà solo colei che saprà mixare sapientemente i diversi segnali a seconda dell’occasione e della persona che ha davanti. 

Cambiare il proprio stile è difficile, ma non impossibile. Per sembrare meno arroganti, vi basterà utilizzare anche altri segnali rispetto al probabile breve set di comportamenti “forti” al quali più spesso fate riferimento. Al contrario, per sembrare meno deboli, dovrete sforzarvi di abbandonare i comportamenti più accomodanti. 

La ricetta segreta per la leader di domani 

Ognuna di noi ha un set di indicatori predefinito a cui ricorre naturalmente quando si trova in situazioni sociali neutre o non molto chiare. Questo viene chiamato stile naturale e anch’esso si modifica in base alle situazioni che viviamo. 

La natura umana, di norma, reagisce in maniera abbastanza univoca: in situazioni in cui siete le più grandi o le più competenti vi ritroverete ad assumere comportamenti di superiorità o autorità invece, in situazioni in cui siete voi le più giovani o le meno preparate, vi dimostrerete più affabili e accomodanti. 

Detto questo, lo stile di leadership può essere diviso in 5 categorie che dovete immaginare lungo uno spettro: alla prima estremità troveremo lo stile totalmente forte, poi quello leggermente forte, quello mix, quello leggermente accomodante e quello totalmente accomodante. Come detto in precedenza, lo stile vincente è quello mix che riesce ad alternare tra i due poli opposti ma, soprattutto, che aiuta a comunicare ai presenti la vostra “presenza”. 

Per riuscire a modificare il vostro stile e raggiungere anche voi un perfetto mix, quello che dovete fare in primis è riuscire a scollegarvi dai vostri sentimenti. Non importa, infatti, se siete super nervose. Finché riuscirete ad adottare comportamenti decisi e sicuri, nessuno se ne accorgerà. Questo proprio perché la vostra “presenza” viene comunicata dalle vostre azioni e non dai vostri sentimenti. 

3 step per raggiungere uno stile di leadership misto 

      1. Conoscetevi meglio.
        La base per iniziare questo percorso è la conoscenza di voi stesse come persone e come potenziali leader. Dovete capire in quali delle 5 categorie ricade il vostro stile naturale di leadership. Per aiutarvi nell’analisi, provate a ricordarvi i commenti dei vostri superiori durante la vostra carriera. Vi hanno detto più volte che avreste dovuto parlare di più o che non ascoltate?
        Se dopo l’analisi, poi, sarete ancora insicure del vostro stile, vi consigliamo vivamente di iniziare a valutarvi in autonomia: tenete di fronte a voi la tabella dei segnali la prossima volta che vi trovate in situazioni in cui dovreste esercitare la vostra leadership e prendete segno di tutti i comportamenti che adottate durante queste interazioni.
        Pro tip: provate a riprendervi o registrarvi durante un meeting.
      2. Sperimentate con diversi comportamenti/segnali.
        Una volta compreso dove vi trovate lungo lo spettro della leadership, potrete permettevi di iniziare a sperimentare utilizzando diversi comportamenti. Per iniziare, potete partire dagli indicatori verbali e non-verbali indicati nella tabella. Sceglietene due e provate a usarli durante le prossime interazioni con i vostri colleghi. All’inizio vi sembrerà un po’ strano, ma piano piano vi abituerete e sarete in grado di modificare il vostro stile.
        Ciò che bisogna considerare prima di iniziare a sperimentare è come si vuole essere percepiti in determinate situazioni, solo così potrete scegliere quegli indicatori che rinforzano lo stile che volete comunicare. Quindi, per esempio, se vorrete apparire come consigliere di fiducia optate per indicatori dell’affabilità. Se, invece, vorrete apparire avversarie di tutto rispetto, optate per indicatori di forza (senza mai esagerare!).
        Via via che procederete con questo metodo, vi renderete conto che alcuni comportamenti saranno più facili da adottare e altri meno. E questo è del tutto normale. Non fate l’errore però di colpevolizzarvi perché vi sentirete non autentiche: ricordate che non state cambiando la vostra personalità, ma il vostro modo di comunicare, presentarvi e interagire a seconda delle circostanze. Tutto al fine di migliorare la vostra vita lavorativa o il vostro status all’interno dell’azienda
      3. Leggete tra le righe. 
        La domanda più frequentemente posta riguardo questo tipo di esercizio è come fare a capire quando optare per comportamenti forti o affabili. Purtroppo per questo aspetto non abbiamo una tabella da presentarvi. L’unica cosa che possiamo dirvi a riguardo è che sta a voi e alla vostra sensibilità e/o capacità di leggere le situazioni che si manifestano intorno a voi. In generale, anche se potete farvi qualche idea prima, la cosa migliore è aspettare di ricevere i segnali dell’altra persona per agire di conseguenza e, soprattutto, non imporsi mai delle regole fisse. Per esempio, se finora vi siete comportate sempre in modo affabile con i vostri superiori e in modo forte e deciso con i vostri subordinati, probabilmente avete commesso un errore. Questo perché comportarsi in maniera più autoritaria con le figure junior le disincentiva e, al contrario, le rende meno efficienti. Mentre, essere molto affabili con i propri superiori fa passare l’idea che non sarete mai alla loro altezza. Per risolvere questo problema basta, ancora una volta, mixare gli indicatori utilizzati e invertire la rotta. 

