10 domande a Silvia Scaramucci, founder di Yosono

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Silvia Scaramucci è da sempre legata al mondo della moda e dell’arte, una connessione che caratterizza anche le sue scelte imprenditoriali. A soli 20 anni lancia il suo primo progetto, Demanumea, due anni fa è invece il turno di Yosono: borse interamente personalizzabili pensate per un target più giovane, realizzate con il contributo di artisti internazionali.

L’abbiamo intervistata per farci raccontare come nasce la sua storia di successo, dei suoi progetti passati e futuri e del suo approccio all’imprenditoria.

Qual è stato il tuo primissimo lavoro? 

Ho sempre amato lavorare, rendermi utile e dare il mio contributo. Ho iniziato da piccola dando una mano a mio nonno nella sua attività commerciale. Ho fatto poi lavori come animatrice, babysitter e volantinaggio, tutto quello che una ragazzina di 15 anni poteva fare.

Il mio primo lavoro nella moda è arrivato una volta uscita dallo IED in un’azienda di calzature di Milano in cui ero Assistente Designer. Ricordo questa esperienza come molto bella e formativa: trattandosi di una piccola realtà, oltre ad approfondire il mio ambito, ho avuto modo di entrare in contatto anche con gli altri settori ottenendo una visione d’insieme di quelli che sono i processi che muovono un’azienda.

Sei laureata allo IED di Milano in Shoes and Accessories Design, ma secondo te quali sono le skills che fanno la differenza, al di là di quelle che si possono apprendere durante il percorso universitario, per una giovane imprenditrice?

Gli studi indubbiamente conferiscono le basi tecniche per approcciare al mondo del lavoro ma ciò che fa la differenza è la spinta caratteriale. Credo fermamente che l’incoscienza sia alla base di tutte le attività imprenditoriali (prendendo anche ispirazione dal “Stay hungry, stay foolish” pronunciato da Steve Jobs). C’è bisogno di tanto coraggio per lasciarsi guidare dal proprio intuito.

Bisogna poi essere dediti al sacrificio, avere grandi sogni significa mettercela tutta per realizzarli, senza risparmiarsi. 

Ingrediente importantissimo è poi l’umiltà: l’umiltà di mettersi sempre alla prova. Prendere tante porte in faccia fa parte del gioco, la differenza sta nell’avere sempre la forza di rialzarsi e nell’imparare la lezione.

I tuoi prodotti hanno un’identità molto forte, quali sono i tuoi consigli per trovare il target giusto?

Ci vuole un giusto mix tra creatività e consapevolezza di ciò che si può offrire in più rispetto a quello che già c’è: personalmente ho voluto materializzare i miei pensieri e cosa volessi comunicare in un prodotto che fosse perfetto per una donna forte e senza pregiudizi, con una forte personalità che consentisse di esprimere le diverse sfaccettature che del proprio essere. Con Yosono vogliamo rompere le regole che vogliono identificare le donne in tipologie differenti: Yosono è trasversale. Demanumea, dal canto suo, è un prodotto unico e senza compromessi adatta a una donna che non teme di apparire per ciò che realmente è, andando contro le regole e gli schemi.

Hai all’attivo due progetti paralleli: Demanumea e Yosono, come si fa a trovare l’equilibrio giusto tra i tanti impegni?

Non è facile, soprattutto perché vivo tra Ascoli Piceno, la mia città, dove ha sede l’azienda e dove ho l’ufficio creativo, e Milano, la città dove c’è l’altra metà dell’azienda, la mia socia, che si occupa della comunicazione e insieme anche al resto del nostro team dello sviluppo del brand. L’equilibrio esiste, anche se si incontrano ostacoli e difficoltà, quando ami il tuo lavoro e hai delle persone al tuo fianco che hanno il tuo stesso obiettivo.

Con i tuoi prodotti hai deciso di mettere in luce il forte legame che esiste tra moda e arte. Inoltre, da anni collabori con le Accademie di Belle Arti e con la Galleria Mazzoleni: quali sono le caratteristiche per emergere come creative director? 

Sicuramente non fermarsi di fronte a quello che il mercato vuole, guardare oltre, al di là di quello che conosciamo.  Il successo di un progetto artistico dipende anche dalla squadra che ti aiuta a realizzarlo. 

Saper lavorare in team, infondere entusiasmo e riuscire a tirare fuori il meglio da ogni artista, collaboratore o studente che sia, sta alla base di tutto ciò.

Come gestisci il tuo team? Quali sono i consigli, a livello organizzativo, che daresti a una giovane imprenditrice?

Siamo una realtà giovane e dinamica, intorno a cui ruotando diverse figure sia interne che esterne: io chiedo impegno e dedizione, sincerità e propositività. Ma allo stesso tempo desidero che ci sia un ambiente sereno e armonioso, senza nessuna invidia o malumore: ecco perché quando percepisco che c’è qualcosa che non va, preferisco chiarire subito e parlare con la massima trasparenza. Dopo tutto siamo nella stessa squadra e indossiamo la stessa maglia: lavoriamo per ottenere lo stesso risultato e quando c’è da festeggiare, festeggiamo tutti insieme! La vittoria è della squadra. Il mio consiglio è quello di trovare le persone giuste che la pensino come te e dare loro importanza: solo così si può ottenere il massimo da ognuno e creare un ambiente sereno.

I tuoi prodotti sono molto apprezzati anche fuori dall’Italia, ad esempio in Medio Oriente: che differenze di mercato ci sono? Cosa cerca il buyer di Dubai in un prodotto Made in Italy?

Il Made in Italy è un marchio di qualità e artigianalità che tutto il mondo apprezza, non solo il Medio Oriente: abbiamo una tradizione importante che deve essere valorizzata e su cui dobbiamo puntare. Il Medio Oriente, in particolare, cerca qualità dei materiali, ricercatezza nei dettagli, creatività e soprattutto unicità: caratteristiche tipiche italiane.

Che rapporto hai con i social media e perché è importante esserci per un brand emergente?

I social sono diventati il primo mezzo di comunicazione e di vendita, con cui arrivi direttamente alle persone senza tanti filtri: ecco perché deve essere un aspetto molto curato e seguito in modo da comunicare al meglio l’immagine dell’azienda. In questo modo si può dialogare con il cliente e capire come possiamo migliorare e soddisfare i desideri di chi ci segue. Ovviamente è necessario avere anche i partner giusti, cercando delle realtà che sono sulla tua stessa linea e che parlano allo stesso target: GRLS per esempio!

Qual è la più grande lezione di vita (e di business) che hai imparato in questi anni?

Ho imparato che non basta avere tante idee e bei progetti, bisogna sempre imparare la lezione dopo essere caduti ed essersi rialzati: ho fatto bagaglio di ogni battuta di arresto subita nel corso di questi anni. 

Il mondo del lavoro, come la vita del resto, è fatto di persone stupende ma anche di iene, bisogna avere fegato per gestirle, per dire i no e per andare avanti comunque.

Se potessi dare un consiglio alla Silvia all’inizio del suo percorso imprenditoriale cosa le diresti?

Alla Silvia di qualche anno fa direi di non fidarsi di tutti, di informarsi di più e di non correre. Le consiglierei di andare più piano perché la salita è lunga e bisogna farla a pieni polmoni. Correndo (a maggior ragione se non è il momento giusto per farlo) si rischia di rimanere senza ossigeno quando si è a metà del percorso.

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