Lo stile di leadership misto è ancora più importante per donne e minoranze

Le ricerche dimostrano che, purtroppo, anche la leadership viene influenzata da bias cognitivi (anche inconsci) e discriminazione. Basta pensare che se chiedete a un pool di persone di disegnare un leader, la maggioranza sicuramente disegnerà un uomo. 

In particolare, è stato notato che più le donne si dimostrano proattive ed efficienti, più verranno percepite come sgradevoli. Mentre i leader appartenenti a minoranze o comunità LGBTQ hanno più probabilità di non essere riconosciuti quando operano diversamente dalla cultura aziendale perché “diversi”. 

Di certo non consigliamo a donne e minoranze di non arrabbiarsi, promuovere i propri successi o di assecondare tutto ciò che gli viene proposto. Piuttosto, consigliamo vivamente di scegliere in modo accurato quali segnali utilizzare per sviluppare uno stile di leadership misto e raggiungere i propri obiettivi. Perché, inutile mentire, finché la discriminazione esisterà, donne e minoranze dovranno sempre sforzarsi più degli uomini bianchi etero. 

Un esempio che può essere fonte d’ispirazione in merito è sicuramente l’ex giudice della corte suprema degli Stati Uniti D’America, Ruth Bader Ginsburg, conosciuta da tutti per utilizzare lo stile di leadership misto al fine di ottenere i suoi obiettivi. Al posto di pressare i più restii, infatti, Ruth sceglieva con cura le sue battaglie e usava segnali di affabilità quando più le servivano. Evitando così di diminuire le sue capacità di persuasione a causa di reazioni dettate dall’emotività. 

Quindi, in conclusione, ciò che consigliamo vivamente alle nostre lettrici è di non avere paura di interrompere, di evitare di fare troppe pause mentre si parla (per esempio iniziando a mormorare versi tipo “mmm”, “ehm”) e di usare parole più intense. Contestualmente dovrete mixare il tutto con la creazione di relazioni più empatiche, con l’utilizzo di espressioni felici e tante affermazioni quante domande.

Fonte: “How to develop your leadership style by Suzanne J. Peterson, Robin Abramson e R.K Stutman – Harvard Business Review Vol.98 Is.6”.


Lo smart-working è qui per restare? Pregi e difetti di un modo di lavorare che ha caratterizzato il 2020

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Se prima del 2020 qualcuno aveva già messo in dubbio la necessità di radunare tutti gli impiegati di un’azienda sotto lo stesso tetto, dopo quest’anno abbiamo la certezza che – almeno per i “lavoratori della conoscenza” – ciò non sia per forza vero. 

Tante di noi, infatti, che lavorano nello sviluppo di prodotti e servizi grazie alla propria conoscenza teoretica e analitica, hanno avuto la conferma che non c’è alcun bisogno di recarsi in un ufficio ed essere sedute a meno di un metro dai propri colleghi per fare bene il proprio lavoro. 

Per questa presa di coscienza, difficile da digerire soprattutto ai piani alti, dobbiamo ringraziare la crisi dovuta alla pandemia da Covid-19 iniziata a Marzo 2020 che ha fatto cambiare idea anche ai più restii mettendoli forzatamente davanti alle evidenze. 

Brevi cenni storici sullo smart-working o lavoro da remoto 

Il primo grande passo verso l’accettazione dello smart-working è avvenuto prima di quanto immaginiamo: non con la diffusione di Internet, quindi, ma negli anni ’70 del ‘900 a seguito di un aumento del prezzo del petrolio negli Stati Uniti causato dall’embargo imposto dai paesi associati all’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) nel 1973

L’aumento dei prezzi, infatti, avevo reso lo spostarsi per lavoro troppo costoso, così furono adottate delle politiche volte ad arginare il problema. Queste politiche principalmente permettevano agli impiegati aziendali di evitare gli uffici canonici e andare a lavorare, invece, presso altri tipi di luoghi: dalle abitazioni private, alle biblioteche per finire con coworking e bar. L’unica richiesta era quella di recarsi in ufficio periodicamente per un check organizzativo. 

Ovviamente la vera svolta in merito è arrivata solo grazie all’avvento di Internet, che ha permesso la vera diffusione dello smart-working all’inizio degli anni 2000. 

Nel 2015 lo studioso Nicholas Bloom e i suoi collaboratori hanno studiato il fenomeno e quello che è apparso, in estrema sintesi, è che chi ha la possibilità di scegliere dove lavorare aumenta la sua produttività fino al 22%. 

Nei tempi più recenti – fino a prima dell’arrivo del Covid-19 – le aziende si sono un po’ divise a riguardo: alcune, come Yahoo e IBM, hanno addirittura ignorato il trend e deciso di invertire rotta riavvicinando gli impiegati agli uffici fisici, mentre altre si sono lanciate nella nuova avventura proponendo sia forme di smart-working totali che parziali. 

Oggi, a quasi un anno dallo smart-working forzato di più del 50% delle risorse prima collocate negli uffici, viene naturale porsi una domanda: questo modo di lavorare è fatto per restare o appena potremo torneremo a riempire gli uffici? 

Per rispondere a questa domanda abbiamo analizzato i principali benefici e problematiche dello smart-working.

I comprovati benefici dello smart-working 

Analizziamo i benefici dello smart-working da tre punti di vista: degli individui, delle aziende e della società.

    • Per gli individui. I benefici dello smart-working per i singoli individui sono più che evidenti. La maggior parte delle persone riconosce tra i plus più importanti la libertà di poter scegliere dove vivere. I Millennials, in particolare, sono i più attratti da questa opportunità per il sogno di diventare “nomadi digitali”, ovvero di avere la possibilità di lavorare e girare il mondo contemporaneamente. Altra motivazione meno romantica ma altrettanto importante del perché questo plus piace tanto a tutti, è la possibilità di scegliere di vivere in un luogo dove il costo della vita è decisamente inferiore alla media. Infine, tra i plus più citati c’è anche una miglior qualità di vita e il ritrovato equilibrio tra sfera privata e lavorativa. Ovviamente questo non vale per tutti, perchésoprattutto tra le generazioni più vecchie – c’è ancora qualcuno che fatica ad abituarsi. Ma, in linea di massima, è stato riconosciuto come lo smart-working permetta alle persone di organizzarsi meglio per poter dividere in modo più equilibrato il proprio tempo. 
    • Per le aziende. Il beneficio primario per le aziende che adottano politiche di smart-working è un riscontrato aumento del coinvolgimento degli impiegati verso l’azienda. E questo – è risaputo – è forse la metrica di successo più importante per chi vuole fare business: senza un team affiatato, non si va da nessuna parte! Come se non bastasse, le risorse non sono solo più felici ma anche più efficienti: aumentando la propria produttività fino al 4,4%. Tra gli altri benefici riscontrati, ce n’è uno più ovvio ma non per questo meno importante: con meno persone negli uffici, c’è meno bisogno di grandi immobili in affitto. Le aziende possono così permettersi di risparmiare grandi somme da investire in altri modi.
    • Per la società. Se più aziende adottassero politiche di smart-working, la società stessa in cui viviamo potrebbe giovare di due grandi benefici. Il primo è il rallentamento delle fughe di cervelli dalle aree meno fortunate di ogni paese; grazie alla possibilità di lavorare da remoto e accedere comunque a opportunità interessanti si ridurrebbe di lunga il fascino del cambiare residenza per pagarsi da vivere. Il secondo, infine, riguarda l’ambiente: nel 2018 ogni americano ha impiegato in media 4 ore e mezza a settimana per andare a lavoro, probabilmente spostandosi in auto. Se la maggior parte delle persone non devono più prendere la macchina per andare in ufficio, viene da sé che le emissioni si possono ridurre significativamente. 

Le principali problematiche dello smart-working

Sebbene le speranze siano alte, ci sono ancora alcuni aspetti dello smart-working che preoccupano le aziende e impediscono di prendere decisioni a riguardo. Tuttavia, le aziende più illuminate – durante i lockdown imposti dalla pandemia di Covid-19 – hanno imparato che con tanta organizzazione, pazienza e attenzione, tutto può essere risolto. Ma vediamo nello specifico le problematiche principali e le relative best practice:

    • Comunicazione, brainstorming e problem-solving. Quando i collaboratori sono sparsi per il mondo, o semplicemente ognuno a casa propria, diventa un po’ complicato mantenere la comunicazione dal vivo tra colleghi e il passaggio immediato di informazioni. Certo, ci sono tantissimi strumenti diversi a cui possiamo ricorrere, Skype, GoogleMeet, Zoom, Face-time, ecc. ma comunque non è facilissimo coordinarsi ed è difficile dar vita allo stesso scambio di idee che normalmente avviene in ufficio. La soluzione a tutto questo potrebbe essere abituarsi a una comunicazione più fluida e soprattutto non immediata, per esempio attraverso un canale Slack sempre attivo dove le risorse possono scrivere quando vogliono e il resto del team risponde appena possibile. O, più semplicemente, attraverso un foglio di Google Drive lasciato aperto per Q&A varie ed eventuali. Il lato positivo di questo tipo di approccio è l’abbattimento di eventuali barriere nei confronti delle risorse junior che si sentono così più propense nel condividere idee e suggerimenti.
    • Condivisione della conoscenza interna. Normalmente quando siamo seduti alla nostra scrivania in ufficio abbiamo intorno a noi un sistema di supporto fatto dai nostri colleghi che, più o meno simpatici che siano, possono aiutarci a risolvere un dubbio o una problematica lavorativa. Quando lavoriamo nelle nostre case, invece, tutto ciò viene meno e non tutti sono disposti ad alzare il telefono per chiedere aiuto. Tutto questo si potrebbe risolvere condividendo a livello aziendale quella conoscenza che è nella testa delle risorse chiave attraverso una codificazione delle prassi e delle strategie adottate e/o adottabili. In questo modo, chi è in difficoltà può trovare la soluzione ai suoi drammi in autonomia e in perfetta linea con le norme aziendali.
    • Socializzazione, spirito di squadra, e mentoring. Un’altra delle preoccupazioni principali relative allo smart-working è la possibilità che le persone si sentano isolate sia a livello sociale che professionale. Soprattutto nei casi in cui parte del team è a casa e l’altra parte è in ufficio, può capitare che gli individui soffrano di alienazione dai propri colleghi e dall’azienda stessa. Con l’assenza di interazioni dal vivo, spesso si rischia di tagliare fuori qualcuno dai flussi di comunicazione o, peggio ancora, di non accorgersi che qualcuno sia sovraccarico e stia soffrendo per questo. Infine, nonostante i software di videoconferenza, permettano di “incontrarsi” e leggere i reciproci linguaggi facciali, è ancora molto complicato riuscire a socializzare a distanza con i propri colleghi. Per ovviare a questi problemi alcuni hanno optato per Intelligenza Artificiale e Realtà Virtuale, ma l’opzione migliore resta quella di organizzare periodicamente dei momenti di incontro di più giorni durante i quali le persone possono creare dei veri e propri legami tra di loro.
    • Valutazione delle performance e compensi. Preoccupazione che riguarda soprattutto le generazioni più grandi (e i maniaci del controllo) è l’impossibilità di poter valutare al 100% come e quanto lavorano i propri impiegati che lavorano da casa e, in particolar modo,  l’impossibilità di valutare le competenze interpersonali. Alcune aziende, oltre a valutare le proprie risorse in base alla qualità del loro lavoro e alle interazioni virtuali, hanno optato per un controllo più ferreo e all’utilizzo di software che tengono traccia della produttività di ognuno. Grazie a questi software le aziende sono riuscite ad aumentare la produttività dei propri impiegati? Nemmeno un po’, quindi la strategia principale in merito resta la fiducia. Per quanto riguarda i compensi, invece, il dibattito si apre su un’altra questione: è giusto pagare tutti allo stesso modo o bisogna adeguare i salari alle regioni in cui vivono e operano gli impiegati? Anche in merito non c’è ancora una best practice assoluta.
    • Sicurezza e legislazioni. Anche questa è una preoccupazione che riguarda soprattutto le generazioni più grandi e tutti coloro che non sono molto ferrati con le nuove tecnologie. Tra le prime cose che vengono in mente a queste persone, infatti, quando si parla di smart-working c’è la possibilità che qualcuno (anche tra i loro stessi impiegati) possa condividere informazioni preziose con i competitor oppure che un qualche hacker possa forzare i sistemi di sicurezza delle infrastrutture digitali e creare danni più o meno gravi. In questo caso però sono a disposizione un gran numero di soluzioni atte ad arginare notevolmente problemi del genere. Preoccupazioni ben più grosse, invece, sono quelle legate alle leggi dei vari paesi che a volte sono contrarie a determinati modi di lavorare. Per esempio, la società indiana TCS leader in servizi IT allo scoppio della pandemia ha dovuto collaborare insieme alle autorità e all’Associazione Indiana delle Aziende di Software e Servizi per cambiare le leggi da un giorno all’altro e permettere a tutti i dipendenti impiegati nella attività di call center di lavorare da casa. 

Smart-working, moda passeggera o nuova normalità? 

Sicuramente non tutte le aziende e non in poco tempo riusciranno in questa manovra, ma con la giusta strategia, organizzazione, tecnologia e leadership molte più realtà riusciranno a convertirsi e ad approfittare dei benefici dello smart-working ed entrare in quello che – secondo noi – sarà il futuro del lavoro della conoscenza.

Preso atto di questo, il passo successivo non diventa più capire se questo sarà o meno il futuro, quanto piuttosto capire cosa serve per adeguarsi correttamente a ciò che verrà e cavalcare l’onda. E la risposta è molto semplice: un buon management che si occupi di supportare il cambiamento e tutte le best practice che abbiamo menzionato fino a ora.

Fonte: 

“Our Work-from-anywhere Future. Best Practices for all-remote organizations by Prithwiraj (Raj) Choudhury – Harvard Business Review Vol.98 Is.6”. 


Vuoi lanciare il tuo brand nel 2021? Ecco la tua check-list.

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Se c’è una cosa che questo 2020 ci ha insegnato è che la vita è troppo breve e troppo bella per non fare ciò che ci piace e realizzare i propri sogni!  

Molte persone hanno approfittato dei lockdown anche per fermarsi a pensare e, perchè no, per reinventarsi e intraprendere una nuova vita professionale. 

Se anche voi, fate parte di questo gruppo di resilienti coraggiosi,  allora vi mancano pochi giorni per sistemare tutto prima che inizi l’anno nuovo e arrivi il momento di lanciarvi nella vostra nuova avventura. 

Quindi, se il 2021 sarà il primo anno del vostro nuovo business quella che segue è la check-list perfetta per voi! 


Freelance: andare in vacanza si può!

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Il Natale è alle porte ma anche quest’anno avete paura di non riuscire a godervi le meritate vacanze? Benvenute nel club! 

Purtroppo, questo è il lato oscuro che accomuna tutti i capi o le cape di se stesse! Perchè se è vero che si può prenotare l’estetista quando si vuole, o decidere che il lunedì si comincia un pò più tardi,  è anche vero che staccare del tutto, magari per due settimane è praticamente impossibile. 

Con ripercussioni non da poco sulla propria salute mentale, soprattutto in questo frastornante 2020. 

Proprio per questo, amiche freelance,  vi preghiamo di concedervi una pausa, e per aiutarvi nell’ardua impresa vi abbiamo preparato una guida con 5 punti, che vi permetterà di non perdere i clienti… ma neanche la sanità mentale! 

1. Pianifica le vacanze

Partiamo dalle basi: il problema principale dell’andare in ferie quando si è una freelance è la reazione dei clienti che spesso esigono e (ottengono) devozione e disponibilità 24/7 (in un altro articolo parleremo magari di limiti da porre…) e potrebbero non prendere bene la notizia di un’assenza prolungata. 

Quindi? Ancor prima di affrontare il problema della comunicazione, fatevi furbe e scegliete con cura le date in cui sarete assenti. Il segreto? Scegliere i giorni in cui sicuramente anche i vostri clienti saranno sul divano con la pancia piena di panettone o pandoro e saranno primi a non volere occuparsi del lavoro e quindi di voi, per esempio: dal 25 dicembre al 2 gennaio. 

2. Avvisare clienti e partner dell’assenza

Soprattutto all’inizio di carriera, parlare e comunicare con i clienti, può fare molta paura!  figurarsi se si deve comunicare alcune date di NON disponibilità!

I clienti infatti,  non sono esattamente i nostri migliori amici anzi fanno di tutto per assomigliare a bestie feroci, ma tenete sempre a mente che un cliente che non vuole accettare le vostre ferie non è un cliente con cui vale la pena di lavorare. Perchè  ci sono anche clienti normali là fuori, che rispettano le vostre esigenze e i vostri diritti,  ve lo promettiamo! 

Detto questo, armatevi di coraggio, e quando avete chiare in mente le date di fine e inizio ferie, scrivete una bella mail ai vostri partner e clienti più importanti (quelli con cui vi sentite di settimana in settimana) e mettete tutto in chiaro, nero su bianco. 

L’ e-mail che manderete dovrà essere chiara e sintetica, a partire dall’oggetto. 

Segue un esempio che, ovviamente, potete modificare a vostro piacimento. 

Oggetto: Auguri e Ferie Natalizie 2020

Messaggio: Con l’avvicinarsi delle feste di Natale, vi scrivo per farvi i miei più cari auguri di Natale e di Buon Anno Nuovo. 

Inoltre, colgo l’occasione per comunicarvi che non sarò operativa dal 25 dicembre 2020 al 2 gennaio 2021 per trascorrere un po’ di tempo con la mia famiglia e per staccare la spina. 

Spero che voi possiate fare altrettanto. 

Il lavoro comunque proseguirà come previsto e stabilito. 

Grazie mille e un caro saluto. 

Una e-mail del genere non vi farà apparire svogliate, anzi! Sembrerete delle professioniste rispettabili che hanno giustamente bisogno di bilanciare la propria vita lavorativa con del sano relax, in modo tale da poter dare sempre il 100% durante i giorni lavorativi

3. Se gestite canali social, programmate i contenuti 

Ricordate sempre, andare in ferie è giusto ma interrompere il lavoro no! E questo vale, purtroppo, anche se vi occupate della gestione dei canali social di qualcuno. 

Come sapete bene se siete delle Social Media Manager, l’interruzione della pubblicazione è fuori discussione ma esistono diversi modi di programmare le pubblicazioni su quasi tutti i social media. 

Per esempio, sia Instagram che Facebook sono programmabili attraverso Creator Studio che è di proprietà della stessa società madre. Ma esistono anche altri software compatibili come Planoly, SquareSpace, Later, Buffer.

Piccolo accorgimento ulteriore: nella programmazione che preparerete,  fate in modo di non pubblicare nessun contenuto “sensazionale” durante i giorni della vostra assenza… non avere nessuno che risponde a commenti e messaggi non è molto augurabile! Soprattutto nel caso in cui qualcosa non funzioni! 

3b. Trovate un assistente

Se siete delle freelance avrete presto il sogno erotico di tutte le freelance:  un assistente! 

Ma se siete delle freelance alle prime armi vi renderete anche presto conto che il sogno diventa proibito nel momento in cui andate a vedere i conti….

Se per ora non potete ancora permettervelo, una soluzione forse c’è: 

Trovate una risorsa che possa darvi una mano part-time!

Solo per le questioni  più urgenti   e solo per una o due settimane, magari proprio le settimane del panettone! Sarà  sicuramente più economico e potrebbe essere il regalo che vi meritate! 

4. Impostare l’Out of Office 

Anche se vi siete già preoccupate di avvisare i vostri clienti e i principali partner, riguardo alle vostre vacanze, è importante che vi ricordiate anche di impostare l’Out Of Office nella vostra mail. Qualcuno potrebbe comunque provare a contattarvi durante quei giorni, o ancora potrebbe non aver visualizzato la vostra mail e come dire sempre meglio prevenire che curare!  

Le informazioni da inserire nella vostra notifica automatica sono essenzialmente due: 

  • le date in cui sarete in ferie e la data in cui tornerete ad essere operative;
  • le informazioni su cosa fare in caso di urgenza catastrofica (per esempio quale collega contattare o a quale numero raggiungervi). 

Segue una mail di esempio che, ovviamente, potete modificare a vostro piacimento.  

Oggetto: Out of Office – Nome e Cognome 

Messaggio: 

Ciao! 

Sarò in ferie dal 25 Dicembre 2020 al 2 Gennaio 2021. 

Ritornerò in ufficio il 3 Gennaio 2021 e da quel giorno sarà mia cura rispondervi il prima possibile. 

Nel caso in cui ci fosse un’urgenza, vi prego di contattare la mia assistente [ Nome Cognome ], [ indirizzo email ].

Grazie mille e un caro saluto. 

4.b Creare un indirizzo mail per l’occasione

Nel caso in cui foste delle workaholic e non riusciste proprio a non guardare le email durante le vostre meritate vacanze, un’altra possibilità è quella di creare un account email dedicato da condividere solo e soltanto (ricordate che ferie = niente lavoro) con i clienti con cui non potete fare a meno di parlare. 

In questo modo riuscirete a filtrare almeno in minima parte i messaggi e concentrarvi solo su ciò che davvero non potete tralasciare. 

E se proprio non riuscite a staccare del tutto… 

5. Delimitate le ore al giorno in cui lavorerete e i task di cui vi occuperete

Se amate il vostro lavoro o  siete dipendenti da esso (in tutti i sensi), sarà difficile anzi impossibile evitare di guardare la mail. In questo caso l’unica cosa che potrebbe aiutarvi, se proprio non riuscirete a stare lontane dalle tecnologia, è definire i soli compiti di cui (in caso) dovrete occuparvi e definire l’orario e la durata. Ad esempio tutte le mattine dalle 11 alle 13. Un consiglio spassionato? Non più di due ore al giorno! 

E ora che siete pronte…

Buone vacanze, ci rivediamo nel 2021!